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Navigare nell’anima delle città per raccontare storie. Intervista a Jan Brokken



A Venezia l’anima affiora in superficie a ogni alta marea. La puoi sentire – di notte – con il suo lento salire e scrociare, un’eterna carezza ai muri delle case. A Venezia l’anima è triste quando piove, i gabbiani le parlano ma lei non risponde. L’anima di Venezia ti ascolta, quando le racconti le tue malinconie a Punta della Dogana, ti sorride attraverso i colori brillanti di Burano, ti seduce tramite i suoi soffitti affrescati, ti entra nelle ossa come un’umidità da cui non si può guarire.
Jan Brokken è tornato a Venezia in occasione del Festival Incroci di Civiltà, organizzato dall’Università Ca’ Foscari. Dico tornato perché è una delle sue città preferite – e di chi non lo è? – e ogni tanto rimette piede sulle sue fondamenta effimere. Per l’occasione ha dialogato con Hans Maarten van den Brink e Pietro Del Soldà, trasportandoci in un viaggio all’interno della geografia del suo ultimo libro, L’anima delle città (Iperborea, 2021). Poi, davanti al tavolo di un piccolo ristorante nascosto in Campo Santa Margherita, si è lasciato andare ad aneddoti e frammenti di memoria personale. Con la musicalità propria del francese, mi ha raccontato dei suoi esordi da giornalista, di quell’intervista a Gabriel García Márquez durata giorni in cui non aveva potuto prendere appunti o registrare. «Mi disse che aveva paura solo di tre cose nella vita: gli aerei, i dentisti e i registratori. Mi raccontò che il suo miglior reportage l’aveva scritto solamente con ciò che ricordava, e che io avrei dovuto fare altrettanto. Alla fine, parlammo due giorni».

brokken

Nato a Leida nel 1949, Brokken inizia la propria carriera scrivendo per un settimanale, una palestra per la sua penna da avido cercatore di storie. Erano quasi dei ritratti, i suoi articoli. Dei dipinti in bianco e nero, carattere Courier, in cui le parole diventavano visi, storie, vite. Il suo esordio narrativo – a 35 anni – lo portò a dover scegliere quale carriera perseguire. Quella letteraria ebbe la meglio.
Jan Brokken percorre il mondo per poterlo raccontare, condensandolo in particelle di cellulosa. Un cordone ombelicale collega i suoi viaggi alla scrittura, una dimensione non potrebbe esistere senza l’altra. L’anima delle città è ciò che più si avvicina a un viaggio sentimentale per strade e piazze fino a arrivare alle storie – quelle che nei libri di Brokken non mancano mai – di personaggi che hanno segnato la cultura nei secoli dei secoli. Dal rapporto odi et amo di Mahler con Amsterdam, all’amore di Morandi per Bologna, ma anche la Bergamo di Donizetti, la Parigi di Satie e il tentativo di ricostruire la scrittura di Calvino sulla base degli scenari della sua Cagliari. Usare il possessivo diventa d’obbligo, non è solo una scelta stilistica.

Con L’anima delle città ha portato i lettori in vari luoghi d’Europa per poi ritornare ai Paesi baltici, una presenza costante nei suoi libri. Qual è il suo legame con queste zone?
Ci sono venuto per caso, non avevo alcuna intenzione di parlarne. Ma poi qui ho trovato tutta la storia europea nella forma più tragica possibile. Tutto è al tempo stesso più orribile o più bello, i contrasti sono enormi. Per centinaia di anni gli abitanti di queste zone sono stati obbligati a parlare tedesco o russo, non avevano il diritto di avere una cultura. Poi si sono rivoltati, cantando nella propria lingua hanno fatto una rivoluzione, molto nobile, tra l’altro. Tutto ciò mi affascina, e come posso esprimere quello che sento se non scrivendo delle storie sulle persone? In questo modo la storia diventa visibile, acquisisce un viso e la possiamo sentire sulla nostra pelle.

Parlando dell’anima delle città, in che modo questa s’interseca con la vita delle persone e con quella dell’autore stesso?
Nei miei libri ho sempre cercato di raccontare la grande storia, dandole un viso e personificandola in persone note o sconosciute. L’ho fatto, ad esempio, in Anime Baltiche con il libraio di Riga, Jānis Roze, che dalla vendita di calendari e almanacchi arrivò a fondare nel 1914 una casa editrice attiva ancora oggi. È un gioco di prospettiva: cerco di allargare la storia mondiale per restringerla, arrivando a quella personale, per poi riallargarla di nuovo abbracciando quei temi universali, dalla libertà all’amicizia.

Jan Brokken

I suoi libri hanno la capacità di trasportare i lettori in un altro tempo e in un altro luogo. Abbiamo appena superato un periodo di forti restrizioni, che valore ha avuto la letteratura in questo senso? Pensa che ci abbia aiutato a vivere la pandemia?
Penso che la letteratura abbia la grande capacità di far sentire le cose. I libri accademici possono farle comprendere, ma la narrativa è in grado di invitare i lettori in un mondo che non conoscono, facendo provare loro delle emozioni. Ci può portare in un altro mondo, si sa che la letteratura sia il miglior modo di viaggiare, anche perché ci permette di farlo anche nel tempo. E forse era proprio di questo che avevamo bisogno, durante le fasi più critiche del Covid19.

Cosa vuol dire raccontare le storie degli altri? Ce n’è una a cui si sente legato più delle altre?
Significa far conoscere la grande storia e la storia delle città. Di getto mi verrebbe di dirti Anna Achmatova. Non è solo la sua poesia ad affascinarmi, ma anche il suo comportamento. I suoi poemi, scritti negli anni Trenta, non sono stati pubblicati in Urss fino agli anni Quaranta. Sarebbe potuta partire, ma ha sempre sostenuto di voler restare là dove il suo popolo si trovava, in sofferenza. Ciò mi ha dato la possibilità di parlare dell’oppressione degli artisti, del comunismo. Penso che tutti dovrebbero conoscere la sua storia. Mi è piaciuto molto parlare di lei, non ho scritto la sua biografia ma solo ciò che mi affascinava.

Nello scrivere il suo ultimo libro si è ispirato a Calvino. Che legame ha con questo scrittore?
Quello che trovo interessante è la sua idea secondo cui ciò che vediamo non è interessante di per sé ma lo diventa in relazione al senso che gli attribuiamo. Calvino dice le stesse cose di Dostoevskij sulla vita, ma in un modo molto più leggero. Questo mi ha guidato nel mio modo di scrivere, mi ha insegnato che le cose più profonde e serie possono essere dette con leggerezza e fantasia, sorridendo, quasi.

Sorride anche Brokken, davanti a dei cicchetti rivestiti di baccalà come colline innevate. Di Venezia – dice – gli piace il crocevia di popoli, di storie. Le lingue che si mescolano in una Babele che non fa sentire nessuno straniero, l’azzurro del cielo che si intreccia alla sottile linea d’argento del mare.

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