Comma 22

Nella voragine degli affetti mancati. Cieli in fiamme di Mattia Insolia



Ci sono autori che, ossessionati dalla scrittura, finiscono a scrivere sempre della propria ossessione. Mattia Insolia, classe 1995, appartiene a una generazione che ha rinunciato a “uccidere il padre” perché il padre è stato pressoché assente. E tuttavia, sembra suggerirci l’autore siciliano, vale la pena confidare in Telemaco: «Qualcosa torna sempre dal mare». L’incapacità, o meglio, l’impossibilità di essere adulti, è la traccia di un’ispirazione che in Insolia si è tradotta in due romanzi: Gli affamati, uscito per Ponte alle Grazie nel 2020 e Cieli in fiamme, in libreria per Mondadori in questi giorni. Indagare i rapporti filiali serve a comprendere perché oggi la maturità non è più una conquista sicura ma quasi un imprevisto.
Una possibile dichiarazione di poetica è formalizzata nero su bianco nel racconto Un piccolo incendio, antologizzato in Data di nascita, uscito lo scorso anno per Solferino. Qui Insolia mette in bocca al dodicenne Livio una frase rivelatrice: «La mia famiglia era composta da estranei». Se Livio sceglie di scappare lontano dai genitori in virtù di una colpa ai suoi occhi inespiabile, i fratelli Paolo e Antonio de Gli affamati sono lasciati soli da chi li ha messi al mondo. Niccolò di Cieli in fiamme ne è invece ostaggio, sebbene si affanni a ripudiare padre e madre. Paolo, Antonio e Niccolò potrebbero incrociarsi per le strade di Camporotondo, località meridionale che Insolia ha eletto a sua Macondo. Tre ragazzi con il futuro alle spalle che, nel risalire la voragine degli affetti mancati, trovano nella vocazione all’odio il loro stesso diritto di esistere.

cieli in fiamme

Niccolò Giordano, protagonista di Cieli in fiamme, prende di mira anziane inermi perché «qualcosa nelle grida delle vecchie lo faceva spaccare dalle risate». Ecco un diciottenne che divora la vita tra culto del corpo, cocaina e sesso promiscuo. Tanto assuefatto al privilegio da disprezzare «i figli sottodotati di un Dio inerte» delle periferie. Odia la madre Teresa Vasta, insegnante di italiano e latino in un liceo e compagna di un chirurgo: «La odiava, quella cretina sotuttoio. Porco cazzo, quanto la odiava». Nei confronti del padre Riccardo Giordano, avvocato mancato costretto negli anni ai mestieri più umili e disparati, che vive in affitto in «un buco sopra la circonvallazione», prevale l’indifferenza: «Era solo uno sconosciuto con cui si ritrovava a condividere una spruzzata di geni». Una famiglia di estranei, per richiamare il Livio di Un piccolo incendio, che non è mai stata una famiglia. Teresa e Riccardo non si sono mai sposati, non hanno mai vissuto insieme. Niccolò, che spesso si è avvertito come «una conseguenza dei genitori», intuisce che nel passato si annida un segreto innominabile. Una sorta di peccato originale grava all’ombra del suo concepimento. Ecco il mistero che Cieli in fiamme tenta di sormontare nelle sue pagine.

Il romanzo – che procede in un montaggio alternato di tempo, luogo e personaggi – si snoda tra i due estremi dell’estate del 2000 e l’inverno del 2019, tra la località balneare di Camporotondo e Paloma, una «qualsiasi città al mondo», metropoli anonima di un supposto Nord Italia. Nell’estate del 2000 scopriamo la sedicenne Teresa Vasta, studentessa al quarto anno di liceo classico, che tenta di sciogliere tutto il suo senso di inadeguatezza tra gli Harmony e i cd del Festivalbar. Si prende una cotta per il bello e dannato Riccardo Giordano, benestante e fatuo diciottenne al primo anno di Giurisprudenza. Entrambi vivono tra le macerie di famiglie esplose. Se Riccardo non vive sotto la tutela dei genitori, Teresa è vessata da una madre bigotta, che la chiama sgualdrina, che sfoga su di lei tutte le frustrazioni: «Teresa, in trappola nell’angolo, cercava di parare i colpi, accoccolata contro i mobili, rannicchiata su sé stessa».
Forse per questo Teresa ha bisogno di amare Riccardo, forse per questo ha bisogno di «imbucarsi alla festa del mondo». Spera che lui la inizi al mondo che finora si è limitata a vedere in Beverly Hills 90210. Un evento drammatico caglia in veleno tutte le illusioni. È quello strappo violento del destino che ora, a distanza di diciannove anni, consuma il trentaseienne Riccardo. Costringe il figlio Niccolò a un on the road da Paloma a Camporotondo per fare finalmente i conti con i suoi fallimenti e scegliere, a suo modo, un riscatto possibile. Immaginiamo Niccolò convenire con il Carlo Castellaneta di Viaggio col padre: «Mi pareva abbastanza, questa tenerezza nuova e matura che mi nasceva vicino a lui, perché si facesse pace una buona volta e io tornassi a sentirmi figlio… Ma il ricordo, una ferita antica e ancora aperta, mi teneva». Nel cupio dissolvi di questo padre si intravede l’unica via di fuga in questo affresco nero: «Io mi lascio accadere. Seguo l’istinto. Obbedisco al desiderio… Se esci dal ruolo non devi preoccuparti di quello che fai, di quello che sembri, ma puoi lasciarti andare e accadere per come sei davvero».

Cieli in fiamme mette certamente in scena la distanza pressoché incolmabile tra le generazioni. E tuttavia i diciotto anni di Niccolò coincidono, nella scansione dei capitoli, con l’adolescenza di Teresa e Riccardo. Agli occhi del lettore il tempo si cristallizza nel punto di rottura che coinvolge tutti e tre nella transizione verso l’età adulta. Insolia riesce nel miracolo di rendere coetanei genitori e figli al punto che le identità si sovrappongono. A tirare il filo di un personaggio, si smaglia inevitabilmente l’ordito dell’altro. È forse finito il tempo della responsabilità? Siamo destinati a non crescere più? Insolia ci strappa a una dolorosa consapevolezza: siamo tutti destinati a restare figli perché non possiamo e non vogliamo più essere padri e madri.




In copertina: immagine di ziatsikau