27.11.2025

Ingrata. Se il Potere ha il volto di donna

Nel suo nuovo libro Annalisa De Simone dà finalmente voce a una donna sola al comando, mostrandocene il vero volto

Un libro che ci pone di fronte a una verità scomoda: il Potere rende fragili, non forti; arrivare al vertice significa rischiare di provare la vertigine della caduta e ­– fatto ancor più disturbante nell’epoca delle pari opportunità – questa sensazione non ha genere. La protagonista di Ingrata (Nutrimenti, 2025) è un’antieroina, immorale, sfrontata, eppure irresistibile nella sua ambiguità, un personaggio femminile inedito, di cui avevamo bisogno, poiché riesce a conciliare in sé gli opposti: Letizia Mastracci è vulnerabile e al contempo invincibile; ambiziosa e modesta; bugiarda e pura. Annalisa De Simone è riuscita a creare una protagonista perfetta proprio perché “ingiudicabile”, in grado di stare al di sopra di ogni soglia di giudizio: e non è forse questo quello che dovrebbe fare la letteratura? Andare al di là delle idee di giusto e sbagliato e smuovere il dubbio, sviscerare l’incertezza?

Letizia è l’Ingrata, ce lo suggerisce da subito il titolo del romanzo, eppure persino quando viene rivelato il suo tradimento noi, da lettori, non siamo in grado di inchiodarla alla colpa, che comunque lei stessa non riesce a perdonarsi. La domanda implicita, che scorre sommessa tra le righe, è: tu, lettore, cosa avresti fatto al suo posto? Ti saresti comportato diversamente? Come avresti agito? L’ingratitudine è un sentimento complesso, un intreccio di affetti, di cui è difficile disfare la trama, pur individuando il bandolo della matassa. Forse, a conti fatti, il vero “ingrato” della storia è il Potere, creatura metamorfica senza cuore né anima, che tutto inghiotte e stravolge nella propria voracità. La trama di Ingrata attraversa un evento cardine della storia italiana: lo scandalo di Tangentopoli e si muove nell’arco di trent’anni istituendo un raffronto serrato tra passato e presente all’insegna di una malinconia dolce che getta una luce opaca, retrospettiva, sui fatti narrati. Tutto ha inizio quando Letizia, brillante neolaureata in giurisprudenza, incontra Tonino Giuliante detto “Il Principe”, il rampante sindacalista che le deve fare da mentore. Sullo sfondo Roma, città duplice, sincrasi di epoche e perfetta metafora del volto ambiguo del potere diviso tra integrità e corruzione. La stretta di mano tra Letizia e Giuliante, suggellata da un tramonto primaverile «preludio di qualcosa», pare un segno del destino. I due si riconoscono all’istante, poiché hanno le stesse radici – provengono dall’Abruzzo, terra brulla, aspra, contadina – e sono animati dalla medesima volontà di riscatto che li ha guidati a cercare fortuna nella capitale. Tra loro nasce presto un sentimento, che tuttavia non ha la facoltà di esprimersi pienamente. L’intero romanzo si regge su questa tensione inespressa – pagina dopo pagina siamo portati a chiederci: è amore? – e il vincolo che unisce Letizia e Giuliante è reso da una scrittura magistrale che, con meticolosità ininterrotta, scioglie e riannoda il loro legame senza omissioni, non temendo di indugiare sugli aspetti morbosi della relazione e rendendo manifesto anche il desiderio femminile. Una novità interessante apportata da De Simone è proprio questa: per la prima volta non è l’uomo di potere che seduce la giovane ingenua, ma accade che sia proprio la protagonista, in prima persona, a dichiarare il proprio desiderio spudorato – pure esplicitamente erotico – nei confronti di una persona più grande che riveste, tra l’altro, un ruolo di autorità.          

Il sentimento indefinibile – di ammirazione, gratitudine, devozione e seduzione reciproca – che unisce Letizia al suo mentore è il fil rouge della storia e diventa tangibile, struggente, pur senza che nulla di davvero dirompente accada. Sotto questa luce il romanzo di Annalisa De Simone appare un interessante tentativo di ibridazione tra generi: è narrazione storico-politica e romanzo psicologico e, al contempo, presenta un romanticismo soffuso e persistente. Se si conclude la lettura con un nodo alla gola è proprio perché il legame tra i due personaggi appare palpabile e, infine, resta intatto il dubbio: l’amore inespresso, incompiuto, è comunque amore? Paradossalmente è proprio questo desiderio, narrato nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti più torbidi e oscuri, a fare della protagonista un personaggio puro, verso cui provare una spontanea e istintiva empatia. Letizia Mastracci e Tonino Giuliante sono complementari: alla parabola ascendente di lei, corrisponde quella discendente di lui, travolto da uno scandalo giudiziario che ne devasterà la carriera (e la vita). A ben vedere a unirli è la stessa fame, lo stesso desiderio di riscatto dalle proprie radici provinciali: entrambi “transfughi di classe” (per usare la definizione di Pierre Bourdieu), divisi tra l’origine e la meta, portano nel cuore la consapevolezza del tradimento, sancita in maniera inoppugnabile dalla frase posta in quarta di copertina: «Tutti siamo destinati a tornare nei luoghi e dalle persone che abbiamo tradito», in cui si avverte un richiamo dell’esergo de Il posto di Annie Ernaux, ovvero la citazione di Jean Genet:

«Scrivere è l’ultima risorsa quando abbiamo tradito».

