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#Gli ironici | La vita dispari



Ironici è una rubrica che si pone due obiettivi: chiedersi quali siano le possibili forme del comico e costruire una collana virtuale di testi ironici. Tutto questo combinando una recensione, un’intervista e una breve lista di consigli per gli acquisti. Per provare insieme a dare maggior voce al comico e trovare una risposta alla fatidica domanda: mi consiglia qualcosa che mi faccia divertire?

« Il riso è davvero universale, come la serietà. »

M. Bachtin

Il secondo pezzo è un po’ come il secondo libro o il secondo album, cioè subisce il peso dell’aspettativa – dei lettori, supponendo ce ne siano, e addirittura autoimposta, dello scrivente stesso. È con questa ansia diffusa che mi accingo a scrivere la seconda puntata degli Ironici: parleremo de La vita dispari, quinto romanzo di Paolo Colagrande. 

Nelle puntate precedenti abbiamo deciso di considerare il comico più come tono che come genere, quindi parlare di commedia o di libro ironico non ci aiuterà a comprendere il tipo di storia di cui tratterò. Un giallo, ad esempio, presuppone alcuni elementi narrativi costanti – il delitto, il mistero, l’enigma, un poliziotto, un ispettore, un assassino –, la commedia invece è subdola. Può essere tutto e niente. Allora, di cosa parla La vita dispari?Siamo di fronte a una vita, una sorta di biografia del protagonista, un certo Buttarelli, raccontata attraverso i ricordi, le storielle tramandate da un certo Gualtieri e da altri amici intimi del protagonista. Però non sono gli amici a raccontarci direttamente la storia, no, di mezzo c’è un ulteriore filtro: è il nipote di Gualtieri che racconta ciò che gli hanno raccontato, non senza risparmiare dettagli di propria invenzione. Una sorta di telefono senza fili attorno a una vita come tante, un romanzo di formazione e poi di disperazione. La vita di un uomo quasi banale. Se non fosse, e qui c’è la prima componente comica, che il Buttarelli riesce a leggere, quindi a comprendere, soltanto metà della realtà: quella presentata dalla parte pari. Basta che ci sia una divisione a metà per fare in modo che il protagonista smetta di funzionare come un essere umano standard: la pagina dispari diventa inintelligibile con tutte le prevedibili assurde conseguenze del caso. Basterebbe questo pretesto, in parte assurdo ma ancora credibile, però Colagrande traccia i confini di una grande epopea tragica: i guai non arrivano mai da soli, sono sempre accompagnati.

Ironici

Così il linguaggio amplifica, diventa un meccanismo campanilesco, e la storia si riempie di elementi estremi: i genitori separati, il padre visto solo in foto, la madre vedova estremamente rigida nel suo ruolo, la scuola che è una caserma dell’assurdo, l’innamoramento drammatico come ogni innamoramento – questo in fase adolescenziale; il matrimonio che va a rotoli, il lavoro totalizzante e logorante fino a diventare totalmente inutile, le amicizie con soggetti altrettanto emarginati, disagiati – questo in età adulta; tutto è più strano di quanto già non sia normalmente strana la vita. Un Fantozzi senza autoironia, inconsapevole, ancora più drammatico e sfortunato, sul quale sembra accanirsi un destino a metà strada tra una scelta e una maledizione: «l’istinto [di Buttarelli] – scrive l’autore – assiste impotente alla catastrofe». Buttarelli vive il corteggiamento e non riesce a non immaginare la crisi del ’29, vede per la prima volta il corpo di una donna e il suo cervello gli fa apparire davanti agli occhi gli uomini che si gettano dai grattacieli. Poi si innamora e non descrive l’innamoramento con parole d’amore, ma come se si trattasse di una mutazione pittorica, poetica: cambia l’immagine della donna nella sua mente e così muta la sua arte, passando a un periodo diverso, a uno stile nuovo. È tremendamente serio, per questo fa ridere.  

