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L’elastico sul tempo. Leggere Lucia Calamaro attraverso il teatro-canzone



«Cerco un gesto, un gesto naturale, per essere sicuro che questo corpo è mio», scriveva e poi cantava Giorgio Gaber, forse il più “fisico” dei nostri cantautori, senz’altro il più teatrale. Di fatto, in effetti, questo fa il teatro. Cercare un moto, una postura, un agire, scegliere il più adatto ad essere finto, affinchè appaia più vero, per accertarsi, attraverso lo strumento corpo, del proprio stesso esistere. Non è così insolito, a ben guardare, che venga in mente lui leggendo le parole di Lucia Calamaro, una delle più acute e talentuose penne teatrali italiane, di cui è forse poco italiana la penna, debitrice di una migrazione fra continenti, da Montevideo a Parigi, che ce la restituisce pienamente romana, con una prosa che della Città eterna ha il passo concitato e rilassato a un tempo, la luce a tratti violenta, forse le contraddizioni tra il dovere dell’eroismo e una naturale vocazione all’indolenza. Bisogna partire dal teatro perché il suo Diario del tempo, edito da Fandango è – e non potrebbe essere altrimenti – un pezzo di teatro, costretto alla pagina scritta dalla contingenza, la stessa che lo ha fatto nascere: la stasi forzata della pandemia che ci siamo già affannati a metterci alle spalle. Ma che resta – e lo si scopre leggendo queste pagine – nella memoria profonda del corpo, la plasma e la condiziona anche quando la coscienza la respinge. Da quel dolore rimosso e sottaciuto appena è passato il tempo adeguato e opportuno per condividerlo, Lucia Calamaro ha tratto un libro che ha la maschera del romanzo e l’essenza del diario, di un’intimità tanto sfacciata da aver bisogno di essere coperta perché la sua limpidezza non ferisca. Eppure, l’apparenza di Laura, quarantenne con due figli piccoli e un marito lontano, scolora presto in Lucia, la scrivente, la drammaturga, la donna di teatro, autosmascherando la propria finzione. Calamaro, del resto, lo ha già fatto, in scena. Uno degli ultimi esempi, in ordine di tempo, è la Lucia del suo Smarrimento, monologo datato 2019, che ha l’intensità febbrile e magnetica di Lucia Mascino, per e con cui è stato scritto – il gioco di specchi (persino duplice) delle identità tra intimità e maschera era già più che evidente. Dal testo (di recente portato in Francia e ancora in giro per l’Italia) creato insieme all’attrice marchigiana, Calamaro porta sulla pagina, però, soltanto un’atmosfera, un punto di partenza, s’è detto, in qualche modo pretestuoso e alcune delle parole più illuminanti. Il resto è nuovo e al contempo un ritorno, come è consuetudine – lo sa chi la ama – della drammaturga, che ama tornare sui suoi temi, scandagliando, scavando, rinnovando un corpo a corpo – non a caso – con le proprie ossessioni, inesauste e inesauribili, perché hanno sempre a che fare con il senso. Tra la vita e la morte, il corpo e la mente, il sé e il mondo. Come già nel monologo – e nel teatro in generale – nelle pagine del romanzo Calamaro dice sé per dire il mondo. L’angoscia della quarantenne che vede improvvisamente azzerato dal vuoto pandemico l’orizzonte del suo lavoro e di conseguenza del suo stesso senso, non sopporta limiti anagrafici ne professionali. Non serve l’assenza di irregimentazione da orari d’ufficio di una professionista creativa per riconoscere come proprio lo spaesamento di tutti coloro che cercano disperatamente il proprio senso in un’ansia spasmodica di fare, o – di nuovo, il teatro – di rappresentarsi nell’atto del fare, sia un atto corporeo o linguistico, che in scena è sempre «un dire che faccia evento». Una fotografia spietata e lucida di un presente che neanche il Covid, diversamente da quanto ci si augurava, ha scalfito. E non è, neppure, un sentire appannaggio dei quaranteni che Calamaro rappresenta. Lo sa bene la coda della generazione Y, ancora nel novero dei trenta, a cui è già capitato di avvertire la drammaticità delle parole con cui Calamaro apre i propri appunti sul vuoto. Non appena comincia a sfarinarsi la sicurezza di un futuro potenzialmente infinito, non fare equivale già a non essere. E non è detto che i tardi millennials abbiano trovato le contromisure alla consapevolezza delle promesse mancate del futuro, da cui chi è nato qualche anno prima è stato, indiscutibilmente, sorpreso. Sono comuni l’angoscia e l’affanno, l’autoalimentazione dell’illusione continuando a fare, pur di non fermare il moto perpetuo senza cui verrebbe meno l’autoinganno.
Cosa accade, ad entrambi, quando un agente esterno violento – la pandemia (o l’assenza di ispirazione, in Smarrimento) distrugge le maschere dietro cui ci si protegge?
Nel momento in cui non si può più eludere la vergogna di quel che si è per colpa di quello che non si ha più. Un lavoro, un impegno purchessia, e quindi un senso?
Risponde uno disordinato e poetico rincorrere su carta le contorsioni verbali del pensiero in libertà. Perché la riflessione è il solo spazio che non può essere invaso dal giudizio esterno, in cui può crearsi uno spazio rassicurante. È, però, ancora un vuoto. E il vuoto fa paura.  in una prosa che si avverte immaginata per la mente ma scritta per la voce, la sua voce, per uno dei tanti volti che potrebbe prendere in scena. Ma la risposta è chiara: accade la disgregazione del sé, che ha in comune le fasi con l’elaborazione del lutto. La negazione, prima di tutto: l’esigenza di protrarre potenzialmente all’infinito il momento in cui ci si dovrà rendere conto, e lo si dovrà mostrare al mondo, la stasi forzata. E così ci si riempie la vita di impegni, di modi per occuparsi, giustificandosi in un’ansia di “sdarsi” senza risparmio davanti al mondo, marito e figli o spettatori che siano.