La colpa inespressa del distacco dalle proprie origini unisce i protagonisti, è il patto tacito, l’intesa che sigilla il legame; non a caso le loro descrizioni appaiono da subito intrecciate in un chiasmo: «Tutto in lui era sintomo di azzardo e volontà. Mentre tutto in me era ancora offuscato da indecisioni e dubbi» ma, come da copione, l’allieva supererà il maestro. Raggiunto il vertice, il traguardo da dirigente per lei agognato dal padre come promessa di realizzazione personale, neppure Letizia sarà immune dalla vertigine del potere:

«Voglio Tutto. Nulla più mi basta».

Nel raccontare l’ambizione sfrenata di una donna, l’autrice non manca di evidenziarne le molteplici vulnerabilità che si annidano nelle mancanze patite da bambina «sono l’adulta che trascina su di sé l’eco del suo passato», poiché non ci si libera mai davvero dalla propria infanzia. «L’infanzia che trema», come recita una delle tante poesie di Giorgio Caproni che sono inserite nel testo a suggellare un legame profondo e indissolubile fatto soprattutto di parole. La storia è scandita da intermezzi che richiamano le fasi lunari – novilunio, luna crescente, luna piena, luna calante – rappresentazione ideale dell’ascesa e della caduta. A un certo punto le vicende esistenziali di Letizia e Giuliante paiono allinearsi; lei rischierà di replicarne il destino e proprio quella perfetta coincidenza – le loro parabole esistenziali si riflettono in un gioco di specchi – sarà l’occasione, la strategia narrativa, per rivelare la colpa che rimane taciuta, omessa, silenziata per gran parte del romanzo.  La protagonista apparentemente è una donna sola al comando, ma in realtà la sua individualità è forgiata su uno stampo patriarcale: a guidarla, fin dal principio, è l’orma del padre, il desiderio di corrispondere al cammino vincente che l’uomo ha immaginato per lei. A questo proposito è interessante notare che le figure maschili del libro sono in continuità tra loro: il padre vedovo, cui Letizia è unita da una devozione assoluta; Tonino Giuliante, colui che incarna l’ambizione paterna e la proiezione dell’amore ideale; infine Carlo, il figlio di Giuliante, l’inattesa opportunità di avverare l’amore mancato. Solo una volta conquistata la vetta, Letizia sarà davvero sola e, dopo aver aderito alle aspettative designate da altri, si troverà a fare i conti con il proprio vuoto. 

«Ci sarebbero voluti anni per imparare che sempre si seguono i desideri di qualcun altro, che sempre si rincorrono le impronte di qualcun altro ma che poi sempre, a queste tracce, se ne preferiscono delle nuove: è il momento in cui iniziamo a solcare il terreno con i nostri passi, pur continuando a far risuonare da lontano quei desideri, e pur cominciando a rischiare, nella vita, con i nostri». 

Nelle pagine scorrono trent’anni della vita di una donna, le sue metamorfosi intrecciate a vicende politiche e giudiziarie, ma soprattutto scorre il Tempo nella sua forma più inafferrabile e segreta, il conto alla rovescia della mortalità declinato nella catastrofe dell’oblio, resa in modo magistrale da una malattia che si fa metafora della dimenticanza.

«Intanto che sento il tempo trascorso senza interruzioni, le scene vissute o immaginate, tutto si mescola davanti agli occhi che sono rivolti a lui».

Tonino Giuliante è il doppio della protagonista, l’uomo che lei – forse – ama, ma soprattutto incarna l’intera complessità dell’elemento umano, fragile e indifeso di fronte ai voltafaccia della vita. In una storia amorale il lieto fine è abolito, ma non impossibile, semplicemente si stempera in un sentimento di pena, di nostalgia. Con un senso di impotenza il lettore scopre, alla fine, che è difficile individuare un vero colpevole – ed è proprio in questa sospensione di giudizio che si avvera il trionfo della scrittura.  Letizia Mastracci è il personaggio femminile inedito di cui avevamo bisogno, poiché ribalta un canone letterario e ci mostra una «donna al comando» nei suoi lati cinici, spietati, nel suo arrivismo più bieco e scaltro, tuttavia restando sempre al di sopra del bene e del male e di ogni forma di morale. L’abuso di potere non viene quasi mai declinato al femminile; eppure basterebbe farlo per rendersi conto che, in fondo, il Potere non ha genere e di fronte alle sue lusinghe siamo tutti disarmati – e complici.

Ingrata intreccia con una prosa poetica un’intera galassia di segni e simboli e proprio per questo è un libro riuscito, una sorta di odissea al femminile: il viaggio dell’eroe, la sua sete insaziabile d’avventura e scoperta, si conclude sempre con un ritorno all’origine.  

"© Annalisa De Simone, Nutrimenti, 2025"
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