Quando Eleonora Marangoni mi aveva parlato per la prima volta di Walter Hunt, ormai tre anni fa, aveva detto di voler scrivere un libro sull’inventore della penna stilo – all’epoca la storia era poco più di un’idea proposta all’editore – e io quindi mi aspettavo un libro pieno di invenzioni. Ogni tanto, nel corso di questi anni, mi è capitato di chiederle come stesse procedendo il suo romanzo e lei rispondeva in maniera sibillina. Molte volte, mi avrebbe poi confidato, si è chiesta perché lo stesse facendo, dal momento che a nessuno sembrava importare di Walter Hunt, un americano, quacchero, vissuto tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento. Lei, però, ha trovato il modo di renderlo interessante, prezioso e umano – alla fine del libro lo si sente amico, si vorrebbe stringerlo in un abbraccio.
L’imperdibile riesce a restituire appieno l’essenza di un uomo scomparso nella scia di milioni di esistenze invisibili del passato quasi senza lasciare traccia. In realtà, come scopriremo leggendo, qualcosa Walter Hunt dietro di sé lo ha lasciato, piccole invenzioni geniali, come la spilla da balia, le penne stilografiche, il fucile a ripetizione, e il primo prototipo di macchina da cucire, che però non brevettò mai, fu battuto sul tempo (ma forse anche a causa di una maggiore disponibilità economica) da Elias Howe e, successivamente, dal celeberrimo Isaac Merritt Singer. “El imperdible” in spagnolo è il nome dato alla spilla da balia, il che crea un paradosso bizzarro: «L’imperdibile, l’oggetto perfetto di un uomo passato alla storia per le occasioni che ha perduto» da qui il titolo del libro, che inizialmente era Ballata per Walter Hunt.

È stato un lungo lavoro, come ho scoperto poi: la prima stesura ammontava a più di quattrocento pagine ed è stata riscritta, limata e ridotta. Comunque, dicevo, mi aspettavo un libro pieno di invenzioni e invece ho letto un libro di atmosfere, di riflessioni, anche di malinconie. «Il successo di un fiore non si misura da quanta gente lo guarda, il successo di un fiore è diventare sé stesso, nient’altro». Amo la scrittura di Eleonora Marangoni perché vi trovo qualcosa che mi assomiglia: anch’io sono una di quelle persone che per pensare meglio le cose, per capirle, ha assolutamente bisogno di scriverle. Ed Eleonora Marangoni potrebbe anche scrivere un libro sul silenzio, per quanto mi riguarda, perché sono le riflessioni la vera trama segreta delle sue storie. L’imperdibile potrebbe intitolarsi Le occasioni perdute, sarebbe un titolo poetico, capace di restituirne la malinconia. La prospettiva dei falliti, in fondo, è commovente e, forse, è la prospettiva giusta da cui guardare la vita. Perché chi di noi, mentre vive, si sente un vincente? Non abbiamo sempre la sensazione di perdere qualche cosa? Cosa determina la felicità? Ne abbiamo parlato in questa intervista.
De L’imperdibile mi ha colpito anzitutto la dedica: «Ai distratti, alle devozioni inutili». Quali sono le devozioni inutili?
L’imperdibile è un libro binario perché racconto di lui, ma racconto anche di me che ricerco lui. Walter Hunt oltre che oggetto di ricerca era anche un cercatore, come mostra anche il suo nome, in questo caso nomen omen, da to hunt che in inglese è «cacciare» e non a caso la caccia al tesoro si chiama «treasure hunt». Walter Hunt era un devoto della ricerca degli oggetti, devozione sia inutile che proficua per le invenzioni che poi ci ha consegnato, oggetti che sono insuperati, restano tuttora perfetti, ma sono stati improduttivi sul momento: la spilla da balia era un’idea geniale, ma lui vendette il brevetto. Le mie di devozioni inutili sono delle fedeltà ingenue, se vuoi, che coltivo nonostante tutto. Magari sul momento mi sembra che non mi porteranno da nessuna parte e, invece, anni dopo le riconosco come significative, produttive e persino preziose.
Dici che quello che ti guida da sempre nella scrittura è la curiosità. È accaduto con Proust, con le figure di spalle per Viceversa, con Parigi, con Monica Vitti e, ora, cosa ti ha fatto innamorare di Walter Hunt?
La sua curiosità. Il libro si apre proprio su una citazione di Tocqueville, tratta da La democrazia in America, che nel finale dice: «Ma che si facciano cose del genere per curiosità non riesce proprio a capirlo». Io credo che la mia curiosità su Walter Hunt sia in qualche modo specchio di quella stessa curiosità che ha guidato Walter Hunt nella sua vita e nelle sue invenzioni. Lui è un uomo che è stato sempre curioso, al punto quasi da dimenticarsi di tutto il resto. C’è quindi una sorta di doppio sguardo in gioco: la mia curiosità nella scrittura e la curiosità che ha spinto Hunt a creare le sue invenzioni. Questo accomuna un po’ uno scrittore a un inventore. Ogni libro è, forse, la risposta a un’ossessione, lunghissima o momentanea. Io non scrivo mai per intrattenere o per il gusto di raccontare una storia, per me scrivere è sempre il tentativo di rispondere a una domanda: qui era una sorta di riflessione sul “perché facciamo tutto quello che facciamo”?

