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In compagnia dei lupi. La magia oscura di Joan Aiken

Quando, il 13 dicembre del 1963, il nome di Joan Aiken comparve per la prima volta sulle pagine del Time, l’autore dell’articolo la indicò come «la figlia del poeta Conrad Aiken». Un’informazione veritiera ma superflua, perché se è vero che nascere in una famiglia di letterati può offrire solidi vantaggi a un’aspirante scrittrice, ciò non ne garantisce la qualità della scrittura. Al dubbio, o a un innocuo gioco di immaginazione, va dunque lasciata la reazione della scrittrice, quando correndo eccitata alla pagina 106 della rivista più importante d’America dovette vedere la propria gioia macchiarsi, per sottostare all’assurda dinamica che non la vedeva come una scrittrice, ma come la figlia di uno scrittore. L’autore dell’articolo spende alcune parole di apprezzamento per l’opera I lupi di Willoughby Chase e scrive di come «l’autrice a volte piroetta sul filo della scandalosa parodia letteraria senza mai intaccare la suspense di una storia adatta a chiunque, dai 7 ai 70 anni. I lupi di Willoughby Chase, infatti, è quasi una lezione sulle virtù che un classico libro per bambini deve possedere; fascino, uno stile proprio, l’abilità e l’autorità di creare un piccolo mondo senza scrivere ai piccoli lettori».

Le virtù indicate, naturalmente, non dovrebbero riguardare solo i libri per bambini, ma tutta la buona letteratura. Consapevoli che tale magia non si possa ritrovare in ogni opera pubblicata è dunque un sollievo riscoprire, grazie ad Adelphi e nella traduzione di Irene Bulla, un’autrice che, poco nota in Italia, ha saputo tracciare un segno distintivo nello sconfinato universo delle lettere. I lupi di Willoughby Chase è infatti un congegno narrativo dagli ingranaggi semplici ma ben funzionanti, capace di tenere agganciato il lettore per tutto il corso della vicenda. A catturare, fin dalle prime pagine, sono le atmosfere cupe che si spalancano sul contesto ucronico in cui il racconto è ambientato: una campagna lontano da Londra dominata dal freddo e dai lupi, in un’Inghilterra alternativa che ha visto l’ascesa al trono di Giacomo III.

joan aiken

Quando Sir Willoughby è costretto a lasciare la sua lussuosa proprietà per un viaggio che lo terrà a lungo lontano da casa, la giovane Sylvia si reca alla tenuta per fare compagnia all’amata cugina Bonnie. Un incontro che si annuncia ricco di sorprese e divertimenti, se non fosse che per badare alle ragazze è stata chiamata la perfida Miss Slighcarp, una lontana parente che si rivela presto interessata solo ad appropriarsi delle ricchezze di famiglia. Da qui hanno inizio le numerose peripezie di Bonnie e Sylvia, che attraverso le situazioni più improbabili e i più probabili stereotipi della letteratura per l’infanzia vivranno un’avventura capace di trasformarle. Bambine orfane, governanti spietate, un passaggio segreto e un testamento contraffatto sono solo alcuni dei numerosi cliché che compongono il romanzo e che l’autrice non si preoccupa di sfoltire. Come scrive infatti Brian Phillips nel breve saggio che chiude la pubblicazione, «invece di selezionare con parsimonia uno o due di questi elementi, come avrebbe fatto un altro scrittore, Aiken li accatasta l’uno sopra l’altro nelle sue classiche trame improbabili».

Eppure, malgrado i luoghi comuni e le situazioni al limite del credibile, la sospensione dell’incredulità non dà segni di cedimento, concedendo al lettore un’immersione totale nelle assurde vicende delle due protagoniste. Tra i vari cliché non manca il ragazzo selvaggio, non allineato, che riportando alla mente personaggi come Tom Sawyer o l’amico Huckleberry vive in una caverna insieme alle sue oche. Personaggio fondamentale, quello del giovane Simon, che nel suo rifiuto dei paradigmi sociali e della visione adulta della vita richiama il ribelle Peter Pan. Non è un caso se, come racconta la stessa Bonnie, «il papà dice sempre che gli piacerebbe avere una vita altrettanto spensierata». Ecco quindi comparire un altro cardine della letteratura per ragazzi: l’incolmabile spaccatura tra infanzia ed età adulta che trasforma molti romanzi in un rituale di passaggio. Due universi tanto lontani, quelli tra adulti e bambini, nei quali, guarda caso, gli adulti sono spesso i nemici. Così accade anche nel racconto di Aiken, dove i grandi, assumendo una funzione salvifica a fine racconto, sono per il resto la minaccia principale.

«Com’è diversa questa strada – dice Sylvia tornando a casa -. L’ultima volta che l’ho percorsa c’erano i lupi, la neve, il freddo e il buio… ora ci sono primule ovunque e fa un caldo che quasi si soffoca». I lupi di Willoughby Chase è un lungo viaggio verso la luce, un percorso iniziatico che dalla gelida e oscura campagna invernale conduce a una luminosa primavera dove persino i lupi, dei quali si sente la minaccia costante per tutto il corso della vicenda, abbandonano le terre di Willoughby per spostarsi a Nord. Se non fosse per una loro pericolosa incursione nei primi capitoli del romanzo, questi lupi sembrerebbero un elemento magico e irreale, una metafora del male, una “pistola di Čechov” che non è destinata a sparare, ma solo a creare una lunga ed estenuante attesa nel terrore. Il male avvolge l’umanità in uno stretto abbraccio, sembra dirci Aiken, dal quale l’irrazionale ed esplosivo mondo dell’infanzia può liberarci.

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Illustrazione di Pat Marriott

A impreziosire il racconto ci pensa infine la china di Pat Marriott, che attraverso illustrazioni dal tratto oscuro e sottile restituisce le atmosfere cupe del testo. Uno stile che riporta inevitabilmente a Edward Gorey, che di Aiken illustrò molte copertine, compresa quella proposta da questa edizione italiana. Se Joan Aiken, nel suo eccedere di stereotipi, ha saputo raccogliere il meglio della grande letteratura per l’infanzia, è fuori discussione come più recenti specialisti del macabro e del grottesco quali Philip Ardagh e Lemony Snicket siano a lei debitori. Come sostiene Brian Phillips nelle ultime righe del suo saggio: «I suoi romanzi sono un dono, per bambini e adulti. Joan Aiken mise la sua fervida immaginazione al servizio di una meravigliosa intelligenza pragmatica, dando vita a libri che attingono a piene mani all’innata follia della letteratura e alla misteriosa saggezza che essa può conferire».

I lupi di Willoughby Chase non è solo il primo libro di un lungo e fortunato ciclo, ma il romanzo che permise a Joan Aiken di dedicarsi per sempre alla scrittura, abbandonando l’autobus in cui viveva col marito per impegnarsi in decine di opere per adulti e bambini. Malgrado l’omonimo adattamento cinematografico diretto da Stuart Orme nel 1989 e la versione radiofonica della BBC del 1994, il romanzo e la sua autrice sono tutt’oggi poco noti persino in patria. L’augurio è che le tenebre dissipate col suo primo romanzo possano dissolversi anche per quelli a venire.

In copertina: illustrazione di Pat Marriott

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