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La sostanza interiore della Terra. Coltivare il reincanto dall’orto al mondo



La nuova coscienza ecologica, o meglio, una più diffusa consapevolezza sulle tematiche ecologiche, sviluppata dalla evidenza sempre meno eludibile dei cambiamenti climatici, negli ultimi anni ha avuto l’effetto di determinare nell’editoria una fioritura di collane e titoli sulla natura: piante, funghi, animali, acque, ecosistemi, paesaggio, virus… Accanto alle storiche e bellissime collane di Raffello Cortina, di taglio dichiaratamente scientifico, o di Adelphi, come Animalia, si sono affiancate, fra le altre, le pubblicazioni di Aboca, Piano B, Elliot, Il Saggiatore, Nottetempo che nella collana Terra sta pubblicando libri importanti. Uno degli ultimi usciti, dopo il sorprendente Così parlò la pianta di Monica Gagliano, è Dall’orto al mondo. Piccolo manuale di resistenza ecologica di Barbara Bernardini.
In Fuori da noi, libro sui libri, ho dedicato un capitolo alle mie letture sulle piante a cui mi dedico da tanti anni. Letture di ogni genere, dai manuali Hoepli ai celebri saggi di Pollan e di Mancuso, che nell’ultimo decennio hanno fatto da apripista su questi temi, passando attraverso i titoli delle magnifiche collane dirette da Ippolito Pizzetti, padre dei libri di natura in Italia: Il Corvo e la Colomba, edita negli anni Novanta da Muzio editore, e L’Ornitorinco, edita da Rizzoli negli anni Settanta e Ottanta. Non troppi anni fa, sulle piante, a parte la manualistica tecnica rivolta a giardinieri e orticultori, c’era poco, se non pochissimo: Pizzetti, per l’appunto. Piante e giardini erano un po’ considerati svaghi da perditempo, interessi per gente sfaccendata e dedita a composizioni floreali in dimore lussuose sui laghi.

Diciamo che la natura, ove non fosse interesse specifico di scienziati o illustri scrittori – per esempio Primo Levi, Calvino, Rigoni Stern – che la nobilitavano letterariamente, era osservata attraverso filtri ideologici che ne compromettevano la centralità e l’autonomia. Mi viene in mente, per esempio, lo scarso interesse se non addirittura la diffidenza nei confronti delle battaglie ecologiste di Antonio Cederna, uno dei fondatori di Italia Nostra, che già negli anni Cinquanta aveva capito, praticamente prima di tutti nel nostro Paese, che quello della salvaguardia del territorio e del paesaggio era un tema cruciale, dal punto di vista politico, culturale e sociale, per il futuro. Di questo ideologismo diffidente e ignorante subiamo, peraltro, ancora le conseguenze: fra queste le più vistose e pericolose sono l’indifferenza e l’incompetenza riguardo alle tematiche ecologiche della classe politica e imprenditoriale, legate a un’idea di sviluppo economico anacronistica, minacciosa e colpevole del ritardo criminale relativo alle misure di contenimento delle emissioni di CO2.
La più grande novità dei saggi sulla natura di ultima generazione è il ribaltamento del punto di vista da cui questa è guardata: la rinuncia sempre più decisa e coraggiosa da parte di scienziati e divulgatori di una visione antropocentrica, avvertita come limite cognitivo ed esperienziale in grado di bloccare ogni conoscenza e relazione con ciò che ci circonda, stato di vera e propria cecità e sordità non solo verso ciò che è altro da noi, ma verso ciò che noi stessi siamo, la nostra origine, il nostro essere più profondo. Un punto di vista rivoluzionario che cambia non solo lo studio di piante e animali, ma la modalità stessa delle narrazioni di cui sono soggetti.

Dall’orto al mondo. Piccolo manuale di resistenza ecologica di Barbara Bernardini è una lettura esemplare in questo senso. L’autrice in queste pagine assolve il proprio ruolo di narratrice mettendosi da parte. Se il signor Palomar era un occhio disincarnato sul mondo, ma dotato di una ingombrantissima identità letteraria, qui, sguardo e voce, consapevoli del loro peso, cercano la minore invadenza possibile. Il racconto non è mai pratica di nobilitazione attraverso lo stile, ma esercizio di attenzione alla materia del soggetto, sempre in cerca della misura necessaria alla distanza di rispetto.
Suddiviso in dodici capitoli, ognuno intitolato a un mese dell’anno – si comincia a marzo e si termina con febbraio -, il libro segue la partizione di un classico almanacco per orticultori. Quello più volte citato è il Barbanera che nella casa dei nonni dell’autrice stava appeso dietro la porta della cucina, sorta di caposaldo affettivo di memorie ed esperienze. Nel testo si trovano riportati bellissimi stralci, come questo che si trova nel capitolo di Marzo: «La sostanza interiore della Terra è del tutto ignota. Credono alcuni, che nel suo Centro vi sia il fuoco, altri l’acqua, altri una gran pietra calamita; ma tutto è incerto» (Barbanera, Moti celesti per l’anno 1823), a cui segue una citazione da Primavera silenziosa di Rachel Carson:

