09.10.2025

Una storia qualunque delle tante di ogni guerra. La rappresaglia di Laudomia Bonanni

Continua la ripubblicazione di un’autrice del Novecento italiano esclusa dai canoni letterari



La rappresaglia sancisce il momento del commiato di Laudomia Bonanni dalle scene, un saluto sofferto ma sentito da quei salotti letterari che pure aveva mal sopportato nel corso della sua carriera. Le sorti editoriali di questo romanzo sono non prive di difficoltà: restituiscono però, per sineddoche, il ruolo della scrittrice aquilana, donna estranea ai canoni dominanti e innovativa per approccio alla materia narrativa e per rifiuto degli standard sovraimposti. Sebbene Bonanni lo proponga al suo editore, Bompiani, nel 1985 (per essere da questi rifiutato), la genesi del romanzo avviene diversi anni prima, probabilmente alla fine degli anni Quaranta, con un altro titolo – Stridor di denti: nel 1949, in una lettera all’amica Maria Bellonci, scrive: «Se tu gli parlerai di Stridor di denti e gli farai balenare l’idea che potrà destare curiosità, far rumore (così disse tuo marito)»1. Nonostante l’interesse destato da una scrittrice che si era già aggiudicata il premio Viareggio, e nonostante i successivi rimaneggiamenti dell’opera datati 1952, La rappresaglia verrà ripreso solo più di trent’anni dopo. I tentativi, da parte dell’editore, di farle modificare il romanzo sono fallimentari: esso vedrà la luce postumo, infatti, nel 2003 con Textus (un anno dopo la morte dell’autrice).

Il romanzo, che pure si confronta inevitabilmente con una narrativa resistenziale di cui forse L’Agnese va a morire è uno dei testi più rappresentativi, se ne discosta, però, in maniera netta, per diverse ragioni. Le vicende si svolgono nel freddo inverno abruzzese del 1943, dove un gruppo di fascisti lascia le proprie case e si trasferisce tra le montagne, in un eremo abbandonato. È qui, tra i boschi, che gli uomini incontreranno una donna, «la rossa», una partigiana in avanzato stato di gravidanza. Catturata e imprigionata, la donna diventerà una nuova pericolosa presenza al loro cospetto, che intanto hanno deciso per lei la fucilazione – come impone la legge della guerra – a gravidanza terminata. Negli angusti spazi di questo eremo diroccato, la presenza femminile è dirompente, è rumorosa, è scomoda. Non tanto perché sono state aperte le porte al nemico (chi è il nemico?), ma perché «la rossa» diventerà, loro malgrado, la bocca della verità, lo specchio in cui guardare alla realtà, allo scempio della guerra con le sue promesse mendaci. In cui riconoscersi non tanto come fascisti, ma come uomini disperati:

«A ognuno la propria guerra pare buona […] Perché, guarda, chi deve migliorare il proprio stato vuole la guerra. La vuole chi difende il suo. Ma soprattutto la vuole chi intende riformare il mondo e forse noi la vorremmo più di tutti».

«La donna» è l’unico altro modo in cui sarà chiamata. Anche all’arrivo di un giovane prete, che cambierà le carte in tavola e imporrà la sua presenza in quelle stanze fino all’ultimo giorno di vita della prigioniera. Non è soltanto rappresentante della categoria femminile, non è solo colei che porta in grembo una creatura che dovrebbe rappresentare il futuro, è anche l’unica controparte storica del conflitto. Alla luce del suo ruolo, Bonanni deve servirsi del suo personaggio perché si imponga fuori e dentro il romanzo. Le conferisce una «furia» che intimorisce, la dipinge come «un monumento» da cui è impossibile distogliere lo sguardo. La sua presenza è necessaria davanti alla tragicità della Storia. Perché la sua parabola sortisca un qualche effetto, è indispensabile che sia un personaggio il più scomodo possibile, impavido davanti alla morte (e davanti alla vita, la sua e quella del bambino che deve nascere):

«È stato bene così. Pago di persona, il conto torna. Voi pensate che il conto debba tornare diverso, che mi tocchi pentirmi. Non potevo fare altrimenti, lo capite o no? Già, non potete. Al servizio di una causa sono banditi scrupoli e pentimenti.»

Al suo cospetto, costoro dovranno – prima o poi – riconoscere chi sono veramente, di cosa hanno sporche le mani. In nome di quali ideali, poi? La loro stessa adesione al fascismo sembra essere stata dettata più da circostanze contingenti che dall’ammissione di un credo vero e proprio. Ma il dado è tratto, e del futuro non resta più nulla.

«Non ci sarò quando sarà liberata la contrada, né dopo. Dopo, solo dopo comincerà veramente. E io, io che ero una di domani…»

La rappresaglia è dotato di una stratificata gestione del tempo. Il romanzo inizia, come si è detto, con i fatti del 1943, con l’arrivo della donna e la sua cattura: questi accadimenti saranno trascritti su fogli e, successivamente, conservati dal narratore. Di quest’uomo si sa pochissimo, all’inizio, con l’effetto di un ulteriore straniamento rispetto alla storia principale. Sempre in disparte, la sua presenza, in quei giorni disgraziati, avviene più che altro per negazione («ero rimasto in silenzio», oppure «Non si erano accorti di me dietro all’impiedi»). A raccontare, però, è un narratore diventato ormai «vecchio» rispetto ad allora, che ha ripreso in mano quelle carte «a distanza di quarant’anni», cercando di fare ordine, e si è domandato se abbia senso («se ha scopo») che quella storia venga raccontata, e che sia proprio lui a farlo. Lo farà attraverso una scrittura che si muove a tentoni tra ricordi e trascrizioni di avvenimenti traumatici.

Questa struttura concede ai piani temporali di incrociarsi, ma sempre ermeticamente, in maniera anticipatoria: non è chiaro cosa stia per accadere, ma il sentore è che sia decisivo, fatale. Questo senso di solennità è accresciuto dalla lingua di Bonanni, tagliente e densa, sporca e volgare, ma anche vivissima. Per questo motivo è fondamentale il lavoro di editori come Cliquot, che tirano fuori dalla dimenticanza autrici di questo calibro.

  1. in L. Bonanni, Epistolario, p. 87 ↩︎
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