30.01.2026

Sweet and Sour. Gli autori e l’arte di perdersi (e ritrovarsi) con John O’Hara

Nella sua raccolta di articoli, lo scrittore americano riflette sul mestiere di scrivere, sulla società e sul ruolo dell’autore nel mondo letterario

John O’Hara, l’irlandese dalla Pennsylvania, sessant’anni fa era considerato un bulletto tutto arroganza, vanità e talento che si pavoneggiava di scrivere un racconto per il New Yorker in due ore, collezionava licenziamenti a catena e girava in Rolls-Royce aspettando un Nobel che (a suo dire) gli spettava. Con quel piglio impertinente raccontava gli Stati Uniti degli anni ’30-’60, del Proibizionismo e del boom del dopoguerra, come chi «sa esattamente di cosa sta parlando e ne parla meravigliosamente bene», diceva di lui Hemingway.

Alla fine del 1935, a O’Hara viene offerta una rubrica settimanale a tema libresco per il Trenton Times-Advertiser, i cui articoli vengono poi raccolti in forma di libro in Sweet and Sour (1954). La pubblicazione sul quotidiano comincia due settimane prima che Belle Wylie, sua moglie, morisse. Per O’Hara la rubrica diventa, quindi, un modo per distrarsi e ne parla con schiettezza ai suoi lettori: «Ultimamente mi sono tenuto piuttosto occupato. È meglio tenersi occupati, e in questo momento quando dico che è meglio tenersi occupati non parlo solo del reparto quattrini. È meglio per un autore, meglio per la gente comune – ho due lavori, di cui questo è uno». Bastano poche righe per capire che, per O’Hara, scrivere non è solo un’arte romantica ma un mestiere da professionisti. Infatti, anche nell’unica occorrenza in cui accenna, con pudore, al lutto appena vissuto, lo fa sottolineando il mestiere: «Dato che sono un professionista, ho continuato a scrivere. Questa rubrica e il lavoro per ‘Collier’s’ hanno protetto la mia sanità mentale».

John O’Hara

«Scrivere di libri e autori»: è presto spiegato il contenuto e l’obiettivo della rubrica. Il tema è ampio e gli viene garantita molta libertà: «Mi è stato permesso di dire ciò che volevo. Non molti giornali in questo paese, o altrove, permetterebbero a un autore di sfogarsi come ho fatto io in questi pezzi». Quanto alle aspettative che Kerney, il direttore, poteva avere nei confronti di questa rubrica, del suo autore o delle sue richieste: non ce ne sono state. Nelle ultime righe del volume, tirando le somme, anche O’Hara riconosce la straordinarietà del fatto: «In trent’anni di lavoro alla macchina da scrivere per guadagnarmi da vivere non ho mai avuto una tale immunità dalle revisioni. Alcune delle cose che ho scritto devono avergli provocato fitte di dolore, ma le hanno pubblicate lo stesso. Se pensate che questo non renda felice un autore… beh, sappiate che invece rende felice un autore».
Il rischio con questi appuntamenti settimanali di O’Hara sta nel ridurli a una mera rubrica di recensioni e consigli. Sweet and Sour è di più. Lo stesso O’Hara descrive la sua eclettica “booksy column” (rubrica libresca) diversa dallo standard. Nell’ultimo appuntamento, infatti, ammette: «Credo che un autore dovrebbe provare di tutto. Bene, io ho provato a scrivere una rubrica settimanale su un’ottima pagina letteraria, e l’ho fatto in modo soddisfacente. Non si è rivelata una rubrica libresca, ma non credo che la direzione si aspettasse qualcosa del genere da parte mia».

