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La confessione e la burla. Tradurre Il cielo cade di Lorenza Mazzetti nella Londra dei nuovi anni Venti



C’è una storia che è impossibile esimersi dal raccontare, quando si parla di Lorenza Mazzetti. È una storia che è diventata il titolo di un documentario, Perché sono un genio! (Frisari & Della Casa, 2016) e ha segnato l’inizio di una carriera incredibile durata quasi sette decadi, ed è una storia convintamente apocrifa anche, e soprattutto, quando è Lorenza stessa a raccontarla, nei suoi romanzi e nelle sue molte interviste. È una storia che è già stata raccontata talmente tante volte che non c’è più modo di distinguere ciò che è vero da ciò che è inventato. È la storia di Lorenza che a poco più di vent’anni sbarca da sola nel Regno Unito, e del suo passaporto italiano timbrato con le parole undesirable alien: aliena indesiderabile.
Lorenza Mazzetti è in fuga dalla Firenze perbene della sua adolescenza e, prima ancora, da quell’orrore che le ha sconvolto per sempre la vita: la perdita della famiglia nella strage nazista di Rignano del 1944, di cui le sorelle gemelle, Lorenza e Paola, sono le uniche sopravvissute. Il racconto della migrazione solitaria di Lorenza Mazzetti dalla Toscana al Regno Unito è stato ciò che me la ha resa cara prima ancora di aver letto i suoi libri o visto i suoi film, perché era una storia che riconoscevo, che avevo vissuto in un certo senso anche io.

Nella Londra solcata dal Blitz, senza un soldo dopo che il tutore incaricato dell’eredità delle gemelle ha sperperato tutte le fortune di famiglia, Lorenza fa quello che ancora oggi fanno le ragazze italiane a Londra: trova lavoro come cameriera, da qualche parte intorno a Charing Cross. Per tanti anni c’è stato un caffè per turisti da quelle parti, all’angolo compreso tra le due uscite della metropolitana di Leicester Square. Si chiamava Cafè Fiori e mi piaceva pensare che fosse proprio lì che Lorenza aveva lavorato – non che ne avessi alcuna prova, ovvio, ma quel posto era uno dei primi che avevo visitato appena arrivata a Londra e andavo in cerca di sovrapposizioni tra Lorenza e me, come se la sua vita in qualche modo mi riguardasse.
Come quasi tutti i negozi e i locali del centro che frequentavo in quei primi anni fuori dall’Italia, Cafè Fiori ha chiuso da poco. Ci sono passata davanti qualche settimana fa e, semplicemente, non c’era più. Al posto dell’insegna rossa e argento, pannelli di compensato umido a segnalare un’attività che si è spenta: la decorazione urbana più in voga nella Gran Bretagna dei nuovi anni Venti. Guardandosi intorno si giunge presto all’assunto che Cafè Fiori sarà sostituito da una di tre probabili opzioni: una rivendita di corndogs coreani, un vape shop, un Tesco. Oggi come allora, la metropoli continua il suo processo di rinnovamento in un flusso che progredisce senza interruzione, attraversando le fasi di luce e ombra della storia.

lorenza mazzetti

Lorenza arriva qui nei primi anni del secondo dopoguerra, quando la città, pur profondamente segnata, si sta rialzando in piedi; da quando mi sono stabilita a Londra nel 2007, invece, il Regno Unito sta perseguendo una traiettoria di autodistruzione senza precedenti, con grandissima, britannica determinazione. Il centro di Londra è di nuovo a pezzi: stabili dismessi in pieno centro appoggiati a fianco a ex-sale concerti, sventrate per far largo a nuove stazioni della metro, catene di hamburger a quindici pound, gallerie di lusso e corridoi di schermi a led che gradualmente conquistano le vecchie strade popolate delle comunità locali e ne espongono le gigantografie fotografiche nei nuovi locali asettici a modello di buona immigrazione ed entrepreneurship, come tocco di colore. La città è cambiata così tanto negli anni in cui l’ho conosciuta, che quando la attraverso mi trovo a ricercare i segni di come la conoscevo quindici anni fa, come in un grande museo a cielo aperto. Per ironia della sorte, su un punto in particolare scopro continuità tra il tempo di Lorenza e il nostro: il governo conservatore inglese attuale, ingegnere dello hostile environment, ‘l’ambiente ostile’ agli immigrati di Theresa May, dello scandalo Windrush e dello schema ruandese di Priti Patel e Suella Braverman, oggi come ieri stampiglia undesirable alien sul passaporto di chi arriva nel paese senza invito.

