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L’importante è essere sempre bambini in qualcosa. Un ricordo di Sergio Claudio Perroni


Sergio teneva il suo tempo sottopelle, in una vaga malinconia dello sguardo ridente, e dentro una cassapanca.
Lo trasfigurava poeticamente tra le pagine dei suoi libri.
E sono libri di rara bellezza e profondità, per quei lettori che amano arrampicarsi sulle pagine, che non hanno paura di riconoscersi.
Non muore nessuno è il tentativo di sorridere in faccia alla morte attraverso l’eternità della scrittura (la prima copia è seppellita sotto un albero di ulivo insieme alle ceneri di uno zio profondamente amato). Raccapriccio. Mostri e scelleratezze della stampa italiana è un repertorio puntuale, esilarante e tragico di mancanza di competenza e approssimazione (il sottotesto è sempre e solo la sua vocazione per la perfezione e per il lavoro fatto bene). Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale è il ritratto forte e vivido di una donna che è storia. In Nel ventre racconta con grazia e intensità il dentro mai detto del cavallo di Troia; in Renuntio Vobis mostra l’io che accusa l’io e tenta la discolpa, articolando lo scontro dialettico con i versi biblici e intercalando ekphrasis che sono un perfetto esempio della sua passione per il rigore della parola. Il principio della carezza è il fugace contatto di due vite scorticate che incidentalmente si sfiorano attraverso il vetro di una finestra. Entro a volte nel tuo sonno è lo specchio imperituro di ognuno; La bambina che somigliava alle cose scomparse è una bimba che si fa luogo dove le cose preziose tornano a essere. L’infinito di amare, da oggi nelle librerie, è una coperta di linus, un ponte fra il dentro e il fuori.

Sergio

Sergio è stato un paracadutista della Folgore, e fiero di esserlo. Un editor rigoroso. Uno scrittore e un traduttore brillante. Le traduzioni a firma Vincenzo Vega sono sue. Il Vega in questione è Vincent Vega, il personaggio interpretato da John Travolta in Pulp Fiction.
Gli piaceva l’idea dell’alter ego e lo entusiasmava il monologo di Vega e l’universo che conteneva («Un bicchiere e nient’altro. Non fare il cafone. Bevi il tuo bicchiere, ma fallo in fretta. Questo è un test sulla moralità delle persone. Perché essere leali è importante. Perciò tu ora vai fuori e dici “buonanotte, ho passato una bellissima serata”. Apri la porta, entri in macchina, vai a casa, ti fai una sega, e finisce la storia»).

Sergio
Sergio Claudio Perroni ventenne

Si portava dentro un bambino capace di stupirsi delle piccole cose, «l’importante è essere sempre bambini in qualcosa».
La sua visione del mondo era bambina: «I bambini osservano tutto dal basso, per necessità di natura e statura; un basso che di solito provano a ridurre alzandosi in punta di piedi, ma che comunque li costringe a guardare ogni cosa da sotto in su, come se per loro il mondo intero fosse fatto di cielo».

Sergio
Con la madre Letizia

Era un uomo passionale e appassionato.
Amante della bellezza in ogni forma e osservatore instancabile dell’animo umano. Ironico e divertente, capace di sfuriate colossali e schietto fino alla brutalità. Un coacervo di meraviglia e amarezza. Lo si amava o lo si detestava ma non si poteva fare a meno di apprezzarne l’onestà intellettuale e la competenza.
Era solito dire: «Penso in endecasillabi e scrivo della resistenza umana e del teatro della mente».
Amava, fra gli altri, Ovidio e Cyrano de Bergerac, e come Cyrano ha vissuto («Calcolare, tremar tutta la vita… no, grazie!»).
Sergio ascoltava la vita e prendeva appunti, ovunque, perfino sulle piastrelle del bagno. Mi lascio indietro è uno degli ultimi segni a matita rimasto su un’ignara piastrella.
Troppo crudelmente consapevole della vanità di ogni cosa, e quindi anche della sua, ogni tanto avvertiva il bisogno di fuggirsi.





Foto di copertina: Natalino Russo

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