Se non una semplice “rubrica libresca”, allora cos’era? Per capirlo basta leggere l’apertura del nono appuntamento. Appena si trasferisce a Mercer County, O’Hara recupera una delle sue vecchie abitudini: prendere la sua M.G. rossa e portarla a fare un giro in campagna per «perdersi liberamente». L’obiettivo era quello di familiarizzare con sé stesso e con le autostrade e superstrade della zona. Per farsi un’idea di come funzionino questi appuntamenti, da lettori, conviene assecondarlo e seguirlo in macchina. È un girare a vuoto più che perdersi: «Non mi perdo; vado semplicemente in giro, una passeggiata investigativa, un po’ nello stile di questi stessi saggi». Se si sostituisse la macchina da guidare con una macchina da scrivere, il procedimento sarebbe lo stesso: pensieri a ruota libera su strade ben tracciate ma ancora da conoscere e, alla fine di ogni puntata, riuscire sempre a tornare a casa, avendo fatto giri inattesi ma soddisfacenti. «Ora, dopo quasi cinque anni, posso perdermi senza alcun problema, senza nemmeno usare la M.G.»: una battuta, ma anche una dichiarazione di poetica. Il perdersi come metafora del suo modo di scrivere: un vagare controllato, fatto di digressioni e cambi di direzione. Come nei suoi giri in macchina, anche nella scrittura O’Hara sembra divertirsi a smarrirsi per ritrovarsi, procedendo per deviazioni più che per destinazioni.
Il tredicesimo capitolo lo conferma. Si apre così: «Non è la prima volta che succede. Cosa? Che inizio un appuntamento domenicale con tutta l’intenzione di fare la predica su un argomento, e devio su qualcos’altro. Dio solo sa se mi mancano gli argomenti di cui scrivere». Quindi, cosa può riservare un nuovo appuntamento? Risponde O’Hara: «Non si può mai sapere cosa aspettarsi quando si comincia a leggere questa rubrica, e questo è almeno in parte il suo fascino. È parte del suo fascino per me, posso dirvelo, perché nemmeno io so sempre cosa aspettarmi».
Chi si lascia andare a corse automobilistiche del genere spera sempre in un passeggero tollerante, che non rimproveri, che sappia che sono questi viaggi il vero piacere del guidatore: «Il mio primo obiettivo è divertirmi, presumibilmente divertendo anche voi», infatti ammette. Le divagazioni in macchina, poi, sono l’occasione perfetta per prendere confidenza con gli altri passeggeri: O’Hara parla con schiettezza ai suoi lettori, li chiama suoi amici, li sfida («Riprovateci domenica prossima, se vi interessa ancora»); è aperto e onesto con le intenzioni («E a proposito, spero che non stiate conservando questi pezzi. Sapete, usciranno in formato libro l’anno prossimo, e voglio che compriate il libro. Fine della pubblicità»); ed è certo che, ormai, arrivati a un tale livello di confidenza, ci si inizi a precedere nei pensieri («Sei stato abbastanza rapido? Hai capito tutto prima ancora che lo dicessi, eh, furbetto? Hai indovinato che sto per dire qualcosa su Company Manners, l’ultimo libro di Louis? Furfante che non sei altro. Ti adoro»).

John O’Hara

Avendo “imbrogliato” Kerney, il direttore, annunciando di voler parlare di autori, O’Hara si sente libero di poter «parlare di tutto». Nonostante ciò, nei vari appuntamenti il tema del lavoro letterario torna spesso nelle varianti più gettonate sul cosa significhi essere scrittore e come affrontare soldi e società. In più di un’occasione ricorda ai «clienti abituali di questo banchetto» che, con la sua rubrica, sta conducendo un’indagine sulle abitudini degli autori. La prima distinzione da fare è quella tra autori dilettanti e professionisti. Ai giovani aspiranti scrittori, O’Hara offre un esempio diretto di cosa significhi appartenere alla categoria degli scrittori professionisti: nonostante il recente lutto, non smette di scrivere, perché «se sei un professionista, vai avanti. Se non lo sei, te ne vai al diavolo». Professionisti e dilettanti, tuttavia, condividono almeno una soddisfazione: vedere il proprio lavoro pubblicato. Tenere in mano il proprio libro fresco di stampa, scrive, è «la vera ricompensa». A tal proposito, però, O’Hara ammette di nutrire una certa diffidenza verso alcune metafore scontate e poco accurate, come quella che paragona il libro per un autore al neonato per una madre: «Posso dirvi che tenere in braccio mio figlio per la prima volta non è stato affatto come tenere in mano un libro, perciò sono incline a diffidare di quella metafora come di tutte le metafore». Per O’Hara la vera soddisfazione è la sensazione di avere davanti un lavoro ben fatto, o perlomeno fatto al meglio delle proprie capacità. È questo l’elemento che accomuna chi scrive per mestiere e chi lo fa per passione.
La sua è una concezione tutt’altro che idealizzata del lavoro dello scrittore, anzi: ne conosce bene le debolezze e, dietro il tono sicuro e professionale, lascia intravedere anche le fragilità del mestiere. Per esempio, sa bene quanto la disciplina sia necessaria e quanto sia facile, per uno scrittore, lasciarsi tentare dall’ozio: «Con gli scrittori funziona più o meno così: si finisce un romanzo o un’opera teatrale e si ha diritto a una vacanza. Se dal punto di vista economico va tutto bene, si può anche cedere alla tentazione di prolungare la vacanza oltre il limite salutare. Il pericolo inizia nell’esatto momento in cui si inizia a inventare scuse per non tornare al lavoro. E se quelle scuse sembrano validissime, bisogna stare attenti: è il primo segno che si sta soccombendo all’ozio». Tuttavia, O’Hara assicura di aver scoperto che è vero, sia per sé stesso sia per gli amici autori, che il desiderio nascosto di tornare al lavoro si rivela proprio in quei momenti in cui ci si scopre intenti a scrivere lunghe lettere inutili.