Colagrande sfoggia un’ottima capacità affabulatoria rubando al mondo dell’oralità: si inseguono gli episodi, le riflessioni, le digressioni. Il finale, che come tutte le biografie non può essere che la morte e che spesso è il punto debole delle narrazioni, è presentato fin da subito – nelle primissime pagine. In questo stratagemma, così come la disparità di Buttarelli, trovo un legame con il Sullivan che muore infinite volte e già a pagina tre. Il comico passa attraverso una premessa assurda.

Comica è anche la voce del narratore che, come dicevo, spesso aggiunge dettagli alla già complessa, dispersiva, confusionaria storia raccontata dal Gualtieri e dagli altri. Mi ha ricordato quella del narratore di Cosmic Bandidos: sopratutto quando apre infinite parentesi giurando al lettore che le chiuderà subito, finendo però per allungarsi per paragrafi e paragrafi, delle volte addirittura per alcune pagine. Un flusso continuo, soverchiante, pieno di dettagli fondamentalmente inutili che simulano il discorso parlato di chi procede per intermittenze e ricadutecontribuendo al comico: nascono aneddoti, accostamenti linguistici, ripetizioni e sorprese che contengono conferme come la Legge del Matrimonio. Illuminare delle verità che tutti conoscono, ma che difficilmente riescono a mettere a fuoco, questa è una caratteristica ironica. Se aggiungiamo che tutti i narratori, tutti i personaggi escluso il Buttarelli, cercano di parlare bene avventurandosi in metafore ardite, in campi estremamente tecnici, infilando parole quasi casuali, ecco che la risata è pronta a scattare. Sono tutti sul piedistallo, fanno a gara per sembrare intelligenti e non si rendono conto di essere sostanzialmente ridicoli. Non se ne rendono conto perché non possono vedersi da fuori: possiamo farlo solo noi dimenticandoci, o forse ricordandoci, che ci accade lo stesso ogni giorno.

Ma ridicolo è anche il narratore che, specialmente nella fase iniziale, presenta una sorta di raccolta delle fonti, utilizzando un linguaggio vagamente storico giuridico, che lascia pensare a un’indagine seria. Cosa che forse in parte è. Potremmo infatti scomodare la categoria bachtiniana di serio-comico per definire questo romanzo. Il termine serio-comico, secondo la lettura proposta da Bachtin, identifica uno speciale settore della letteratura nonché una specifica concezione del mondo e della verità. Era utilizzato dagli antichi per indicare testi piuttosto differenti eppure legati intimamente: i mimi di Sofrone, il dialogo socratico, la satira menippea, i libelli, la poesia bucolica e altri che si contrapponevano all’epopea, alla tragedia, alla storia.

Superata la prima parte del romanzo, nella quale vengono presentati numerosi personaggi, strade, luoghi, abitudini che tracciano i confini di una comédie humaine, viene voglia che il libro si trasformi in un audiolibro: per godere dello stile, della velocità straniante della narrazione. È solo nel secondo capitolo che Buttarelli torna al centro della scena, presentato in una situazione assurda: è già morto, ma Gualtieri l’ha appena visto sull’autobus pronunciare frasi incomprensibili. L’ironia, che chiamerei filosofica, di questo romanzo si evince dalla stessa spiegazione che Gualtieri dà al fenomeno: è il futuro [che] aveva mandato indietro una specie di avviso. C’è l’eco di De Crescenzo, della divulgazione divertita, di frasi che in altri contesti mi sarebbero apparse eccessive e che invece qui non diventano incredibili, nel senso di non-credibili. Anche quando le leggi della fisica vengono adattate a uso e consumo della storia: come la terza legge della dinamica applicata al rapporto pancia cintura di uno dei tanti personaggi. Oppure quando il linguaggio tecnico scientifico dà credibilità nonostante la difficile, e forse impossibile, comprensione. Non capisco, ma è buffo. Capisco che c’è dell’assurdo, che tutto è strano, così strano che è vero. Che è successo, magari non tutto a Buttarelli, che di Buttarelli forse neanche ne esistono al mondo, ma a qualcuno, di tanto in tanto, è accaduto. Accade un po’ a tutti, ma non tutto alla stessa persona, mettiamola così. 

