09.03.2026

Come fabbricare una donna. Intervista a Marie Darrieussecq

Una conversazione con la scrittrice e psicoanalista francese

Nuota, nell’acqua nera dell’utero materno, una creatura indesiderata. Le sue grida prorompono dalle profondità del tempo, dall’antichità più remota, dai più putridi fondali oceanici. La gatta è incinta e stropiccia il suo ventre contro i muri, contro i cuscini del divano, contro la scarpa di un ragazzo che legge; è il suo destino, farsi ingravidare da un bruto felino e dare vita a uno, tre, sei cuccioli. Ma non è possibile che la stessa cosa stia succedendo, ora, non è possibile che qualcosa si muova nella pancia di una ragazzina di quindici anni che la notte sogna il cinema sotto i poster di James Dean e Marylin; un’adolescente che balla senza freni sotto l’effetto dell’alcol, tra corpi zuppi di sudore, guance infiammate, fauci animalesche che vorrebbero divorarsi a vicenda. Dall’altra parte della strada, Rose si domanda se dovrebbe dormire con il ragazzo-poeta che pensa di amare, se dovrebbe accettare di essere penetrata, sia pure dolcemente; se è vero che dovrebbe ingoiare la pillola perché, come dice la femminista degli anni Settanta che è sua madre, rappresenta l’invenzione più lungimirante che l’essere umano – di nuovo un uomo – abbia mai concepito.  Parte da qui – dalle traiettorie divergenti di due corpi soggetti, fin dal loro concepimento, alle norme di una società costruita da e per l’uomo – Fabbricare una donna, il nuovo romanzo di Marie Darrieussecq, pubblicato da Crocetti Editore, nella collana Mediterranea, con la traduzione di Sofia Tincani.

Rose e Solange sono due adolescenti in una cittadina basca degli anni Ottanta, definibili come “migliori” amiche da quando rotolavano fuori dal letto con un cuscino ficcato sotto il maglione per fingersi incinte. Un passatempo giocoso, una finzione infantile, ma anche la preannunciata figurazione dei loro futuri corpi gravidi. Avevano udito i gemiti violenti, il respiro affannato della cana del vicino mentre sgravava sulla terra umida, avevano osservato i suoi muscoli contrarsi, la sua lingua leccarsi intimamente, e sapevano entrambe che la pancia delle donne era il luogo da cui – prima o poi – sarebbero usciti quei bambini che le avrebbero rese madri. Se Rose decide che, un giorno, quando si sarà impegnata a “fare tutto bene”, si sposerà con il suo fidanzatino delle elementari – abito di carta bianca fioccata, profusione di rose e brindisi al Grand Soleil – e che i suoi figli si chiameranno Emma e Gabriel, dall’altra parte della strada, sotto le coperte di un letto disfatto, e immersa nella sua ampia camicia da notte di Snoopy, Solange si desterà tra gli incubi della nausea, segno inconfondibile che qualcosa è andato storto. Che senso ha contare i giorni quando il suo corpo, armato di una nuova vita, ha più voce della matematica? Che senso ha ricorrere all’aborto quando nessuno gliene ha mai parlato? «Non posso cambiare niente del passato mia Solange ma ti dico che il futuro ti aspetta», le sussurra la Solange del futuro, mentre l’adolescente del presente fila via da casa, lontano dal paese, nella Citè, tra le braccia di un ragazzo che non la ama. E, su un materasso sbattuto da qualche parte e che puzza di tabacco, le mani del fan dei Noir Désir la toccano dappertutto, le labbra, il seno, le cosce, il ventre germito dagli artigli di una forma mostruosa.

«Il mondo è dolore. E nessuno lo dice» realizza, più tardi, la Solange distesa su una barella d’ospedale, pochi minuti dopo essersi sgravata da una sofferenza inumana, poco dopo essere passata tra le trame sfilacciate di un presente invivibile. La madre le stringe la mano, un’ostetrica denuncia la sua ingestibilità, mentre un medico le infila un dito tra le gambe. Zac, zac, un chewing gum viene fatto a pezzi sotto i denti dell’uomo vestito di bianco, mentre il suo ventre si squarcia, si apre in due sotto il coltello della brutalità, come un pezzo di carne sul bancone insanguinato di una macelleria. «Un tempo le donne morivano dissanguate», proferisce poi una seconda ostetrica sventolando l’ultimo pezzo di sangue come una bandiera.

