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La bestia che è in me e latra. La morte di Pasolini attraverso la poesia di Dario Bellezza

«Perché vivere è tremare.»
Pier Paolo Pasolini

Dopo la morte di Pasolini, Dario Bellezza è stato tormentato per anni da deliri e allucinazioni, specie in seguito alla pubblicazione da parte dell’Espresso delle fotografie del cadavere di Pasolini all’obitorio, che lo hanno inorridito. Ne ha scritto un libro “a caldo”, su Pasolini e la sua morte, Morte di Pasolini, edito nel 1981 da Mondadori, in cui indaga poeticamente e politicamente sulla morte di Pasolini, suo amico e maestro di poesia e di vita. Morte di Pasolini è un viaggio al tempo stesso iniziatico e terminale (e sessuale) attraverso la morte, o meglio l’assassinio, con tutto l’orrore che ciò comporta, e la vita, cioè i vitalistici e disperati versi di Pasolini. Bellezza passeggia per ore lungo via delle Zoccolette, davanti al Tribunale dei Minori, fra giornalisti e fotografi e curiosi, osservando Pino Pelosi, il supposto assassino di Pasolini, che ride dietro le sbarre «come un felice uccello in gabbia», mentre lui, Dario Bellezza, sodale di Pasolini sopravvissuto alla sua morte, non sa consolarsi di quella fine tanto tragica e violenta quanto apparentemente voluta, cercata, in linea con l’opera e la vita di Pasolini, sostiene Bellezza, benché Alberto Moravia scrivesse – e Bellezza riporta le sue parole – che «Pasolini è morto in una maniera intonata non già alla sua vita ma ai pregiudizi della società italiana; ossia non per colpa sua ma per colpa degli altri».
Per Bellezza, o meglio per il Bellezza del 1981, Pino Pelosi è invece l’angelo dell’inevitabile morte del poeta, la morte di Pier Paolo Pasolini, che «miglior morte non poteva desiderare», scrive, e Sandro Penna aggiunge: «Quasi l’invidio: è morto all’inizio della decadenza, come voleva…». D’altro canto, osserva ancora Bellezza, «è come se Pier Paolo avesse fatto un patto con il Diavolo, lo si ammetta, faustianamente» – un patto che includesse il successo e lo scandalo e il massacro all’Idroscalo di Ostia.

A rileggere molte poesie e molti testi di Pasolini si ha in effetti l’impressione che conoscesse o prevedesse e perfino accettasse la propria morte, il suo terribile assassinio, come nella lettera scritta a Silvana Mauri (futura moglie di Ottiero Ottieri) nel 1950, sul proprio destino di poeta maledetto: «La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario. Ormai su di me c’è il segno di Rimbaud, o di Campana, o anche di Wilde, che io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no»; o come nei versi di Una disperata vitalità (1964): «Sono come un gatto bruciato vivo, / pestato dal copertone di un autotreno / impiccato da ragazzi a un fico, / ma ancora con almeno sei delle sue sette vite, / come una serpe ridotto a poltiglia di sangue / un’anguilla mezza mangiata…». La serpe, l’anguilla, il cadavere del gatto bruciato vivo, e il Rimbaud, e il Campana, e il Wilde, è il corpo di Pasolini sul litorale di Ostia, con lacerazioni e fratture ovunque e il cuore scoppiato dentro il petto, il suo corpo riverso sul tavolo dell’obitorio, nelle fotografie dell’Espresso che tanto hanno inorridito Dario Bellezza, degli scatti che definisce scandalistici e indegni e che per fortuna sono oggi quasi introvabili.

