Nato a Leida nel 1949, Jan Brokken, autore tra i più celebrati e premiati d’Europa, incarna da sempre una meravigliosa sintesi di sensibilità, curiosità e rigore intellettuale. Dopo aver studiato giornalismo a Utrecht e scienze politiche a Bordeaux, Brokken ha iniziato a scrivere intrecciando reportage, riflessione e letteratura. Ha esordito nel 1984 con De provincie, trasposto per il cinema, ma è con I clandestini, Jungle Rudy e Nella casa del pianista che ha cominciato a farsi conoscere a livello internazionale.
Negli anni ha costruito un corpus che oscilla tra biografia, diario, reportage e finzione, contaminando i generi con eleganza. E tra le sue opere più amate in Italia troviamo Anime baltiche, viaggio tra Estonia, Lettonia e Lituania, dove si intrecciano destini personali e grandi figure del Novecento, e Il giardino dei cosacchi, incentrato sull’amicizia tra Dostoevskij e il barone Wrangel.
Il suo ultimo romanzo, La scoperta dell’Olanda, edito da Iperborea, per la prima volta lo porta in viaggio nel suo stesso Paese. Per la precisione a Volendam, nell’Hotel Spaander, crocevia di artisti – da Picasso a Kandinsky a Proust – che diventa specchio di una storia culturale europea spesso sottaciuta. La scoperta dell’Olanda è stato finalista al Premio Strega Europeo 2025.
Ne abbiamo parlato con l’autore.

Brokken, nel corso della sua carriera lei si è molto occupato delle storie degli altri – come giornalista e come romanziere. Non solo personaggi da lei inventati, ma anche realmente esistiti. Di sé ha parlato poco.
L’ho fatto, invece. Ma più che altro nelle interviste, è vero. Trovo che raccontare gli altri mi dia un’occasione unica: uscire da me stesso, vivere altre vite. È qualcosa che è concessa quasi solo agli scrittori, e non vedo perché dovrei sprecare un dono così grande. La mia vita la posso vivere già.
Dunque non vuol parlare di sé?
Se è di me che vuol parlare, sono ben felice di farlo. Da dove cominciamo?
Da dove vuole lei. Dall’inizio, magari?
Il mio primo ricordo, allora – di cui, peraltro, ho già parlato in altre interviste, appunto. Quando nacqui mio padre era un pastore protestante, ed era stato assegnato al piccolo villaggio olandese dove sono nato e cresciuto. Per i primi tempi, però, non abitammo nella casetta accanto alla chiesa, com’era tradizione e come poi avremmo fatto, ma in un vecchia casa, da anni mezzo abbandonata, che era di un ricco fattore locale. Era un posto orrendo, ma non avevamo scelta. E lì una mattina di quando avevo tre anni, era febbraio e faceva molto freddo, mi svegliai all’alba e, portando gli occhi al di là della finestra in camera mia, vidi un’immensa distesa d’acqua. Circondava la casa, e mi pareva davvero non finisse più. Era acqua melmosa, densa, e ricopriva tutto ciò che fino alla sera prima avevo visto attorno a casa nostra: le altre fattorie, le campagne, le strade. Mi tirai su dal letto, corsi da mia madre e le urlai «Mamma, mamma, sto sognando!». Ero disperato, non sapevo come uscire dal sogno, così ero andato da lei in cerca d’aiuto. Ma lei, abbracciandomi, mi spiegò che ero sveglio, in realtà, e che andava tutto bene.
Cos’era successo?
C’era stato un violentissimo e lunghissimo temporale, quella notte. Aveva colpito l’intera regione e i fiumi si erano riempiti a tal punto da straripare, finendo con l’inondare tutto. Cinquanta tra case e fattorie erano state distrutte, i raccolti andati in malora, era persino morta della gente. Per la comunità fu devastante, e mio padre si prodigò molto per aiutare.
Lei, però, credette di sognare.
Ero un bambino, e davanti all’assurdità di quel che vedevo il mio cervello si disse che stavo semplicemente sognando. Da sempre credo che questo episodio sia la chiave del mio lavoro, della mia scrittura.
Cosa intende?
Che ogni tanto ho davvero la sensazione che la realtà sia una sorta di sogno, e con la scrittura questo sogno lo fermo, lo cristallizzo in un momento.