Calamaro
Diario del tempo

«E invece non so niente sono a pezzi non so più chi sono 
capisco solo che continuamente io mi condiziono
devi essere come un uomo come un santo come un dio 
per me ci sono sempre i come e non ci sono io.»

La coppia Gaber e Luporini è ancora utile a leggere l’istante della consapevolezza. Quello in cui, per usare un’altra immagine a loro firma, si vede con lancinante chiarezza «l’elastico» tra il sé e il sé. Il corpo e la mente, e la propria essenza si scopre zavorrata da un corpo che la costringe a uno sforzo disumano di coerenza e rappresentazione. Un corpo portato come un dovere, trascinato come un peso, fino a che non arriva la resa. E ci si rassegna a osservarlo fermarsi, come fa la Laura delle pagine o la Lucia che dalle stesse pagine parla a se stessa, e costringere la notte a continuare con lo scudo di una finestra chiusa purchè si possa, anche solo fingendo (come fa il teatro) lasciare andare.
Nella sua forzata assenza, emerge il farsi performance della vita, e l’importanza del teatro nel rappresentarla. Basta soffermarsi un attimo a far caso a un gesto, quando se ne scopre il tempo:

«Si vede chiaramente che cerco un’espressione 
che distacco che fatica questa mia finzione.»

Lo sforzo di rappresentarsi, fingere un personaggio di sé e ripetere, come in scena, una replica dopo l’altra, tuttavia, è rassicurante. Costringere il corpo al movimento, come sulla scena, vestirlo di una vitalità innaturale, fa sentire simili agli altri. Confortati della propria quotidianità. Nell’esercizio, anche fisico, che stanca – e dunque, forse, placa, anche i propri mostri. Sbandando, purchè nessuno da fuori tema di leggere in noi un’assenza di volontà. E – soprattutto, proteggendosi con l’allenamento, dall’errore. Mandare a memoria per non sbagliare le battute, ripetere i gesti per rendere meccanica la versione di noi stessi adeguata, adatta al mondo esterno. La migliore (performance) possibile. Riconoscerlo non significa essere pronti, o disposti, ad abbandonarlo. Molto più rassicurante riconoscersi nella recita, per poi poter tornare ad accusarsi della propria ipocrisia.

«Queste maschere ormai sono una cosa mia 
che dolore che fatica buttarle via.»

Ammesso che ci si riesca, però, resta il compito più difficile. Tenersi insieme. La protagonista del romanzo autoanalitico di Calamaro lo fa giustificandosi una nuova lentezza, dentro cui provare davvero a cercarsi, scoprendo così facendo una nuova angoscia: mancare a se stessi. La paura di perdere non tanto e non solo le occasioni, ma sè in quel che non si ha la forza di sostenere o, al contrario, di desiderare.
Solo immergendosi nel buio caotico e lirico insieme del proprio essere si può, forse, uscire dall’empasse. E si è costretti a tornare a farlo agendo. O meglio, provando a dare valore al dettaglio, anche minimo.

«Cerco un gesto un gesto naturale 
intero come il nostro io.»

E improvvisamente sorprendersi a scoprire che è nell’istante, irripetibile come ogni momento in scena, che non si replica uguale né prima né poi, che ci si sente di Uno, intero. Senza illudersi che sia abbastanza, La ricerca di un gesto di pace, di un simulacro di certezza. Di cosa,, si chiede Calamaro? Delle nostre tristezze, sostanzialmente. La rottura dell’elastico tra il dentro e il fuori – sono ancora Gaber e Luporini, ma potrebbe essere Lucia Calamaro, è un presagio di morte. Ma forse è solo aver imparato a dormire meglio.

Immagine di copertina: Marc Chagall



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