Già dal 1996, quando uscì il suo romanzo d’esordio, Troismi – la vertiginosa metamorfosi suina di una giovane donna impiegata in una profumeria di Parigi sullo sfondo di una dittatura imminente – Marie Darrieussecq, scrittrice, traduttrice (tra i libri tradotti, Una stanza di tutta per sé di Virginia Woolf) ed ex psicoanalista francese pone al centro della sua riflessione il corpo femminile, le sue costanti e tremende trasformazioni, il suo rapporto viscerale con il cambiamento. Su questi, e tanti altri temi, l’abbiamo intervistata.

Materia prima della sua scrittura è il corpo femminile, con il suo corollario di dolori innaturali e i suoi fiumi di sangue. Il sangue crea legami, ma ha anche la forza di fare a pezzi. In che modo le donne del suo romanzo vengono spezzate dalla società?
Quando Solange partorisce è troppo giovane e, a quindici anni, il suo corpo non è abbastanza maturo per affrontare uno sforzo simile. Sono gli anni Ottanta e non le viene proposta l’epidurale, il termine “violenza ostetrica” nemmeno esiste, viene maltrattata, come se lo meritasse. Io scrivo con il sangue delle donne, con il loro corpo, ma scrivo anche di classi sociali, dello sfruttamento delle donne – e di alcuni uomini – da parte del capitalismo.

L’ambientazione in Normandia riflette luoghi che lei ha vissuto in prima persona?
Sì, negli anni Ottanta io non vivevo a Parigi, città che mi ha permesso di essere libera, ma in provincia. Ho conosciuto almeno quattro “ragazze madri” nel mio paese e al liceo che frequentavo, che si trovava a un’ora di distanza da casa. Queste ragazze mi hanno segnato profondamente, perché ognuna aveva il proprio destino singolare. Non avevano avuto accesso all’aborto – che pure era legale all’epoca – a causa delle loro famiglie o dell’abbandono sociale in cui si trovavano.

L’assistente sociale chiama Solange “Mamma”, l’ostetrica la definisce “Mammina”, ma, dentro di sé, la ragazza sa già che «partorire ed essere madre sono due cose diverse». Nello stesso modo, ridefinendo oggi il concetto di genitorialità, possiamo affermare che non partorire non significa per forza non diventare madre. Ma quel “diventare madre” fa parte della stessa fabbrica a cui è soggetto storicamente il corpo della donna?
Fabbricare una madre… beh, per Solange non funziona. Lei vede questo bambino come qualcosa che è uscito dal suo corpo e con cui non ha alcun legame. È sua madre, la nonna, a occuparsene, come ho visto accadere in passato dalle mie parti. E spesso la nonna se ne occuperà male, come se il bambino fosse un fardello.

Marie Darrieussecq © Charles Freger

Che differenza c’è tra le due ragazze?
Da una parte, Solange è così segnata da questo parto catastrofico, conseguenza del suo primo approccio con gli uomini, che le ci vorrà molto tempo per riavvicinarsi a loro. Frequenta spesso le discoteche per riappropriarsi del proprio corpo e diventa molto amica di Brice, un ragazzo gay. La sua migliore amica, Rose, è invece più conforme a ciò che la società si aspetta da una ragazza degli anni Ottanta: che sia saggia, che vada bene a scuola ma senza nutrire eccessive ambizioni. Rose finirà per sposare il suo amore del liceo, Christian, seguendo le regole della “brava ragazza”. La storia di questa coppia mi affascina, ponendomi un interrogativo: come si può stare tutti questi anni con lo stesso ragazzo, la stessa ragazza? Alla fine anche per Christian è troppo.

Qual è il rapporto di Solange e di Rose con la cura?
Una cura, l’altra no. La cura è tradizionalmente affidata alle donne eppure le mie protagoniste, ciascuna a proprio modo, eluderanno questo imperativo. Solange si rifiuta e si rifugia in un egoismo di sopravvivenza. Rose, invece, ha un potere nelle proprie mani che però non sa controllare bene.