Anche gli scrittori devono rimettersi a lavoro, quindi; se non altro per questioni di soldi. L’aspetto economico, per O’Hara, resta centrale, e non riesce a nutrire alcuna simpatia per l’idea dello scrittore votato alla fame in nome della propria arte. Ammette, infatti: «Ho sempre detto che se non fossi riuscito a guadagnarmi da vivere scrivendo, mi sarei dato a un altro mestiere. Morire di fame per la propria arte è, per me, la cosa più inutile del mondo. […] Ho sempre voluto essere uno scrittore, ma uno scrittore che mangia. […] Se provate a tirarmi in ballo Dylan Thomas e la sua tragica morte da squattrinato, vi ricorderò che T.S. Eliot ha un lavoro, un lavoro che svolge e che da anni lo mantiene, e vi ricorderò anche che i nostri migliori autori fanno soldi».
Con questi articoli, O’Hara riesce tra le altre cose a smascherare i cliché che da sempre accompagnano la figura dell’autore. Per esempio, il grande classico di considerare gli scrittori sempre senza un soldo, dalla vita bohémien, anche a causa della poca dimestichezza che hanno con i soldi, i contratti e tutto ciò che riguarda economia e finanza. E questo non perché agli autori non interessino i soldi ma a causa di un altro cliché secondo il quale questi abbiano interesse solo per la propria arte. Il rapporto con gli editori si innesta su questa linea: da un lato la leggenda dell’autore bohéme e ingenuo negli affari, dall’altro la realtà di scrittori che cercano contratti migliori. Gli editori, dice, amano dipingerli come «ipocriti peccatori, subdoli e venali, astuti e scaltri. Secondo la convinzione universale degli editori, uno scrittore è un imbroglioncello che finge di essere superiore ai quattrini, ma che trova puro piacere nel deludere quei poveri martiri che si compiacciono nel rendere gli autori famosi. […] Gli scrittori dovrebbero accettare ciò che viene loro offerto, ma purtroppo per gli editori, alcuni autori sono in buoni rapporti con altri autori, e si è sparsa la voce che se scrivi un libro puoi ottenere il 15 per cento di royalties, non solo il 10 per cento. Ma se osi contrattare, se cerchi di ottenere le migliori condizioni possibili, ti sentirai gridare contro. L’editore che ama pensare all’autore come a un tipo strano che vive tra le nuvole proprio non lo sopporta, tutto qui». Non sorprende quindi che il minimo tentativo di contrattare faccia esplodere proteste e lamentele.

Dal momento che i destinatari di questo libro sono anche quegli scrittori dilettanti che sognano di fare della scrittura una carriera, O’Hara non manca di dare consigli pratici. Per esempio, spiega con trasparenza le percentuali che guadagna e ne fa dell’ironia: «Per solleticare un po’ il vostro istinto filantropico, dovete sapere che ricevo una percentuale netta del 15 per cento dai miei editori. Nell’arido linguaggio del commercio, se sborsate 3 dollari per questa piccola delizia di tomo, io incasserò 45 centesimi. Se siete preoccupati che gli scrittori diventino ricchi e pigri, vi ricordo allora che ci vogliono ben 45 centesimi per farmi del male. Non dirò di avere lo sceriffo alle calcagna, ma diciamo che il cavallo è già sellato».

John O’Hara

La riflessione sugli autori, poi, si allarga anche al loro ruolo nella società. O’Hara sostiene che lo scrittore dovrebbe saper mantenere le distanze dal mondo mondano: «Uno scrittore dovrebbe essere in grado di prendere questo sottoprodotto chiamato Società – e lasciarlo lì, lasciarlo stare», ma nota anche che è proprio alle feste che uno scrittore incontra «le due grandi categorie del mondo: quelli che ti hanno letto e quelli che non ti hanno letto». Inoltre, secondo la sua stessa esperienza, un autore in società ha sempre un certo valore di intrattenimento, anche se non apre bocca. Perciò individua una terza categoria: quelli che considerano lo scrittore un fenomeno da baraccone, «ma presto scopri che quelli non sono ben piantati nella Società: sono ancora in quella fase incerta in cui pensano che faccia parte della recita mondana trattare gli scrittori come fenomeni da baraccone. I veri membri della Società considerano fenomeni da baraccone solo i veri fenomeni da baraccone. Vale la pena ricordarselo: ti evita di perdere tempo con i semi-importanti».