Passando davanti al Cafè Fiori qualche mese fa, pensavo alla sovrapposizione tra il tempo di Lorenza e il nostro perché stavo lavorando alla traduzione del suo primo romanzo Il cielo cade (Sellerio), dall’italiano all’inglese. Dopo un lunghissimo periodo fuori stampa, il libro esce questo mese in una nuova traduzione per la casa editrice britannica Another Gaze Publications, con il nuovo titolo The Sky Is Falling, in un’edizione tascabile il cui testo è accompagnato da illustrazioni originali inedite di Lorenza Mazzetti, una prefazione firmata da Ali Smith e un saggio introduttivo di Francesca Massarenti. La sua pubblicazione corrisponderà anche al lancio di un nuovo documentario su Mazzetti, l’ultimo girato prima della sua scomparsa a novantadue anni nel 2020, Together with Lorenza Mazzetti: una lunga intervista condotta dagli accademici Brighid Lowe e Henry K. Miller, con cui abbiamo lavorato a stretto contatto durante la traduzione. Tradurre The Sky Is Falling è stata un’esperienza intensa. La pubblicazione inglese marca il culmine di un processo editoriale durato più di un anno, in cui io e le due editor di Another Gaze, Daniella Shreir e Missouri Williams, abbiamo lavorato insieme con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra, immergendoci a fondo nel testo.

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La mia foto preferita di Lorenza Mazzetti risale al primo periodo trascorso a Londra e la rappresenta curiosa, gli occhi accesi, mentre cammina al centro di una strada.
Dietro di lei transitano alcune auto, altre sono parcheggiate lungo il marciapiede. Lorenza è una figura piccola, un po’ spaurita, i capelli corti alla Giovanna d’Arco. È in maglione e pantaloni, senza cappotto. La reazione istintiva è quella di afferrarla per un braccio e trascinarla via prima che venga investita da un guidatore disattento. Ma quando si guarda la foto abbastanza a lungo, l’espressione sulla faccia di Lorenza sembra cambiare, come quando si ripete una parola troppe volte e si acquisisce consapevolezza delle sue parti, della sua unicità e suono. Quello che sale in superficie, infine, negli occhi della ragazza, è uno sguardo sinceramente divertito.

lorenza mazzetti

Vulnerabilità e ironia sono le due qualità complementari che stanno al centro della molecola creativa Mazzetti: l’una contiene l’altra e al tempo stesso ne rappresenta l’inscindibile contrario. Se la vulnerabilità espone la parte morbida dell’essere, l’ironia agisce un ruolo protettivo opposto. Eppure, come i Britannici sanno bene, talvolta è solamente tramite il gioco che riusciamo ad avvicinarci al nucleo vulnerabile di noi stessi: quando qualcosa fa molto male, l’ironia diventa l’unica maniera possibile per mettersi a nudo. «Arlecchino si confessò burlando», come si dice in Toscana – o, come invece sostiene Gregory Bateson: l’ironia è un atto metacomunicativo. Il lavoro di Lorenza Mazzetti si riassume forse tutto in quella foto che amo tanto, nel suo sguardo assieme divertito e spaventato mentre cammina da sola per strada a Londra: è una pratica artistica che ha fede nel gioco come punto d’accesso alla verità sul mondo.
Per questo motivo, Il cielo cade è un libro speciale. È un libro che riesce a essere molte cose assieme: un memoriale di famiglia, una testimonianza importante della storia europea recente, una novella costruita su una filigrana formale di delicati piani narrativi mobili, una rivendicazione protofemminista e anarchica, e, soprattutto, una delle rappresentazioni più vive dell’infanzia nella letteratura contemporanea. Ma è anche qualcosa di più. «This is no dream, and something more than a novel», scrive Ali Smith nella sua prefazione alla nuova edizione inglese. Un libro che non è un sogno, ma è qualcosa di più di un romanzo.