Questa forza che caratterizza Rose ha per lei un significato personale?
Sì, io sono di origine basca. Molte donne della mia famiglia avevano la facoltà di togliere infiammazioni, curare da piccole ustioni o da herpes zoster, semplicemente sollevando da terra la persona malata. Ho assistito a scene piuttosto simili alla magia a casa di mia nonna e della mia prozia, che ancora non riesco a spiegarmi, ma di per sé così romantiche che ancora appaiono in tutti i miei libri.

Quale spazio occupa oggi la magia nella sua vita, e in che modo dialoga con la sua pratica di scrittura?
Le streghe basche furono sterminate nel XVII secolo dall’Inquisizione cattolica, ma alcune stirpi sono sopravvissute, e la mia scrittura ne è una sorta di manifestazione, dal punto di vista della finzione, dell’umorismo, ma anche della trance, che pratico per immaginare meglio i miei personaggi e il loro destino. Solange si iscrive a psicologia per “normalizzarsi” e ottenere una laurea, ma poi la sua pratica sarà molto particolare. È una strega che non sa di esserlo, e che a volte fallisce!

Solange non sa come vivere il suo nuovo corpo e sta andando a fondo, finché non conosce il teatro e viene salvata dall’Antigone messa in scena a scuola. Attraverso la recitazione avviene in lei una seconda metamorfosi?
Penso che tutti conosciamo persone che sono state salvate da un insegnante. Nel mio caso, al liceo, l’insegnante di teatro aveva un grande carisma – era forse una strega? – e sapeva restituire la voglia di vivere alle studenti depresse. Il teatro ha salvato molte persone intorno a me. Così come la scrittura, un’arte molto più solitaria, ha salvato me. Solange scopre che sul palcoscenico può essere se stessa, può respirare. E Antigone, questa figura di resistenza assoluta, diventa per lei un modello. Hai ragione, in tutti i miei libri passo da una metamorfosi all’altra, ma fin dai tempi di Omero e Ovidio questo è il tema centrale della letteratura. Fin dal mio primo romanzo, Troismi, le mie metamorfosi riguardano senza dubbio i corpi delle donne in movimento, tutto qui.

Nel romanzo non compaiono solo figure femminili emblematiche, ma anche adolescenti coetanei di Solange e Rose, la cui crescita mette in discussione la costruzione del maschile. Penso, ad esempio, a Christian, che vorrebbe essere “virile” e rifiuta di farsi consolare dalla sua ragazza. La stessa macchina sociale che modella il femminile è anche quella che insegna agli uomini a non piangere?
“Boys don’t cry”, cantavano i The Cure all’epoca, proprio per denunciare il fatto che ai ragazzi non era permesso essere vulnerabili. L’imperativo della virilità renderà Christian impotente per un certo periodo, fino a quando non troverà una via d’uscita nella tenerezza e nella poesia. Ma questo avrà un costo per lui, in quei brutali e ultra-mascolini anni Ottanta e Novanta. Avrà sempre difficoltà a lasciarsi consolare dalla sua ragazza.

Le interessa esplorare le figure maschili?
Sì, e mi interessano questi uomini del futuro! I ragazzi vengono fabbricati, tanto quanto le donne, ma le ingiunzioni contraddittorie che gravano su di loro sono meno laceranti di quelle che opprimono le giovani donne. Le ragazze in genere devono essere “liberate” sessualmente per non passare per puritane o antimoderne (in Francia in quegli anni c’era persino una canzone che passava continuamente alla radio, Femme libérée), ma non devono fare “troppo sesso” per non essere considerate delle sgualdrine.

