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L’ora dei non visti tra le pagine di esordio di Michael Bible



Silenzio di acciaio, filo spinato, immobilità pesta. Sulla linea dell’orizzonte danzano le foglie di un corniolo. Fanno su e giù, su e giù, tra la brezza sfrontata e la gravità ineluttabile. Tremano e resistono, tremano e resistono fino alla piroetta finale. Su e giù. Sono l’ultima cosa bella sulla faccia della terra. Sono l’io e un qualche dio. Sono l’ora dei non visti, l’ora estrema di Iggy. Sono il tempo che distanzia lui dall’iniezione letale.

Iggy, un ragazzo controvento, in una domenica del nuovo secolo entra nella chiesetta battista di Harmony, periferia meridionale degli Stati Uniti, porta con sé una tanica di benzina, qualche fiammifero e la sola speranza di farsi luce tra le ombre dell’indifferenza. Un canto segue la preghiera, l’offertorio, la benedizione. Quindi è la volta di Iggy, dei suoi passi verso il centro, mai proprio fino ad allora. Un rivolo di benzina riga il pavimento di pino, un fiammifero si smorza, un altro reagisce, la scintilla si illumina nel colore dell’oro, è fiamma viva, è grido spento. Iggy avrebbe voluto essere l’una e l’altro. Invece sopravvive al suo errore di dare fuoco a venticinque anime nella loro ultima preghiera piuttosto che a sé stesso e a quella folle volontà di esporre il suo cuore a una qualche emozione.

Michael Bible

Con un incipit tra i più potenti mai scritti, di quelli che si ha il dovere di lasciare scoprire al lettore, si apre il romanzo di esordio in Italia di Michael Bible, pubblicato in questo finire di 2023 da Adelphi, nella traduzione lirica e suggestiva di Martina Testa. Un romanzo dove regna il mistero, lo stesso che definisce la biografia dell’autore. Poche notizie su di lui, se non qualche spunto tratto dai suoi profili social, un richiamo alla Bibbia nel cognome, presenza essa stessa in chiaroscuro nel romanzo, la provenienza dal North Carolina, qualche titolo al suo attivo ancora senza traduzione.

Non a caso, l’ambiguità è ferita e richiamo in queste pagine.

«Volete sapere perché ho fatto quello che ho fatto? Sarebbe come prendere un po’ d’acqua fra le mani e chiedersi se è fiume o pioggia».

Chi è Iggy? Un ragazzino in una foto di classe dall’improbabile impermeabile giallo sotto il sole di una giornata autunnale. É «Pâtè», il patetico adolescente che preferisce la traiettoria degli scacchi a quella di un pallone. È il «malandrino», faccia al muro e manette al polso, in un arresto dimostrativo nella visita scolastica al carcere; il prescelto rinchiuso per gioco dallo sceriffo dietro le sbarre, quello dallo sguardo grigio tra le vive risate dei compagni di classe. Nel frattempo, le foglie dagli alberi cadono.

Iggy è la Costante, un misto di eterna paura e troppa malinconia, sguardi stanchi, qualcosa che dentro manca, un sentiero sbarrato alle emozioni, l’urgenza di dire al mondo tutto questo, mentre neppure le parole sanno più essere segno.

Iggy è l’amico di Johnny Belladonna, il sassofonista di strada, che con le note ha dato rima alla mancanza del padre e del bene. Iggy è l’innamorato di Cleo, la ragazza che sa attribuire al loro malessere comune il nome di Costante, qualcosa che mai lascia scampo. Ma Iggy è pure l’amante di Paul, neanche lui come gli altri. Tutti loro ci provano in qualche modo a trattenere tra le dita l’antidoto alla «noia mortale» della vita. Ci provano e sbagliano, ciascuno sul suo pezzo di terra.

«È a questo che sto pensando. Alla sensazione di andare avanti ma di poter guardare soltanto indietro».

Malati di passato, impauriti dal futuro, i protagonisti di queste pagine provano l’inspiegabile sensazione di procedere contromarcia nella corsa di un treno: tutto prende forma solo all’incontrario. Come accada, è mistero senza traccia se non nella disattenzione della famiglia e in quella diffidenza che tutto questo si tira dietro.

«Quello che all’epoca ritenevo un problema era semplicemente la vita. Non era né un bene né un male. Era e basta».