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Lorenza scrive Il cielo cade in Italia, dove ritorna dopo il periodo trascorso a Londra. In quella breve decade all’estero, ha fondato il Free Cinema con Lyndsey Anderson e Tony Richardson, e diretto due film fondamentali per il cinema britannico: K (1954) e Together (1956). Quando arriva in Italia per visitare Paola, che da poco è diventata madre, a Lorenza si ripresenta però il conto del rimosso traumatico della sua infanzia. Cessa di girare film e cade in una fase di depressione, che la trattiene più a lungo in Italia di quanto avesse anticipato. Il suo psicoterapista, Barrie Simmons, la incoraggia a scrivere del suo passato, della strage che le strappò la famiglia adottiva nel 1944, quando le truppe naziste massacrarono lo zio Robert Einstein, fratello del celebre Albert, la moglie Nina Mazzetti e le due figlie, le cuginette Luce e Cicci. Di questo periodo della vita di Lorenza parla Il cielo cade, dapprima pubblicato come romanzo, ma la cui scrittura Mazzetti ha poi ammesso scaturire da quell’esperienza terapeutica che la portò a rivisitare i propri ricordi d’infanzia. Il libro tutto è mosso da questo senso di scoperta, attraverso il quale Mazzetti scivola con naturalezza nel registro della bambina narratrice, Penny, il cui candore le consente di formulare domande all’apparenza innocenti e in essenza rivoluzionarie.

L’immagine con cui si apre il libro è quella di una madonna calva, la testa liscia e lucida come quella di Mussolini. È apparsa a Penny in sogno, visione assurda di un regime d’autorità tanto pervasivo quanto incomprensibile. Per tutto il resto del romanzo la bambina sembra porsi continuamente la stessa domanda, «Come è possibile che il fascismo sia così spaventoso e al contempo così ridicolo?». Questa è una domanda fondamentale, che mette in discussione la tenuta del regime tutto, eppure è una domanda che a un adulto non verrebbe in mente di formulare in termini così essenziali. Ma come la ragazza che cammina nel mezzo della strada a Londra, la narratrice bambina di Mazzetti occupa una posizione simultanea di insofferenza e scherno verso l’autorità: la posizione del candore e dell’innocenza che si sovrappone a una posizione caustica, di burla. È la posizione del disarmo, ed è così che ci arriva la voce di Penny, la narratrice de Il cielo cade: disarmante come la voce di una bambina che ci parla direttamente dagli anni Quaranta. La scrittura di Mazzetti è vivace, ultracontemporanea, petulante e ineludibilmente incantevole, nel suo saltare veloce da evento a evento, personaggio e personaggio, senza alcun contegno. La Penny di Mazzetti si ripete, si confonde, è sprecisa, sbaglia i tempi verbali proprio come una bambina vera.

lorenza mazzetti

Sul piano formale, tuttavia, Mazzetti dimostra grande controllo sulla forma romanzo. I brevi capitoli del libro si affastellano rapidi come le paginette del diario della bambina, le sequele di temi assegnati a scuola dalla maestra fascista, o i divieti punitivi fatti scrivere nel quaderno cento volte dallo zio. I giorni si susseguono in un’infanzia di campagna dove l’educazione borghese delle piccole Mazzetti si scontra e si sovrappone ai rituali cattolico-pagani del paese di Rignano: la coreografia della cena, la messa, la processione della Madonna, l’indemoniata, il rospo da portare allo stregone del villaggio. Penny e la sorellina Baby parlano almeno tre lingue e vivono nella villa padronale, ma vanno a scuola con gli altri bambini del posto e si intrattengono nel pomeriggio con i figli dei contadini che vivono nella tenuta di campagna dello zio.
Penny ci racconta i giochi, le prime avventure, i piccoli misfatti di questo gruppo di bambini che crescono. Per i due terzi iniziali del libro, la guerra è un rumore di fondo, che risuona talvolta nei malumori degli adulti, negli assurdi protocolli fascisti da osservare a scuola e nella sensazione generale di disallineamento che la bambina narratrice percepisce in sé stessa, a genealogia di quello zio intellettuale che non crede nella fede cattolica. I giochi dei bambini, a cui Penny prende parte in gruppo e in cui si intrattiene da sola, agiscono come metatraccia narrativa del conflitto bellico e commento ironico a latere delle oscenità del regime fascista. Non a caso i giochi dei ragazzi che riproducono la vita degli adulti – l’amore, il sesso, l’appartenenza di classe, la guerra, la sacra messa, il sacrificio religioso – si fanno più cupi e disperati mentre la guerra serra la sua morsa intorno a Rignano, producendo un senso di vertigine che attira il lettore verso il tragico epilogo del romanzo.

