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La malinconia dell’esule. La Triomphante di Teresa Cremisi



«Lo spettacolo offerto da una civiltà moribonda ha in sé qualcosa di disordinato, di incongruo, di elegante». Ritorna in libreria, due volte, Teresa Cremisi, con Il processo di condanna di Giovanna d’Arco, edito da Marsilio, e La Triomphante per Adelphi, quest’ultimo suo romanzo d’esordio. Un testo sagace, attraversato da una luminosa levità.
«…la sensazione che tutto fosse provvisorio, per noi, per gli altri, per l’umanità intera… alcuni erano più esiliati di altri… altri invece sentivano il bisogno di fabbricarsi e coltivare delle illusioni di appartenenza». È colmo di passaggi di estrema aderenza al presente. L’autrice, signora dell’editoria, in Italia e in Francia è un esempio di determinazione, competenza, professionalità e passione. Italiana, naturalizzata francese. Contiene mondi, ed è una di quelle persone che questo mondo l’ha guardato molto.
La Triomphante – corale nei colori, nelle letture che passano – somiglia al nostro tempo nel vento della Storia che insistito soffia, in quell’odore di putrefazione che corrode muri e fiori selvatici. Nell’abbandono di un luogo cui sentiamo di appartenere. È l’avventuroso e vincente percorso di formazione di una bambina, dall’indole marinara, che vive in un ambiente cosmopolita, attraversa il novecento, un tempo dove non c’era più spazio per le epopee individuali. Nata nella terra di Cleopatra, in una città polverosa, Alessandria d’Egitto, a due passi da un porto… dove la Storia ha fatto scalo a più riprese e con gran clamore… un porto che ha conosciuto la gloria e l’oblio – da un mite padre italiano, e da una bella madre angloindiana, che «aveva scoperto invece quella libertà di cui a volte, per un tempo limitato, si può godere ai margini della Storia».

Teresa Cremisi

La protagonista osserva la civiltà che la circonda con gli occhi di Kavafis, ama Lawrence d’Arabia che amava alla follia una terra non sua, è piena di risorse, – ricorda l’Alice di Lewis Carroll nella curiosità, nel desiderio di scoperta, nel coraggio di confrontarsi con il mondo e le sue contraddizioni – e conserva, da adulta, pratica, con i piedi per terra, «quella malinconia, tipica dell’esule, che la induce a chiedersi in ogni momento se è davvero al posto giusto». E si tratta di un sentimento assai attuale e sempre vivo nell’animo dell’uomo, che prima di tutto è esule da se stesso. L’uomo che è lui stesso luogo, storia piena di rumore e di furore, che segue una rotta apparentemente casuale, sempre travolto dai flutti del desiderio di Patria e di altrove. Così bisognoso di lasciare una traccia quando, invece, è solo una traccia nella polvere dispersa.
Il tema dell’abbandono è una costante fra le pagine. Abbandono che non è solo fisico ma anche linguistico. Anche la lingua è, in qualche modo, un approdo identitario per la protagonista (e non solo per lei), comporta una rivoluzione interiore, condiziona il nostro corpo e i nostri sogni, è una porta di accesso per altre culture, direziona in modo diverso la vita.
La narrazione finisce in Italia e comincia in Egitto, ad Aboukir, negli anni Quaranta. Un luogo in cui pare non conti la differenza fra i giorni vissuti e i giorni sognati. «Ringrazio il cielo per avermi fatto vivere, tanto tempo fa, quei lunghi pomeriggi in un posto dimenticato, silenzioso, tra ricci di mare e forbici arrugginite». Le sue spiagge – dove il mare lappa lentamente la sabbia – furono teatro di una tragica battaglia navale. Fra le pagine trascorre l’anima di un mondo multiforme, passano considerazioni che valgono manuale di sopravvivenza, passano luoghi che sono fatali, sono rifugio, sono ricordo – e passano episodi epocali, come l’apertura del Canale di Suez, «quella breccia aperta verso l’Asia e il Pacifico, che stravolgeva le distanze e di colpo dava accesso ad altri oceani, mutò radicalmente la visione geografica degli occidentali».

La protagonista fugge dall’Egitto di Nasser, attraversa il mare che da sempre separa e unisce, porta con sé la memoria di un mondo che decade e i Sette pilastri della saggezza. E come Ulisse affronta il suo viaggio – fra oriente e occidente – ignorando, come chiunque affronti il viaggio dell’esistenza, cosa c’è nell’altra riva – e giungerà alla sua Itaca, imparando a raccogliere le forze e portandosi dentro la lezione della vita che insegna per crolli, per urti e ferite, che fanno di noi ciò siamo, un poco disillusi ma tenacemente aggrappati al respiro.
Il viaggio ci fa coscienti della distanza, che non è soltanto un fatto geografico, è lunghezza d’anima, è infinita diversità, che tante volte si traduce nel ritrovamento di sé in una collettiva identità, e nella consapevolezza di riconoscersi soli davanti al mondo ma al tempo stesso parte del mondo. Anche se la nostra vita non avrà cambiato né aggiunto niente al destino del mondo. Questa vita che è spesso avara di doni, ma regala a piene mani malinconia e nostalgia, due strumenti del pensiero, due interessanti chiavi di lettura per quella terra che è l’animo.

Teresa Cremisi

San Paolo insegna che bisogna essere allegri nella speranza. La Triomphante insegna che bisogna essere allegri nel fatalismo. «L’illusione che fortuna e sfortuna, occasioni e imprevisti possano essere mescolati come carte da gioco e che da un momento all’altro possa capitarci una buona mano». Quanto dura per sempre? A volte un solo secondo, risponde il Bianconiglio alla domanda di Alice. Ed è lì, in quel secondo, che, spesso, passa tutta la fatalità di questo gioco che è la nostra vita.
La Triomphante è una nave della Marina francese che a metà Ottocento affrontò battaglie e sfidò i mari. «Come sembra lontana l’epoca in cui si poteva battezzare a cuor leggero una nave con un nome così eroico, squillante, carico di certezze».
Il libro è asciutto, procede per sottrazione. È una narrazione sul tempo, sulla necessità di credere nel sogno, sull’identità, sulle fragilità delle tracce commoventi di tante vite, sull’immaginazione che ci consente di vedere quello che accadde in una notte d’estate in un luogo lontano, sull’importanza della Storia, «…una filastrocca muta, che mi fa venire i brividi». È anche un invito a non sciupare la vita, «ho vissuto come meglio ho potuto; non mi sono limitata a sopravvivere», che qui pare scandita nell’arco temporale di un giorno.
In ogni scrittura passa inevitabilmente l’autore. «Sono quasi certa che sia meglio lasciare dietro di sé qualche riflessione». La parola è una forma di resistenza, passa attraverso un setaccio di esperienze e di visioni, passa attraverso l’autore che tratteggia volti e storie e luoghi in cui ci si può specchiare. Si scrive sempre di se stessi, in fondo, e anche quando si dicesse delle abitudini alimentari degli insetti sociali, è la vita, la nostra, che passa. I libri sono un’estensione della memoria, sono mondi da esplorare, anche i libri sono un viaggio, uno dei più belli, ci consentono di andare lontano, vivere altre esistenze, e diventano incantevoli quando ci indicano la strada, quando riescono a narrare di un sé per dire di un noi. E diventano biografia, come ogni cosa che ci attraversa, mentre passa l’ora e passano gli anni.

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