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Luis Sepúlveda e quel romanzo mai scritto

La prima volta che ho incontrato Luis Sepúlveda risale ormai a circa venticinque anni fa.
Se la ricordo non è per il solito narcisismo di noi giornalisti: io lo conoscevo bene, io e lui quella volta che, c’eravamo sentiti poco tempo fa, ecc. ecc. No, è perché proprio quel giorno scoprii che cosa vuol dire veramente essere un narratore.
Dunque, l’incontro fu a Monaco di Baviera, per un’intervista al Corriere. Luis abitava in un borgo vicino all’aeroporto, accanto alla casa della ex moglie che, dopo il divorzio, si era risposata con un pilota della Lufthansa. Con lei vivevano i due figli avuti da Sepúlveda, e lui, molto spesso, andava lì per passare un po’ di tempo con i ragazzi.
Il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, era uscito da Guanda nel 1993, ed era stato subito un successo. In casa editrice aspettavano un nuovo romanzo, che Luis aveva promesso. Perciò, dopo aver parlato del Vecchio, degli indios shuar, del suo esilio, di Pinochet e dei ricordi del Cile, feci la domanda sul nuovo romanzo. Di cosa parlava? Quando l’avrebbe consegnato? A che punto era?

E qui scatta la magia. Luis mi indica una risma di fogli accanto alla stampante. Mi dice: «Eccolo qui il romanzo, è quasi finito». Come si chiamerà? «El Gordo y el Flaco, il grasso e il secco, in spagnolo la coppia Oliver Hardy e Stan Laurel l’abbiamo sempre chiamata così». E comincia a raccontare.
«Siamo a Santiago, in Cile, in un cinemino di periferia. È la notte fra il 4 e il 5 settembre 1970, è l’ultimo spettacolo. Hardy e Laurel stanno facendo le solite gag, il secco piagnucola, il grasso brontola. Ma improvvisamente entrano in sala molte persone gridando: Abbiamo vinto, abbiamo vinto! Hanno i risultati delle elezioni in cui Salvador Allende ha battuto il candidato della destra Alessandri. Il pubblico si alza in piedi, batte le mani, urla di gioia e di felicità. Nessuno guarda più Stanlio e Ollio sullo schermo. I due attori si fermano, non capiscono, poi si decidono a uscire fuori dallo schermo per chiedere che cosa sta succedendo. E la gente gli spiega che cosa vuol dire la vittoria di Unidad Popular, finalmente un Presidente che sta dalla parte del popolo, dei lavoratori, uno che saprà costruire «un Chile más diferente». Uno del pubblico invita el Gordo y el Flaco a unirsi a loro. Perché questo è l’inizio di un mondo nuovo e loro non possono mancare. Così, ormai fuori dallo schermo, Stanlio e Ollio si uniscono alla folla che esce dal cinema con bandiere e canti».
E poi? «I compagni portano i due nei quartieri popolari, davanti alle fabbriche. Sono vestiti in modo strano, la gente li riconosce subito e chiede: Anche voi siete qui? Sì, stiamo con Unitad Popular… Finisco qui, sennò poi il libro chi lo legge più, tanto fra poco lo consegno».

Sepúlveda
Luis Sepúlveda e Ranieri Polese, 2017

Finiamo l’incontro parlando di Woody Allen, La rosa purpurea del Cairo: anche lì l’attore usciva dallo schermo («Il bello del mestiere di narratore è che le idee girano, ciascuno se ne può servire come vuole»), e di Osvaldo Soriano: «Sì, Triste solitario y final è uno dei libri che ho amato di più. Anche lì ci sono Laurel e Hardy, ma c’è anche Philip Marlowe, finzione e realtà, una meraviglia. Soriano l’ho conosciuto più tardi, quando ero ormai esule. Era nata una grande amicizia, argentino lui cileno io, noi del cono Sur siamo tutti fratelli, anche per via delle dittature che ci hanno massacrati».
Comincia, Luis, a raccontare di una volta insieme a Soriano che parlavano di fútbol e… però io guardo l’orologio, devo tornare all’aeroporto, mi dispiace devo andare. Prometto di rivederci in Italia, all’uscita del nuovo romanzo. Una volta a Milano, scrivo l’intervista e parlo quasi solo di El gordo y El Flaco, in fondo è quasi uno scoop e la storia è bella.

Ed è bella anche perché quel libro Luis non l’ha mai scritto. El Gordo y el Flaco è vissuto solo nelle sue parole, durante quelle due ore a Monaco di Baviera.
Luis quel giorno mi aveva mostrato che cosa vuol dire narrare, aveva rivelato il fascino del racconto orale che è da sempre all’origine della letteratura. Dove, a volte, si trascrivono le parole dette, con il rischio spesso di perdere la magia che si crea fra chi parla e chi ascolta. Sepúlveda nei suoi scritti è rimasto immune da quel rischio. E qui sta la sua grandezza.
Da quel giorno mi è rimasta una domanda. Luis l’avrebbe mai terminato quel racconto? Qualche volta, ricordandogli il nostro primo incontro, gliel’ho chiesto. E lui, ridendo, rispondeva: «Claro que sì!».
Ora comunque una cosa la so: che lui quella storia la sta raccontando ai suoi amici di là.

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