Pasolini

Se Alberto Moravia ha scritto che Pasolini è morto per mano della società intera e non soltanto di Pino Pelosi, Bellezza lo ritiene al contrario corresponsabile e forse fautore della propria morte, almeno nel 1981 – poi cambierà idea, come vedremo. «Il passato era passato» scrive in Morte di Pasolini, «il presente invivibile; non poteva venire a patti: la morte era l’unica uscita di sicurezza, dopo che il sentimento della giovinezza finita aveva ricominciato a tormentarlo». E ancora: «Miglior morte, certe volte mi sorprendo a pensare, contro me stesso, non poteva desiderare». Oppure, in Angelo, uno dei romanzi più belli di Dario Bellezza (con l’indimenticabile Elisa la Scrittrice, cioè Elsa Morante), pubblicato nel 1979: «L’amico, innocente, anni prima, preferì essere scannato da un innocente. Calpestato e schiacciato da una macchina, la sua, e insozzato nella sua reputazione davanti al mondo. L’amico comune assassinato dimostrò così a tutti di essere realmente osceni e turpi borghesi. Fatto per vivere era morto angelicamente rubato al mondo da un angelo».

Pino Pelosi, chiosa Bellezza in Morte di Pasolini, non sarebbe quindi stato che uno strumento, a sua volta un innocente, la pedina inconsapevole e violenta dell’assassinio/suicidio messo in atto e in scena da Pasolini e dal suo atroce destino poetico – che Pasolini presentiva e dunque accettava, non potendo fare altro. Così Bellezza avversa le ricostruzioni più o meno credibili dell’assassinio di Pasolini, che presuppongono una cospirazione, un attentato fascista o di Stato, pur notando che proprio il giorno prima della sua morte Giorgio Almirante aveva chiesto «sangue per vendicare la morte di un povero ragazzetto fascista», cioè Mario Zicchieri. Ma i fascisti, come i proletari armati, uccidono in modo diverso, rivendicando i propri atti, e in ogni caso rifarsi a teorie cospiratorie per l’assassinio di Pasolini significa privarlo dell’oscena verità della sua morte, imborghesendola o nobilitandola per farne uno strumento politico e non un gesto artistico, esistenziale e poetico, come sembra suggerirci il Bellezza del 1981 (che non è il Bellezza che poi morirà), gesto fatto dallo stesso Pasolini e non da Pelosi, la spaventosa fine di un poeta omosessuale che muore cercando di fare sesso con un minorenne – che ipso facto, e suo malgrado, lo ucciderà.

Per Bellezza Pasolini e Pelosi sono due angeli della morte, entrambi attori inconsapevoli di un copione che li sorpassa. «Ma poi questa fine mi si poneva come esemplare» scrive, «esecuzione di un progetta antico. Ma da chi voluto? Da chi realizzato? Certo, un modo giusto, perfetto, di uscire alla grande di scena, per arrivare nell’aldilà misterioso e forse impenetrabile. Io penso sempre che Pasolini alla fin fine, quando è stato tutto detto, e sì è anche imprecato contro il destino e sia stato detto che no, per carità, non voleva morire, pure, pur preso alla sprovvista, non si sia lasciato scappare l’occasione. […] Era un poeta, la morte era al centro della sua meditazione; l’ha vista, non ha voluto o potuto sfuggirle».

La morte di Pasolini sarebbe allora, seppure per interposta persona, ovvero per mano di Pino Pelosi (talmente simile a Ninetto Davoli!), un suicidio. Pasolini è morto ammazzato perché non poteva andare altrimenti, perché non voleva o non sapeva negarsi una morte così reale e spietata e viva, in accordo con la sua arte e soprattutto con il suo istinto e con la sua vita; e perché non avrebbe potuto non apprezzare la regia oscura e terribilmente poetica di una morte siffatta, che pure lo uccide, che pure gli toglie davvero e per sempre la vita e la poesia e l’incanto e l’orrore del mondo che ama e che canta. Il corpo di Pasolini è percosso, schiacciato, fatto implodere, esibito sulle pagine dei quotidiani, infine sepolto a Casarsa. «Come un partigiano / morto prima del maggio del ’45» scriveva dieci anni prima, sempre in Una disperata vitalità, «comincerò pian piano a decompormi / nella luce straziante di quel mare / poeta e cittadino dimenticato».