lorenza mazzetti

Per queste sue caratteristiche di spontaneità stilistica e raffinatezza formale, la traduzione di questo libro si è rivelata un’attività complessa, sempre in equilibrio tra il mantenere il ritmo e la franchezza della voce narrativa e il non comprometterne la specificità lessicale e sintattica. La scrittura di Mazzetti è immediata e indisciplinata: si muove rapida dal passato al presente, da una scena all’altra; i particolari all’inizio del romanzo non corrispondono con quelli che appaiono alla fine. È stato necessario buttarsi dentro al testo una prima volta seguendo l’istinto, per provare a catturarne l’eccentricità della sintassi, il senso generale di anarchia nella costruzione della scena narrativa, lo slittamento temporale continuo. In una prima fase, tradurre questo libro è stato un atto di fiducia quasi come scrivere: un progredire a occhi socchiusi seguendo il battito cardiaco della prosa. Nelle lunghe fasi di editing che sono seguite io e le mie collaboratrici abbiamo fatto tante scelte che hanno portato alla luce la struttura ossea del romanzo. Abbiamo ricostruito corrispondenze semantiche, inventato onomatopee, controllato dettagli storici, preso decisioni sul tradurre o meno le espressioni dialettali e il vocabolario nazionalista del Fascismo, sul se utilizzare o meno il corsivo per indicare una parola che si è scelto di lasciare in lingua originale.
Mentre lavoravamo, mi succedeva una cosa strana: ogni volta che ritornavamo sul testo mi sembrava di provare una cosa diversa. A volte ne uscivo profondamente commossa, a volte arrabbiata, a volte ridendo. Come se avessi ascoltato, a ogni nuovo turno, una confessione, una testimonianza, uno scherzo.

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La storia di Lorenza a Londra finisce, anzi inizia, così: Lorenza fa la cameriera in questo posto nei dintorni di Charing Cross. Forse è Cafè Fiori, ma molto probabilmente no, è solo un altro caffè da quelle parti. Un giorno scopre che non lontano da lì c’è una scuola per artisti. È la Slade di William Coldstream, dove insegna, tra gli altri, un giovane Lucian Freud. Lorenza ha a malapena i soldi che le servono per pagare l’affitto, ma questo non la ferma. Si reca all’accademia e chiede di poter studiare lì. La segretaria le dice che le iscrizioni sono già chiuse, dato che l’anno accademico sta per cominciare, ma Lorenza insiste: vuole conoscere il direttore, urla che non si sposterà di un millimetro fino a quando non glielo presenteranno. Dopo poco, da una porta esce un uomo in maniche di camicia, attirato da tutto quel baccano. Quando l’uomo chiede che cosa stia succedendo, Lorenza risponde che vuole parlare col direttore; gli spiega che è molto importante che la facciano studiare proprio in quella scuola. E perché lei dovrebbe studiare qui? chiede l’uomo.
E qui Lorenza risponde: «Perché sono un genio!»
E l’uomo, che poi è William Coldstream in persona, le dice di seguirlo, che è lui il direttore e che Lorenza è ammessa alla Slade, una delle accademie d’arte migliori del mondo, e può cominciare a frequentare già dal giorno successivo.
A questo punto, in ogni intervista, Lorenza Mazzetti fa una pausa a effetto. Dopodiché aggiunge sempre lo stesso commento.
«Senza giacca e in bretelle. Un direttore senza la giacca! Pensavo scherzasse, non l’avevo mica preso sul serio».
E pure io, quando ripasso davanti a quelle assi umide di pioggia, inchiodate lì dove un tempo c’era il Cafè Fiori che mi ricordo, penso a Lorenza, l’aliena indesiderabile che sapeva prendersi gioco di ciò che fa spavento, e mi viene sempre un po’ da piangere e un po’ da ridere insieme.

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