István è l’antieroe contemporaneo che racconta tutte le generazioni. Sbaglia, vive, subisce la vita e, come noi tutti, sopravvive all’amore.
Nella carne (Adelphi, 2025, traduzione di Anna Rusconi) è il nuovo libro di David Szalay, vincitore del Booker Prize 2025: un’opera misurata nel linguaggio, priva di ornamenti, che disarma il tempo e, attraverso il protagonista István, arriva alla quotidianità di ciascuno dei suoi lettori. István non è un eroe e la sua crescita non è ascensionale, ma discensionale. La sua storia, raccontata partendo dall’adolescenza, si scontra con la carne, con il desiderio che si fa impulso e illusione tra lo scarto dell’infanzia e quello dell’adultità. István, a quindici anni, si illude di amare una donna molto più grande di lui, affronta un lutto e, crescendo, si scontra con i corpi di chi lo circonda.
La sua vita è un cerchio in cui il trauma sembra replicarsi nell’indifferenza della risposta che István concede a tutti i suoi interlocutori: Okey. Nell’apparente passività di questa affermazione è il movimento a caratterizzare questo personaggio: quello che subisce e quello di cui, soltanto raramente, riesce a farsi soggetto attivo. István è un personaggio che nasce dalla carne, si muove nelle viscere del corpo e conosce il mondo attraverso i corpi delle persone che lo amano e i movimenti che gli accadono. È, pertanto, il modello più esemplificativo di antieroe contemporaneo. Un personaggio che affronta il quotidiano con passività e consapevolezza. Perché le cose che accadono a István sono l’esempio di tutte le nostre vite: sgraziate e bellissime, imprevedibili ma reali.
David Szalay è stato ospite della trentesima edizione di Festivaletteratura di Mantova, ed è in questa occasione che l’ho incontrato e gli ho domandato dei silenzi di István, del suo rapporto con gli altri personaggi, della carne da cui tutto si origina.

Szalay, mi piacerebbe cominciare dal titolo: Flesh, ovvero Carne. Il suo romanzo, la vita di István, comincia proprio dalla scoperta del piacere con una donna più grande di lui. Potremmo dire che tutte le storie partono dal corpo?
Sì, penso proprio che lo possiamo dire: tutte le storie interessanti cominciano dal corpo.
All’interno di Nella carne il corpo si manifesta come protagonista già dal primo capitolo. Come torna in seguito?
Penso che il corpo sia presente in tutto il libro. Quando stavo scrivendo il romanzo non avevo un’idea complessa di cosa stesse accadendo nella mia mente, perché ero molto concentrato sui personaggi e sulla storia. Sapevo di volere che il libro fosse ancorato a un’esperienza fisica. Dunque tutti i punti di vista dell’opera hanno a che fare con il corpo. Non solo in István, ma in tutti i personaggi la dimensione del corpo predomina.
István compie un viaggio dell’eroe al contrario che lo vede affrontare la prigione, prendere parte alla guerra in Iraq, assistere a numerose tragedie e, infine, tornare in Ungheria. István si sposta, ma chi definisce davvero il suo movimento?
Credo che il punto focale di questo libro sia proprio questo. István è un eroe contemporaneo – e dunque un antieroe – che subisce la vita. Fino a che punto la subisca non possiamo dirlo, ma è affascinante porsi questa domanda. Non penso che István si possa definire una persona passiva ma neanche attiva. Lo definirei come una persona normale: un uomo che a volte prende decisioni e altre in cui le subisce. Credo che sia l’interazione di questi due aspetti a rendere il libro interessante.
Nella carne inizia quando il protagonista ha quindici anni e prosegue nella narrazione fino alla sua adultità. La lingua con cui racconta questa storia è asciutta, mai dispersiva. Tutto sembra perfettamente cucito, come se ci si trovasse in una sala operatoria. Qual è stato in quest’opera il suo rapporto con il linguaggio?
Possiamo dire che lo stile così come il linguaggio di questo libro hanno una dimensione realistica molto forte: il linguaggio è nel carattere e nei sentimenti di István. Ma c’è anche della fisicità nello stile del linguaggio: non è tutto discorsivo né riflessivo ma, comunque, mantiene il focus su tutte le esperienze che István vive. Ci sono tanti ambienti che hanno non solo una funzione geografica ma anche sociale, come le esperienze che il protagonista vive. Possiamo dire che lo stile e il linguaggio cambiano rimanendo tuttavia uniformi.
Nel romanzo la madre di István è una figura silenziosa che esiste senza fare rumore. Là dove nei rapporti genitoriali domina il conflitto, qui vige il silenzio, un tacito accordo. Cosa raccontano i padri, le madri e i figli in quest’opera? Cosa rimane dopo i loro silenzi?
Sicuramente il libro ha come tema il silenzio che è qualcosa di difficile da esprimere attraverso il linguaggio, ma si può anche dire che è giusto così. Questi momenti di silenzio – che devono spesso essere interpretati – non sono meno importanti, non sottraggono qualcosa al libro. Sicuramente poi vediamo István nei suoi diversi ruoli: come figlio ma anche come genitore. Questo è esattamente il concetto che volevo esprimere fin dall’inizio, quando riflettevo su cosa volessi scrivere a proposito di questo tema. Dunque osserviamo István attraverso diverse fasi della sua vita, assumere ruoli che tutti noi possiamo o meno indossare.
Se Nella carne racconta lo sconcerto politico, sociale e geografico appartenente alla generazione di Szalay, la vita normale di István ci riconduce alla normalità – ordinaria e straordinaria – che tutte le generazioni abitano. István ci rappresenta e, nella sua tragica realtà, ci racconta.
Immagine di copertina: © Efe / Alejandro García