A proposito di suo padre, dell’aiuto che diede alla comunità alluvionata.
All’inizio era molto benvoluto, poi no. Dopo qualche anno dacché vivevamo lì cominciò a bere tanto, divenne un alcolista, e qualcosa con il resto degli abitanti del villaggio si ruppe. Durante l’infanzia ho avuto un padre stupendo, amorevole, in adolescenza, invece, le cose cambiarono. Purtroppo, mio padre non fu mai capace di elaborare quel che aveva passato.
Cosa aveva passato?
Fu rinchiuso in un campo di concentramento, in Indonesia.
Mi racconta?
I miei genitori vissero in Indonesia per diversi anni, lì nacquero i miei fratelli maggiori e lì, credo, avevano intenzione di passare il resto della loro vita. Ma con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale cambiò tutto. Il Giappone, che con Italia e Germania era fascista, mirava all’egemonia dell’Asia e quindi all’occupazione dell’Indonesia; e pure della Malesia e di Singapore. Tra le regioni che occuparono c’era quella in cui vivevano i miei genitori e loro, come tanti altri occidentali che si trovavano lì, furono arrestati e rinchiusi in dei campi di concentramento; parliamo di decine di migliaia di persone. Un campo era per gli uomini, e lì venne messo mio padre, uno per le donne e i bambini, e lì vennero messi mia madre e i miei fratelli, che all’epoca avevano tre e un anno. Per cui mio padre, peraltro, non rivide moglie e figli per anni; dovette credere fossero tutti morti. Ci rimasero dal 1942 al 1945.
Le parlavano mai, di ciò che avevano vissuto?
Di rado, e con scontento – naturalmente. So poco. So che li costringevano a vivere in casermoni enormi in cui erano stipate centinaia di persone, che le condizioni erano pessime, che mangiavano pochissimo; tanto che molti morivano per la fame. E so che furono costretti ai lavori forzati. Ne uscirono che mia madre era malata, aveva sofferto gli stenti di quegli anni, e mio padre uno scheletro. Vidi delle foto che risalivano ai primi mesi dopo la liberazione, mio padre era un mucchio d’ossa; non gli crescevano più peli, capelli e barba.
Cosa accadde, poi? Dopo la liberazione.
Tornarono in Olanda, era il 1947. Non sapevano dove altro andare, cosa fare.
Lì le cose come procedettero?
Come dicevo, prima bene ma poi precipitarono. Credo che mio padre non riuscì mai a star bene dopo l’esperienza dei campi. Non riuscì a riadattarsi, a trovare un suo posto nel mondo e una serenità sua, psicologica. Si sentiva fuori luogo ovunque fosse, era irrequieto, triste. Quando ero bambino fu ricoverato per qualche tempo, ma una volta uscito cadde in una pesante depressione. Fu terribile. Aveva gli incubi quasi ogni notte. Si svegliava urlando, poi iniziava a piangere, singhiozzava e gridava, andava avanti per ore. E spesso lo trovavo ubriaco, svenuto sul pavimento di casa anche di giorno.
Lei all’epoca era un bambino. Cosa pensava?
Non pensavo. Avevo solo paura. Avevo molta, molta paura.

Fu allora che, come diceva prima, le cose con gli altri abitanti del villaggio si ruppero?
Sì. Arrivammo lì quando io ero un neonato, per i primi sette o otto anni le cose andarono piuttosto bene, poi lui cominciò a star male e quando ne avevo circa dieci, fondamentalmente, ci cacciarono dal villaggio. Mio padre non si riprese più. A quel punto io ero un quasi adolescente, e gli anni che seguirono furono tra i peggiori della mia vita. Mi ammalai, pure.
Cosa ebbe?
Nessuno è mai stato capace di dircelo con esattezza, resta un mistero ancora oggi. D’un tratto, persi la capacità di camminare. Era come se le mie ginocchia non funzionassero più, i piedi non rispondevano ai comandi. Avevo le mani rigide, non riuscivo a piegare le dita. Per un periodo, persi pure la vista e allora toccai il fondo.
Accadde così, dal nulla?
Accadde dal nulla, sì. Fui visitato da ogni sorta di medico, di specialista. E pure se tutti avevano le loro teorie, nessuno fu mai realmente in grado di capire cosa mi stesse succedendo. Stavo sempre e solo in casa, molto spesso non mi alzavo dal letto per intere giornate, rimanevo chiuso nella mia stanza per ore e ore, tutti i giorni.
Cosa faceva?
Mia madre, che passava gran parte del suo tempo lì accanto, leggeva per me. Romanzi meravigliosi. Il dottor Zivago, Guerra e pace, Anna Karenina. Fu lei a farmi scoprire e a farmi appassionare alla letteratura. In testa ho ancora la melodia della sua voce che, calma, leggeva sulla poltrona della mia stanza.
Per quanto andò avanti questo suo stato?
Vent’anni.
Dice sul serio?
Sì. E quel che è peggio è che non mi ci abituai mai. Al dolore non ci si abitua, ecco la verità. Una volta, ero ragazzino, le ginocchia mi facevano così male che presi un coltello e cominciai a colpirle, ferirle, tagliarle. Volevo aprirle per tirare fuori il male, il dolore. Stavo per morire.
Chi la salvò?
Mia madre mi trovò in una pozza di sangue e chiamò subito il medico del villaggio dove abitavamo in quel periodo. Fu lui a salvarmi. E non solo quel giorno, ma in senso più generale.
Cosa intende?
Mi disse che dovevo andarmene, abbandonare il villaggio. Non avevo soldi, ero malato, gli chiesi dove sarei dovuto andare e mi rispose ovunque, ovunque basta che sia lontano da qui e basta che sia il prima possibile.
Perché crede che le diede quel consiglio?
Conoscendo la situazione in cui versava la mia famiglia, suppongo dovette credere che ciò che avevo fosse dovuto al fortissimo stress della mia infanzia.
E?
E me ne andai.
Si riprese?
Dopo qualche tempo ebbi una crisi violentissima, una notte credetti di morire, tanto stavo male. Ma quando mi svegliai il giorno dopo non solo ero ancora vivo, ma non avevo più niente. Mi era passato tutto. Fu una rinascita. Perciò dico che quel medico mi salvò la vita.
Brokken, non abbiamo parlato del suo ultimo romanzo, La scoperta dell’Olanda. Dunque, per concludere questa intervista, visto che mi ha appena raccontato di essere rinato solo andando via, scappando proprio dall’Olanda, le chiedo. Perché ha deciso di tornare?
Con La scoperta dell’Olanda torno al mio Paese in forma narrativa perché ci ho vissuto per anni e, ormai, quel che dovevo affrontare personalmente, come individuo, come Jan, l’ho affrontato. E chissà, se ora posso scriverne, forse, è proprio per questo: è passato così tanto tempo da ciò di cui abbiamo parlato oggi io e lei, da ciò che le ho raccontato, che posso tornare anche al di fuori di questo sogno che è la realtà, anche attraverso la scrittura.
Cos’è il ritorno?
Un movimento fondamentale per capire e per capirsi.