Pasolini

Dario Bellezza, a lui sopravvissuto, ricostruisce l’aggressione; probabilmente Pelosi e Pasolini erano soli; forse Pelosi ha tentato di rubare la macchina di Pasolini, un’Alfa Romeo metallizzata; di certo Pasolini ha reagito, venendo però sopraffatto dal furioso Pelosi, che poteva anche essere, sostiene Bellezza, sotto l’effetto di qualche droga, magari le stesse amfetamine che prendeva Elsa Morante. O forse c’è stato un tentativo di sesso, anale o orale o masturbatorio, di sopraffazione di Pasolini sul ragazzo, provocando la conseguente reazione di Pelosi e l’assassinio, la violenza e l’investimento e la fuga in macchina. Ad ogni modo Pasolini è morto e Pelosi fugge, braccato, e verrà catturato, e adesso guarda Bellezza fra le sbarre del Tribunale dei Minori, Bellezza e i fotografi tutt’intorno, la folla di curiosi, come una stella del cinema – e sorride ai fotografi, e sembra divertirsi. Dario Bellezza lo osserva e non sa rassegnarsi alla morte di Pasolini, che già intorno a lui cercano di politicizzare, cedendo a teorie complottiste, un assassinio di Stato, dicono, un’aggressione fascista, togliendo al poeta assassinato, scrive il Bellezza del 1981, «la possibilità di morire gloriosamente e santamente come aveva voluto e potuto», cioè da martire della poesia e dell’omosessualità, per un destino crudele e magnifico che racchiuda e esalti tutta la sua opera e la sua vita.

Anche il destino di Dario Bellezza, che muore nel 1996, è crudele e a suo modo magnifico, poetico. Si ammalerà di AIDS, infatti, da poeta sconfitto e povero, e da omosessuale. «Saresti morto di AIDS / poeta assassinato» scrive in una poesia, rivolgendosi a Pasolini, «se fossi ancora restato / fra i vivi incerti / / chi ti piange è perduto / al ricordo e al passato». In questi ultimi anni, morti quasi tutti i suoi amici, i fantasmi che lo accompagnano nei sogni o negli incubi (Pasolini, Moravia, Morante su tutti), Bellezza tornerà sulla morte di Pasolini, che ancora lo tormenta, rinnegando completamente le tesi assolutorie di Morte di Pasolini. Perché Pasolini è stato ucciso in un agguato: non può essere andata diversamente. «Ero certo che quella sera Pasolini volesse veramente andare incontro alla morte?» scrive ne Il poeta assassinato, un libro postumo, riferendosi per l’appunto a Morte di Pasolini. «Ora non lo penso più. E per di più la sua morte non mi incute più paura, orrore, schifo. Ora invece mi calo sulle pagine del processo, sulle perizie, sulle testimonianze di quell’ultima, fatale sera, e arrivo per forza a scartare che nel momento finale Pasolini fosse solo. Fu un agguato. Ed è ancora tutto da scoprire se fu un agguato di marchette ladre della Stazione, e se l’agguato fu governato da una mente politica diabolica, quella che qualche mese prima aveva sussultato leggendo sul Corriere della Sera le parole di Pasolini: ‘Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe…’».

Il Bellezza del 1995 afferma l’esatto opposto del Bellezza del 1981, dichiarando che si trattò senz’altro di un assassinio premeditato, voluto dal Potere, dai servizi segreti e deviati, dai fascisti, dallo Stato. E noi, rileggendo di Pasolini e della sua morte, accompagnati dall’ultimo Bellezza morente di AIDS, non possiamo che tentare a nostra volta un’ipotesi, per quanto complottistica e forse risibile e poco credibile, e cioè che l’assassinio di Pasolini possa essere la conseguenza diretta della morte di Mario Zicchieri da parte delle Formazioni Comuniste Armate, il 29 ottobre del 1975, e che fu un assassinio mai rivendicato perché l’opinione pubblica e la Storia non l’avrebbero potuto accettare né perdonare, condannando i fascisti e celebrando la morte del martire-comunista-eroe Pier Paolo Pasolini. (Ma allora, aggiungiamo, perché ricorrere a Pino Pelosi? E perché non assassinarlo/gambizzarlo per strada, come si usava all’epoca? Perché aspettare la notte, all’Idroscalo di Ostia, e perché massacrarlo di botte e martoriarne il corpo? Per ucciderlo da “frocio” e non da intellettuale, non da “eroe”? Possibile? Non si leva così tutta la purezza e la tragicità di un destino già scritto?).