Colagrande complica il semplice e utilizza un linguaggio forbito, tecnico, curato per scene e situazioni comuni, raccontate come un fenomeno irripetibile: è un processo illogico, poiché l’uomo tende per natura alla semplificazione, ma proprio perché illogico – del tutto ingiustificato – allora è comico. In alcune definizioni, spiazzanti, imprevedibili, ho ritrovato Il dizionario del diavolo di A. Bierce, quella lingua biforcuta capace di trovare significati nuovi a elementi banali. La costruzione del romanzo sembra riprendere quella che Pontiggia chiama costruzione alla latina: una costruzione al contrario delle frasi, in questo caso degli episodi, che nasconde l’elemento essenziale alla fine. Dove andremo a parare?, mi sono chiesto più volte e nel frattempo leggevo, continuavo a leggere senza riuscire a lasciare il libro. Un altro paragrafo, mi dicevo, uno solo e basta. 

Nel proseguire del romanzo la disparità di Buttarelli diventa sempre meno fisiologica trasformandosi in sociale, relazionale, sostanziale. Una disparità totale che riesce a rendere il senso di un’enorme tragedia. In definitiva quella di Colagrande è un’ironia elegante, di pensiero, potremmo dire quasi filosofica che in qualche scelta mi ha ricordato La strage di congiuntivi di Roscia, un giallo tinteggiato di comicità. Una comicità che sfrutta il ritmo, il linguaggio tecnico e gli stessi personaggi – a partire dalle loro conformazioni fisiche – fino al ricorso a qualche battuta di spirito di matrice freudiana e a una sorta di autoironia letteraria, se non addirittura universale. Siamo uomini quindi siamo ridicoli. Tutti. E vale la pena riderne. Perché davanti alla realtà e alla nostra finitezza, mortalità, ridicolaggine esistono forse solo quattro reazioni possibili: fingere di non vedere; deprimersi; credere in qualcosa che ci renda eterni; riderne. Gli alieni, citati più volte nel romanzo, guardano gli uomini e ne ridono; lo stesso fa un Dio distratto, annoiato, che osserva e si diverte di fronte all’affanno umano. Scriveva Bergson che il riso ha bisogno dell’uomo, come oggetto della risata e come soggetto che ride. L’uomo è l’animale che sa ridere e che fa ridere. A conti fatti, in questa storia, non fa quasi mai ridere il cosa – il cosa è una tragedia senza precedenti –, ma il come. Però ci sono anche gli episodi assurdamente comici, come Buttarelli che dialoga con la madre tramite delle lettere: peccato vivano sotto lo stesso tetto e non si parlino al di fuori di quelle missive. C’è anche il serio, alleato principe del comico, il troppo serio che diventa ridicolo: il linguaggio, strumento attraverso il quale passa l’ironia, nasconde il più grande paradosso umano. Comunichiamo per comprenderci e invece fraintendiamo, siamo una Babeleancora in piedi. Lo stesso disinteresse che caratterizza Buttarelli – incapace di interessarsi a qualcosa di specifico – è caratteristica del comico. Poiché il comico è per sua natura disinteressato delle cose, le guarda e ne può ridere. Ma allora cosa farne delle nostre vite? Fingere? Deprimersi? Credere in Dio oppure ridere? Consiglierei la risata, ma la scelta resta personale. Ognuno faccia il proprio gioco.

Mi sono dilungato come il narratore del romanzo: è arrivato il momento di lasciar parlare l’autore. Come per Mammi, le solite tre domande e infine i suggerimenti per gli acquisti. 