A suo avviso in Francia, rispetto al passato, l’autonomia delle donne ha fatto passi avanti significativi?
Fortunatamente oggi il consenso è più valorizzato, ma la legge e la polizia faticano ancora a giudicare correttamente gli uomini responsabili di violenze sessuali

In maniera mirabile, nel suo libro, il discorso sull’identità di genere si coniuga con le tematiche di classe e di razza. Per lei, nel XXI secolo, non è più possibile separare queste battaglie?
Sono nata nella classe media e i miei genitori, figli di proletari, erano dei transfughi di classe. I miei nonni erano proletari, pescatori e operai nei Paesi Baschi. Rimango un’autrice piuttosto influenzata dal marxismo e io stessa sono un prodotto della scuola pubblica e delle letture dei miei genitori, che a propria volta avevano imparato a leggere grazie ai loro insegnanti. In questo senso sono, forse, un modello piuttosto antico della fabbrica degli intellettuali… Il mio percorso mi ha anche fatto toccare da vicino il razzismo. Provate a prendere un taxi con una persona nera e vi accorgerete che, be’, i taxi non si fermano! E questo è solo un esempio molto banale dell’enorme razzismo che pervade l’Europa.

La scrittura può essere considerata una forma di resistenza?
Io resisto come posso come cittadina, collaborando come volontaria in varie associazioni, ma i miei romanzi non vogliono essere pamphlet politici. I miei romanzi mostrano personaggi goffi, ambivalenti, insicuri. Raccontando le mie storie, cerco di mettere i miei lettori e le mie lettrici nella posizione di farsi una propria opinione. Per questo mi addentro molto nella mente dei personaggi, vorrei che chi legge si mettesse davvero nei loro panni. Il ventunesimo secolo è iniziato con molta violenza, certo, ma non dimentico che i miei genitori facevano scorte di acqua e farina quando eravamo terrorizzati all’idea di una vitrificazione nucleare delle nostre città. E poi appartengo alla generazione dell’AIDS, la gestione disastrosa dell’epidemia e il numero di giovani amici che sono morti mi hanno reso piuttosto disillusa. Nessuna epoca è peggiore di un’altra, credo – e la buona notizia è che per le ragazze, le donne e le persone queer oggi va meglio rispetto al passato, anche se bisogna rimanere molto vigili!

Il suo romanzo riporta due punti di vista attraverso la concatenazione di brevi paragrafi separati l’uno dall’altro da uno spazio bianco. Questa struttura narrativa le permette di indagare meglio la complessità umana?
Penso che questo romanzo abbia un aspetto metafisico. Due solitudini umane cercano di essere amiche. La struttura riflette la loro separazione ontologica. E lascia spazio a una lettura che diventa un po’ meditativa. Si può giudicare Solange un’ingrata, perché è l’amica che chiama solo quando le cose non vanno bene, e Rose un po’ fastidiosa, perché tende a invadere lo spazio dell’altra, ma entrambe fanno quello che possono. Gli anni Ottanta hanno insegnato, a noi ragazze, a essere rivali, perché i posti di rilievo disponibili per le donne erano pochi. Nell’ultima parte del libro, a seguito di un evento specifico, le due amiche riescono a stare davvero insieme, ma non vi dico altro. La loro complessità fa semplicemente parte dell’animo umano.

Solange e Rose sono già comparse in due suoi romanzi in passato, è affezionata a queste due ragazze e le piacerebbe scrivere ancora di loro?
Sono affezionata ai miei personaggi e mi piace farli tornare in altre storie. Non sono certo la prima a farlo: Ulisse è presente nell’Iliade prima di intraprendere la sua Odissea. Zola, Balzac, Faulkner, che studiavo a scuola, hanno fatto tornare continuamente i loro personaggi in diverse opere. È come se avessi una scatola di Playmobil e li tirassi fuori per giocare, ma non si tratta esattamente di una serie o di un feuilleton. Non ho bisogno di inventarne altri, perché tutti i miei personaggi possono farsi carico delle mie ossessioni: il corpo, i fantasmi, l’eccesso e la scomparsa, l’oppressione e la libertà, il rapporto con gli animali e con lo spazio, più che con il tempo. Scriverò dei figli delle mie due eroine: quel bambino malato di Solange, che ne sarà di lui? E la figlia di Rose, che sembra così fragile, allergica a tutto, coperta di eczema, ha il potenziale per diventare una grande sciamana…





Immagine di copertina: Ritratto di Marie Darrieussecq © Charles Freger

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