«Pasolini, ti hanno ucciso» scrive ancora Bellezza, in una poesia dedicata a Pasolini, «non meritavi di morire / né di vedere lo scempio del tuo corpo sacro / mentre tutti i poeti ermetici neorealistici o avanguardistici / coprono con le loro poesie di fetore l’umile Italia…». Come Pasolini, Bellezza non amava, per usare un eufemismo, la cosiddetta avanguardia, il gruppo 63 («I poeti della neoavanguardia sono dei piccoli-borghesi del cazzo» dirà a Maurizio Gregorini, ne Il male di Dario Bellezza, «certi solo di non affogare nella merda aggrappandosi alle manipolazioni della lingua, impasti in cui nascondono la nullità di una morale che uccide il senso nobile dello scrivere versi») – avanguardia che a sua volta ha commentato e pianto la morte di Pasolini, come riporta lo stesso Bellezza in Il poeta assassinato: «Ed era un coro di contumelie e di necrologi, pieno di interpretazioni psicoanalitiche e di compianti, di finte dichiarazioni di molti suoi nemici, fra cui Sanguineti e Fortini, che si dispiacevano di tanta sciagura, ma in cuor loro sogghignavano». Mentre Bellezza moriva di AIDS, Alberto Arbasino, uno degli scrittori più rappresentativi del Gruppo 63, che Bellezza definisce «salottiero e maligno» in Morte di Pasolini, entrava nel Pantheon dell’Adelphi, con la terza edizione di Fratelli d’Italia, vincendo per la seconda volta il Campiello e istituzionalizzandosi; nel frattempo Bellezza, più povero e solo che mai, non più vincitore di premi (il Viareggio per Morte segreta è del 1976), si disperava della morte di Pasolini e della propria orrida malattia, che lo avrebbe ucciso e dunque assassinato a soli cinquantadue anni.

Pasolini
Dario Bellezza

Pasolini è morto da poeta. Dario Bellezza è morto, come Pasolini, da poeta; e da poeti hanno vissuto entrambi. I loro destini, tanto terribili, si coniugano nella preveggenza delle rispettive poesie, nel dolore e nella violenza o nella malattia che sembrano presentire scrivendo. Così il Bellezza di Angelo ci conduce al Bellezza che muore negli anni Novanta, come le poesie di Pasolini che si vede morto sulle spiagge di Bombay o di Ravenna o di Ostia, in Una disperata vitalità, ci porta al Pasolini veramente ucciso all’Idroscalo di Ostia, che Bellezza canta e piange, recandosi a sua volta all’Idroscalo, poco prima di morire di AIDS, come racconta in Il poeta assassinato. «Quale era l’assurdità di tutta la faccenda che mi sfuggiva?» si chiede, davanti al luogo in cui è stato ucciso il suo vecchio amico e maestro. Non ha mai saputo rispondersi. Oggi all’Idroscalo di Ostia ci sono un parchetto e un monumento dedicati a Pasolini, con brani di molte sue poesie, anche se per vederlo abbiamo dovuto, in un caldo giorno d’estate, scavalcare un cancello sprangato.

«La morte non è nel non poter comunicare» c’è scritto su una targa apposta a un blocco di pietre, lungo il sentiero che porta al monumento, fra le erbe troppo cresciute, «ma nel non poter più essere compresi». Sono versi di Una disperata vitalità, ancora – per chiudere questa breve lettura e indagine con la poesia e non con la morte, non più con la violenza. Bellezza scriveva, in Invettive e licenze, dedicando i versi proprio a Pasolini, suo compagno e mentore, il “padre nobile” alla cui morte non ha mai saputo né voluto rassegnarsi: «Dio! Non attendo che la morte. / Ignoro il corso della Storia. So solo / la bestia che è in me e latra». La bestia che era in Pasolini, che Bellezza vedeva in Pasolini e che latrava, che si disperava o che godeva e che ci ammoniva, era la sua disperata o gaudente vita e quindi la sua opera, le sue poesie e i suoi saggi e i suoi romanzi e i suoi film e i suoi scritti teatrali e infine, da ultimo, la sua morte inaccettabile e terribile, che pure all’opera, come alla vita di Pasolini, soggiace.

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