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Pablo aveva una chitarra. Ripensare Pavese a 70 anni dalla morte

Una domenica mattina, senza alcun motivo apparente, mio padre tornò a casa con tre libri.
Erano La casa in collina, Fontamara e uno di Enzo Biagi.
Lui, non credo li abbia letti, ma io sì, eccetto l’ultimo, andato perso nel disordine delle cose. Avevo quattordici anni e già mi piaceva leggere, perché da bambino, in un pomeriggio lungo e da riempiere, dalla libreria di mia zia Maria tirai fuori Io e lui di Moravia e mi divertì moltissimo l’idea che nei romanzi ci fossero le parolacce.
Fontamara lo capii tutto, da cima a fondo, e a rileggerlo oggi è semplice rintracciarne il motivo.
Quello di Ignazio Silone è un romanzo così ben congeniato che non può non appassionare qualsiasi lettore, di qualsiasi età e con qualsiasi bagaglio culturale. In più c’era dentro il desiderio, manifesto, di giustizia sociale e d’indipendenza, degli uomini dagli altri uomini, pur vivendo assieme le stesse sofferenze, e queste erano cose che, così come tuttora, mi emozionavano molto.
La casa in collina, invece, non lo capii, ed è da quel libro in poi, dal non riuscire completamente a possederlo che sono diventato un lettore accanito. Perché fui rapito dal fascino, da questa cosa che, ancora oggi, solo i libri ai miei occhi hanno: il potere di dire tutto con il niente; la possibilità di riempire i silenzi con dei vuoti reali; l’indagine che schiaccia al suolo tanto chi investiga quanto chi viene investigato.
Da quel giorno, i libri diventarono una cosa maledettamente seria. La più seria di tutte. Cercai altre cose di Pavese e oggi, eccetto Il Mestiere di vivere, di cui ho fondamentalmente paura, ho letto tutto quello che ha scritto. Oggi, Pavese è così tanto il punto di partenza dei miei discorsi e processi mentali che non lo nomino nemmeno quando si tratta di elencare le cose che mi piacciono. Ieri, per tutta la mia adolescenza, irruenta e pesante, ho girato il mondo che avevo intorno a me con Antenati scritta su di un foglio, ripiegato in tasca.

Ho considerato Cesare Pavese un amico, di quelli ai quali fai una domanda e loro non ti rispondono, perché non ti vogliono mentire. Di quelli con i quali ci litighi e non ti vedi per un anno e quando lo rincontri nessuno sorride o si abbraccia, perché questo tipo di affetti, enormi, sono distanziati e impediti dal bene che c’è dentro, che genera anche un certo strano tipo d’imbarazzo.
Oggi, il mio preferito è La bella estate, ma quello per cui tifo, con tutto il cuore, è Il compagno, perché, forse, è stato il primo che ho letto dopo La casa in collina o forse perché è un miracolo.
All’epoca dei fatti non lo sapevo che nel mio quartiere ci fosse una biblioteca e la sola libreria faceva e fa quel che può e non aveva tanti titoli. In più, il primo liceo che ho frequentato non era una scuola ma una gabbia e nemmeno lì c’erano libri. Non era semplice, dunque, e in più, come se non bastasse, difficilmente lasciavamo le nostre strade per andare in centro, e una volta che si arrivava ero così stupito di tutto, così stupito di stare nella stessa città eppure in una città completamente diversa che non mi veniva proprio in mente di cercare una libreria. Il compagno, infatti, lo trovai per caso su di una bancarella di Port’Alba, che ancora c’è.

Pavese

Lo sollevai e la copertina era in parte stracciata e si leggeva solo il nome e il titolo e si vedevano dei pezzettini di colori. Lo aprii e fu come se un meteorite avesse colpito non tanto la terra quanto solo il mio corpo. Non lo ricordo esattamente, ma credo di aver provato questo strano dolore che provo ancora oggi quando qualcosa mi stupisce in maniera così profonda da farmi male: mi si strinse il cuore, e poi qualcosa lo punse con uno spillo molto lungo.
«Mi dicevano Pablo perché suonavo la chitarra». Così comincia Il compagno ed io pensai, egoisticamente, che Pavese stesse parlando a me solo. Lì, per la prima volta, credo di essermi innamorato, oppure no: semplicemente vidi la luce alla fine del tunnel. Perché il ragazzino che sono stato, sempre nervoso, agitato, sarcastico, solitario, sessualmente frustrato, che sprecava energie ad ogni passo perché ogni passo veniva messo giù in modo scomposto, e intento a suonare la chitarra il più possibile invece di andare a scuola, trovò un interlocutore e una voce, come la sua ma che non era la sua, con cui esprimersi. E oggi, che sono passati praticamente vent’anni e qualche migliaio di libri, reputo questo ancora il miglior incipit di sempre.
La storia de Il compagno è di quanto più semplice e classico ci sia. C’è Pablo, che non ha capito cosa vuole dalla vita perché non ha capito che persona è, e c’è Amelio, forse un suo amico, che invece ha già capito delle cose, e Pablo quindi un po’ lo ammira e un po’ se ne dispiace. E c’è Linda. «Poi cominciammo a darci i baci, quando abbassavano la luce. Linda ballava stretta stretta e mi cercava lei la bocca. Lo sapevo da un pezzo che doveva finire così, ma con Linda era tutto diverso. Non sembrava una cosa proibita. Starle vicino e non toccarla, non potevo». Linda stava con Amelio e dopo sta con Pablo, e anche di questo Pablo è un po’ felice e un po’ se ne dispiace, e, in fondo, Linda non ama nessuno eccetto l’idea che il mondo ha di lei. C’è la sconclusionatezza dei vent’anni, la rabbia, le chitarre, il girare a vuoto di notte e di giorno, con il bavero alzato e abbassato, i drink fino a che non viene l’alba e la fuga da un futuro che sembra già scritto. Poi Roma, il fascismo e l’impegno politico, generazionale e giusto. Gli arresti di notte. Un nuovo amore. Che forse non è amore, ma che quando funziona è bello e tenero, e allora ne Il compagno c’è praticamente tutta la vita, la vita di tutti.

Da un punto di vista strettamente linguistico non è ancora il Pavese che diventerà, con quella prosa silenziosa e musicale, agile e quieta, ma lo si sente arrivare, si percepisce con esattezza la perfezione in cammino come la vibrazione sui binari che precede la comparsa del treno, e anche questo è bello: vedere il Pavese scrittore farsi uomo sotto i nostri occhi. E mi rendo conto, rileggendomi, di non aver detto quasi nulla.
Di non aver accennato al Pavese traduttore, ovvero alle sue traduzioni sbagliate e perfette. Al Pavese che ha introdotto la letteratura americana in Italia, inventandosi quella italiana, e senza imitare l’oggetto dei suoi desideri, forte e cosciente di una lingua, l’italiano, che ha decine di verbi per sfumare il concetto di amore al contrario del suo avversario. E niente del suo lavoro, inestimabile, in Einaudi e niente della sua vita, delle sue passioni, dei suoi umori e del suo suicidio, avvenuto, domani, settant’anni fa esatti. Non ho detto nulla se non quello che penso ogni volta che ripenso a lui: che mi ha fatto tanta compagnia, la migliore possibile, e gli sono grato. E che proprio come quando ti muore un amico, quel giorno, quell’anniversario, arriva sempre, di nuovo, si ripete e alla lunga non hai più molte parole, ma solo una certa commozione, e te la tieni stretta, in quanto testimonianza e ultime sembianze di quel legame.
E La casa in collina non l’ho mai riletto. E non so se mai lo farò.

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