«Il sottile strato di suolo, che si stende sopra i continenti come una logora coltre, condiziona la nostra esistenza e quella di ogni altro animale sulla Terra. Senza il suolo la vegetazione terrestre quale la conosciamo non crescerebbe e, senza piante, nessun animale potrebbe sopravvivere. […] Pochi studi sono più affascinanti, ed anche meno coltivati, di quelli che hanno per oggetto le innumerevoli popolazioni brulicanti negli oscuri recessi del suolo.»

Le due citazioni aprono la sezione di mezzo del capitolo che l’autrice battezza Almanacco degli anni a venire. Se la prima parte di ogni capitolo inizia con il diario dedicato all’osservazione di quello che accade nell’orto – danza congiunta fra ciò che cresce, chi coltiva, azione del tempo, andamento della stagione – la parte di mezzo ogni volta riguarda il “calendario dei lavori prossimi e dei sogni lontani, dei progetti concreti e dei vaghissimi buoni propositi”. Le avventure e le disavventure di questo orto che alla fine del libro anche per il lettore diventa uno spazio di ristoro, benedetta solitudine, rifugio e libertà, sono costellate di riflessioni sull’agire nella natura e con la natura, una sorta di scuola dell’attenzione:

«Qualunque gesto si decida di compiere, mi sono convinta che più è semplice e simile ai processi naturali e meno si rischia di sbagliare. Per quanto io possa imparare, e ci sto provando con gran serietà, lasciar fare alla complessa rete di relazioni del suolo, che lentamente, e in modo inesorabile, fa sprofondare il vecchio per nutrire il nuovo, è sempre la via più efficiente, e allora quello che ho bisogno di imparare davvero è come rispettare l’equilibrio, come interferire al minimo, come rendermi il più rispettosa, silenziosa, mimetica possibile.»

Osservando i progressi e gli insuccessi, gli errori, le scelte azzeccate e quelle fortunate, i miracoli e le catastrofi, i propri limiti, le debolezze e i punti di forza, Bernardini impara a stare, fare, accorgersi, intuire, pensare, fermarsi e, molto, aspettare. E non solo, dentro i confini dell’orto:

«Magari fare un orto è il modo empirico per andare a scuola dal terreno e da chi ci vive dentro. O forse, solo, fare un orto è fare: non è la risposta a delle domande, è lo stato che precede, e rende inutile, ogni domanda. È gesto e reazione della vita, complessità senza fraintendimento e mistificazione. Un seme messo a terra, comprensione del limite, attesa».

Per tornare alla struttura del saggio, ogni capitolo si chiude con la sezione Innesti. Spiega l’autrice: «Passo molto tempo lontana da tutto, nascosta fra pomodori e zucche, eppure i segnali grandi e piccoli dei tempi che ci troviamo a vivere sono arrivati con più chiarezza ora, da questo osservatorio minuscolo fatto di semi e radici, di quanto abbiano fatto in passato. Forse perché è alla terra che dovremmo ancorare ogni pensiero sulle cose del mondo». Insomma, la pratica apparentemente solipsistica implicitamente dichiarata dall’espressione coltivare il proprio orticello, è contraddetta dal senso più profondo di questo libro, peraltro espresso senza incertezze nel titolo Dall’orto al mondo. Nel corso delle oltre 260 pagine quello che Bernardini fa è esattamente raccontare come lo spazio limitato del proprio orto sia aperto, poroso, permeabile, contaminabile, affollato, dilagante, indifendibile, allargato, contagiabile e contagiante, mai separato non solo da ciò che è negli immediati dintorni, per esempio la dimensione selvatica e quella urbana, entrambe sempre prossime, ma anche da tutto ciò che accade nel mondo, in ecosistemi a migliaia di chilometri o in altri continenti. Alzando lo sguardo dalla terra al cielo, l’autrice fa notare al lettore come ciò, peraltro, sia sempre accaduto e non sia un’esclusiva del mondo globalizzato, ma la norma dell’Universo. La citazione in esergo di Agosto lo ricorda: «Il Sole cagiona i vapori; i vapori cagionano le nuvole; le nuvole condensate cagionano la pioggia; la pioggia cagiona i fiumi, le sorgenti, la vegetazione e te.» (Barbanera, Lunario 1830). Una norma universale che aiuta a trovare il proprio posto in dimensioni esistenziali sempre più claustrofobiche:

«A volte basta che un pezzetto di terra, anche piccolissimo, sia lasciato libero di vivere perché ridiventi bosco, e si popoli di alberi, animali, licheni e funghi. Comuni o meno, animali e piante sono in grado di rimettere in prospettiva la mia presenza, le mie aspettative, la posizione che mi affanno a cercare in un ordine delle cose di cui non trovo il senso e in cui mi sento fuori posto, perché rendono chiaro che quell’ordine è solo una parte, inventata e artificiosa e perciò mutabile, di un tutto più ampio che ha altre regole, altre aperture, infiniti nascondigli e scappatoie, posti dove il senso non c’è e in cui si può stare senza spiegazioni: da dare o da comprendere. È forse per questo che è così facile perdersi in un bosco – a volte anche in un orto – e poi ritrovarsi.»

Credo che questo sia un libro abbastanza eccezionale perché sa parlare di molte cose e a molte persone diverse: può essere letto come manuale di orticoltura per esperti, così come per aspiranti contadini pigri o timidi come Barbara si dichiara, sempre (e non troppo segretamente) dalla parte di male erbe e animali pronti a saccheggiare i sudati frutti delle sue coltivazioni; può essere preso come avviamento alla coltivazione per curiosi; può rivolgersi ad appassionati di piante e di natura e non per forza di orti; può interessare lettori che cerchino una strada praticabile verso un pensiero ecologico difficile da orientare, fornendo loro un elenco ricco e prezioso di letture e riflessioni su questioni ambientali cruciali come le riserve idriche, l’agricoltura intensiva, i cambiamenti climatici, la distruzione progressiva della biodiversità e del paesaggio. Ma è anche un libro per utopisti in cerca di spazi nuovi, così come per persone pratiche che vogliono intraprendere altri modi vi vivere senza sentir pesare su di sé il giudizio di ingenuità che affligge le azioni di chi ha gesti e pensieri diversi da quelli mainstream
Per capire quanto sia artificiosa la separazione fra uomo e natura, scrive Bernardini:

«…a volte può bastare l’incontro con un’upupa, assistere al volo di un barbagianni, arrampicarsi su un albero, ritrovare una famiglia di funghi nello stesso punto del bosco dell’anno prima, scoprire di poter riconoscere un’erba spontanea dai suoi fiori e le sue foglie, mettersi in ascolto dei linguaggi non umani di cui è pervaso il mondo. Mentre lo scrivo mi rendo conto di quanto suoni ingenuo, ma è la tendenza a metterci al centro – al centro e al di sopra – dell’ordine delle cose, e a considerare esclusiva umana l’intenzionalità, a essere un’ingenuità; sono chiusure mentali utili alla promessa di un progresso infinito: è più facile trattare “la natura” come risorsa da cui attingere senza limiti se la si considera separata da noi. Ciò permette di ignorare le conseguenze delle depredazioni continue, finché il rumore di quelle conseguenze non comincia a farsi abbastanza potente.»

Infine, questo è un libro per chi sa ammettere lo stato delle cose, facendolo punto di partenza per altro, come battere nuove strade in compagnia dell’intera comunità dei viventi, in cerca di giustizia, spazio e libertà:

«La mia idea di campagna vera è lontana da qui, eppure è qui che cerco di farla resistere, in questa striscia recintata e in pendenza, dove coltivare il reincanto partendo dallo stupore per le cose piccolissime che vivono nel terreno. Fra queste rovine approssimative, e i tentativi falliti e quelli abbandonati troppo presto; i morti e le crepe che hanno lasciato; l’inadeguatezza di fronte a ogni singola aspettativa umana (e sono infinite, sono ovunque, ci sono sempre); il tempo sprecato e quello perso e tutti i rimpianti che ci stanno nel mezzo; tutte le reazioni sbagliate, scomposte, assurde, così furiosamente fuori posto, e pure tutte quelle troppo accondiscendenti e pavide: una montagna enorme di scarti da gettare in pasto a funghi, batteri e insetti che sapranno elaborarla meglio di me, che di tutta questa perturbazione non so cosa fare se non sperare che sprofondi di strato in strato diventando materia nuovamente viva.»

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