Ne consegue quell’ambiguo procedere a pelle nuda in cerca di un’emozione che superi la barricata della Costante e renda la vita molto più di un’«era e basta». Emozione che arriva solo dietro quel secondo fiammifero nella chiesa di Harmony, dietro le fiamme e la cenere, dietro le inferriate contro il cielo, dietro il sorso a una birra che con una sfacciata ironia esibisce la parola Life sull’etichetta.

«Ho letto e riletto la parola life finché non ha perso significato. Che cosa stupida morire».

A tutti gli altri personaggi resta il finale, quello scritto a più voci, a più capitoli, a più date, tutte stranamente inaffidabili. Un romanzo di molti vuoti, speculari a quelli di chi lo abita e, però, anche di molte forme di resistenza, neanche si capisce a cosa o a chi, come sempre nella vita. Una prosa ellittica, ora vaga ora contingente, ora colloquiale ora preziosa, ora sussurrata ora decisa, sempre a suggerire senza mai precisare l’ultimo mistero di ciascuno.

Il romanzo ha, d’altro canto, di sofisticato anche un gioco di rimandi a pagine di follia dei grandi maestri della narrativa statunitense, alcuni espressamente ammirati dallo stesso Bible. Gioco volontario o casuale, anche questo è mistero. Qualche esempio valga per tutti.

Iggy sa essere per certi versi eco del Perry di Truman Capote, uno dei due assassini della famiglia Clutter nel villaggio di Holcomb in Kansas. Antisociale, dalla madre sfiancata dall’alcol, dal padre recluso in una roulotte a sognare frontiere da superare e tracce d’oro da inseguire, Perry lascia l’armonica, la chitarra, il disegno, la scrittura per uccidere «a sangue freddo». «Vorrei provare qualcosa, Ma niente mi tocca veramente», ammetterà in carcere prima dell’esecuzione, prima di poter «andare dove c’era il sole. Dove si avevano addosso solo fiori e fili d’erba».

Ma nella vicenda di Iggy come non intravederci le tracce di un’altra grande narratrice americana del Novecento, Flannery O’ Connor? In particolare, di alcune sue enigmatiche pagine della raccolta Un brav’uomo è difficile da trovare, laddove tre ragazzini danno fuoco a una tenuta danzando, in «un cerchio del fuoco», da cui il titolo del racconto. Qui la Costante di Bible assume tratti selvaggi e cattivi, quelli della vendetta al benessere altrui.

«Ogniqualvolta mi chiedono perché gli scrittori del Sud in particolare hanno un debole per i personaggi anormali, rispondo che siamo ancora capaci di riconoscerne uno», dirà la stessa O’ Connor a proposito della letteratura del suo Sud.

Sarà per questo forse che la narrazione di Bible appare un tributo allo stesso William Faulkner, anche lui del Sud, nella scelta del romanzo sinfonico, dei piani temporali sovrapposti, del narratore inattendibile, della focalizzazione interna, multipla e variabile al contempo, e della sintassi sincopata. Basti pensare all’opera più nota di Faulkner, L’urlo e il furore, al modo in cui tutti i personaggi danno forma diversa alla realtà, a partire da Benjy, il figlio “idiota” dei Compson, una delle quattro voci narranti della storia. Benyj, il nevrotico buono, innocente, dostoevskiano, come Iggy ama l’odore degli alberi e la luce del fuoco, dopo le braccia rassicuranti di sua sorella. Benyj è colui che, nella corsa in carrozza di chiusura di romanzo, guarda il paesaggio scomporsi in velocità, e urla urla urla. «C’era più che stupore in quella voce; c’era orrore; emozione; uno strazio senza occhi e senza lingua». C’era la Costante, per dirla alla Michael Bible. Benyj è colui che, internato nel manicomio, «nemmeno allora perse qualcosa poiché […] la luce del fuoco aveva sempre la stessa forma raggiante del sonno».

E chissà quanto fortuita è la ricorrenza del verbo, diversamente coniugato, «resistono», «resisto», tanto nel finale di Faulkner quanto di Bible.

Tutti resistono a qualcosa di segreto, ai molti modi di stare e di non stare al mondo, al furore, a un impermeabile giallo nel giorno sbagliato, alle vite finite milioni di volte. Resistono i fiori di corniolo, i giorni che sanno di bello solo due minuti prima della mezzanotte, una scritta Life sulla birra, le pagine dei maestri che hanno da indicarci sempre una fine e, da questa, un inizio. Resiste Michael Bible con le sue pagine coraggiose sulla Costante, in un’America che invece vuole imporre a qualsiasi patto impavide aurore.

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