Parlare di scrittori, per O’Hara, poteva essere un terreno insidioso: era lui stesso un autore affermato, immerso in un mondo letterario popolato di amici e colleghi. Eppure questo non lo risparmia dall’esprimere opinioni irriverenti o giudizi affilati. Per descrivere il parlare male di qualcuno, proteggendosi però da possibili ripercussioni, utilizza un termine specifico e particolare: zoologicamente, lo chiama weasel, la donnola. «Lo chiamo così perché il defunto Briton Hadden, cofondatore con Luce di “Time”, amava quella parola. La usava persino come verbo: “We can weasel it”, intendendo dire che potevamo insultare chiunque volessimo, purché ci proteggessimo dal rischio di un’azione legale per diffamazione». Gli articoli di O’Hara, seppure quasi sempre animati da un «prevalente spirito di pace e buona volontà», potevano rivelarsi problematici quando a scrivere libri mediocri erano i suoi amici. A tal proposito effettuava una distinzione: se non sono molto amici, verranno “weaseled”, donnolati. Se sono amici, invece, sceglieva la via del silenzio: il miglior favore che poteva fare era non menzionarli affatto, fingendo di immaginarli lontani, «magari a Tahiti alle prese con Gauguin o in Italia a caccia d’anatre». Non che O’Hara fosse contrario a certe cortesie reciproche: «Non c’è nulla di nuovo o di particolarmente dannoso nello scambiarsi favori in letteratura, purché lo si faccia alla luce del sole. Il lettore – e questo vale per tutta la critica – può rendersene conto piuttosto facilmente: basta che si avvicini alla recensione chiedendosi: “Vediamo un po’ che cosa avrà da sbraitare oggi questo tizio”, oppure: “Chissà quale tesoro letterario avrà scoperto stamattina quest’uomo brillante, acuto, penetrante, saggio, spiritoso e adorabile». Ironia e un pizzico di cinismo dimostrano come dietro ogni recensione ci sia sempre un gioco di equilibri, di amicizie e di libertà. Per O’Hara la critica è sempre un teatro, e il pubblico può capirlo meglio di chi sta in scena.

John O’Hara

Oltre agli scrittori, conosciuti e sconosciuti, gli aneddoti e le bizzarrie che li riguardano, O’Hara si diverte a riflettere su temi più eccentrici, come quello dei titoli. Ammette la propria abilità nello sfornarne di azzeccati, tanto da rifiutarsi di usarli in questi articoli: «Sarebbero stati così brillanti da oscurare i pezzi stessi, ridotti a semplice contorno per la battuta d’apertura». C’è anche un altro motivo per cui ha deciso di non titolare i vari capitoli: «Desideravo avere uno standing head. Sapete cos’è uno standing head? Vi dico cosa non è. Non è la cronica condizione cranica di un bevitore incallito. Non è l’area del gabinetto degli uomini su una nave della Marina. Non è John Crocker che si rivolge agli studenti della Groton School. Uno standing head è ciò che vedi qui sopra: Sweet & Sour, di Vecchio Charme e Talento».

Ma perché proprio Sweet and Sour? Per O’Hara il titolo fa riferimento al periodo triste in cui ha assemblato gli articoli: «Negli ultimi mesi mi sono trovato più spesso del solito in uno stato d’animo contemplativo; dolce e amaro e né l’uno né l’altro». In questo gioco tra dolce e amaro, tra sfogo personale e osservazione critica, in quell’alternanza tra leggerezza e malinconia, resta la sua voce: impaziente, spiritosa, spesso irriverente e irritante, ma sempre viva. E forse è proprio lì, in quelle pagine nate quasi per distrarsi dal dolore, che si ritrova il John O’Hara più autentico.
Leggere Sweet and Sour oggi è come, con O’Hara al volante, salire sulla sua M.G. rossa, tra deviazioni, battute e improvvise sterzate. Non si tratta di una semplice rubrica libresca né di un taccuino di recensioni, ma di un laboratorio di scrittura in cui O’Hara, con il suo tagliente disincanto, mette in scena sé stesso: dolce e amaro, arrogante e fragile, vanitoso e acuto, pronto a stuzzicare i lettori e a raccontarsi senza pudore. Con Sweet and Sour O’Hara ci lascia un autoritratto in movimento: divagazioni, fragilità, vanità e talento che si intrecciano come strade secondarie percorse senza fretta.

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