Ciao Paolo, benvenuto tra gli ironici. Andiamo subito al dunque: come definiresti il comico e perché l’hai scelto?
A dir la verità non l’ho scelto e neppure lo pratico, anzi per molti aspetti lo detesto: detesto tutto quello che nasce apposta per far ridere, che si offre come risarcimento o diversivo o svago rispetto a una presunta vocazione di serietà che crediamo ci appartenga per natura. Se esiste una musa tragica, io tendo piuttosto a dare ascolto a questa, che ci racconta perché si piange: il piangere si accompagna e si associa al distacco, alla sconfitta, alla disillusione o – volendo usare categorie più grossolane – alla morte (altrui); attinge cioè alla quotidianità più rituale. Le ragioni per cui si ride invece nessuno ce le sa spiegare, perché il ridere ha radici più profonde, pesca nel mistero della nostra inadeguatezza o, direbbero gli psicologi, di nostre competenze non esplicite. Quanto all’ironia, mi scuso per la risposta che sto per dare – sia chiaro che non ce l’ho con chi mi ha fatto la domanda, anzi lo ringrazio sinceramente – ma è una parola irritante che cancellerei volentieri dal vocabolario. Tra gli ironici non mi sentirei benvenuto per niente: sarei il primo bersaglio comodo di qualunque ironia. L’ironia contiene un giudizio virtuoso, l’elevarsi al di sopra del mondo per giudicarlo (male) con humor; l’ironia divide e ferisce, soprattutto quando è blanda e sottile, più dell’insulto esplicito. È prevaricazione pedagogica, viziata dall’equivoco di una giusta coscienza o di una ragione illuminata dall’arguzia. E anche quando mi capita di sentire cose sgradevoli, o irragionevoli, non sono capace di replicare con ironia: preferisco subire, coltivandomi rancori e malattie psicosomatiche, oppure arrabbiarmi in modo scomposto e far danni. 

Una risposta inaspettata, ma molto interessante. La comicità – che non scegli, né pratichi anzi detesti – ha tante forme, quale preferisci?
Non ho pratica di generi, classificazioni e cataloghi. Mi piace far muovere personaggi sgangherati e irrisolti, che rappresentano la natura più onesta dell’umanità, cioè di tutti noi, fisiologicamente malfatti e potenzialmente ridicoli senza saperlo. È la nostra corporeità a renderci organicamente comici. Basta che ci muoviamo e sveliamo la nostra natura, soprattutto quando facciamo programmi o parliamo come profeti. Se partiamo da questa consapevolezza, cioè dal livello più basso (ma al tempo stesso più trasversale e panoramico), riusciamo a ridere di noi e del mondo di cui siamo parte, con indulgenza e tutti insieme, senza ironia. Siamo stati creati col virus dell’inadeguatezza, e chi ci ha inventato si diverte a guardarci mentre camminiamo inciampando su un pianeta dove forse siamo finiti per sbaglio, ma dove crediamo di essere la misura di tutte le cose. Di questa coscienza, che ha in qualche modo riflessi divini, si nutre il witz ebraico, che non è fatto di barzellette e stereotipi ma di riflessioni su noi stessi e sui nostri ineliminabili difetti, in chiave di autoparodia. Ecco, se devo individuare una forma, direi che è questa, ma non c’è dietro un calcolo.

E se ti svegliassi curatore di una collana umoristica, quale titolo le daresti?
Probabilmente rinuncerei all’incarico, a meno che non mi arrivasse un prezioso ingaggio, nel qual caso la intitolerei “Ippolito”, la tragedia greca che sconvolge tutti gli schemi del bene, del male, dell’amore, dell’inganno e soprattutto del malinteso. E nel malinteso sguazza, impietoso, il comico.

Come promesso, prima di chiudere, lascio spazio ad alcuni consigli per gli acquisti. I miei suggerimenti li trovate sparpagliati nella recensione: se vi è piaciuto La vita dispari provate anche quelli; se al contrario li avete già letti e apprezzati, allora è il momento di scoprire il romanzo di Colagrande. Ecco i suoi consigli di lettura che, cito, «non c’entrano con l’ironia, ma col principio comico che ci governa».

  1. L’ebreo che ride di M. Ovadia: illustra il rapporto dialettico fra vita, dolore, tragedia e motto umoristico, nella cultura Yiddish;
  2. La promessa dell’alba di R. Gary;
  3. La lingua salvata di E. Canetti. Gli ultimi due sono molto diversi ma, grazie al racconto autobiografico, mettono in risalto, forse senza una vera intenzione, il momento comico-straniante di certi rapporti: fra madre e figli, sempre a filo di incesto e in bilico fra tragedia e farsa; fra generazioni e culture; il rapporto con la guerra (per Gary) o con le ideologie correnti; e in generale con un destino che sistematicamente smentisce ogni pronostico.



Illustrazione copertina di Federico Arrigoni

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