Hai detto che ciò che scrivi parte sempre da delle immagini, in questo caso nello specifico da un oggetto: la spilla da balia che in spagnolo si chiama appunto «l’imperdibile». Quanto contano gli oggetti nella tua scrittura?
L’imperdibile più che un libro sugli oggetti direi che è un libro proprio sulle forme, un libro sulle forme delle cose. È il tentativo di risalire al perché una spilla è così fatta, o perché una penna ha quella forma, è voler risalire alla domanda iniziale che poi diventa scintilla e idea. All’inizio di tutto ho scoperto Walter Hunt proprio guardando un’immagine: il brevetto della spilla da balia, che è riportato anche nel libro. Mi ha proprio affascinato l’essenzialità e la perfezione della forma della spilla da balia, che ha qualcosa di antico e di moderno insieme. Ed è stata questa forma, a un certo punto, a determinare la struttura stessa del libro. Avevo finito la prima stesura e raccontavo a una mia amica artista che il libro era venuto troppo corposo, troppo lungo; insomma sentivo che c’era troppo, allora lei mi ha dato un suggerimento che, sul momento non ho capito, ma che poi è stato illuminante: «Cerca di farlo perfetto ma essenziale, come la spilla da balia». Questa riflessione sulla forma mi ha svoltato la scrittura, perché effettivamente nel raccontare la storia di Walter Hunt in modo cronologico mi annoiavo e, negli anni, ho scoperto che se mentre scrivi ti annoi allora non stai facendo bene, perché stai svolgendo un ruolo, un compito.
È così che sei arrivata alla struttura finale del libro?
Settimane dopo, grazie a questa intuizione, ho deciso di trasformare la seconda parte nella ricostruzione del processo con le voci dei vari testimoni. Ho scelto di smettere di raccontare la storia in modo lineare e invece scomporla, così come la spilla da balia è frammentata in varie componenti. Mi interessava ricostruire la vita di quest’uomo, ma lasciare intatto il suo mistero: se Hunt si fosse raccontato in prima persona questo sarebbe venuto meno, perché avrebbe svelato troppo di sé. Invece farlo raccontare da altre voci, durante il processo, mi ha consentito di offrirne un ritratto complesso, anche contraddittorio, perché poi ciascuno lo vede da una diversa prospettiva. È un espediente questo che avevo già utilizzato in un racconto su Monica Vitti contenuto in E siccome lei. C’è un film, Modesty Blaise in cui lei interpreta una donna sfuggente, una spia, allora la raccontavo attraverso gli sguardi altrui: un maggiordomo, un cameriere, un amante. E per raccontare Hunt, nella seconda parte del libro, ho utilizzato lo stesso metodo.

La storia di Walter Hunt è una storia di insuccessi, ma sei riuscita a renderla vincente. Scrivi: «Quella di stare al mondo senza conoscere il successo è una fatalità, ma in qualche modo anche una tragica mancanza. Di coraggio e di volontà». Secondo te perché Hunt ha fallito?
Nel caso di Hunt il fallimento, dal punto di vista finanziario, è stato clamoroso, perché viveva in un’epoca di grandi invenzioni e, soprattutto, in una società, quella americana, che ha fondato il mito stesso del successo e del self made man. Per me lui non era un fallito, ma un genio incompreso, il che è diverso da “fallito”, perché fallisce chi non riesce a realizzare nulla, lui invece aveva realizzato delle cose straordinarie che utilizziamo ancora oggi e che ci sono utili, come la spilla da balia. Su questo Hunt è stato impareggiabile, ma il riconoscimento gli è mancato, il perché è difficile da individuare: è stato poco furbo? Gli sono mancate le risorse? Alla fine non rispondo a questa domanda, perché una risposta sola, di fatto, non c’è. La vera scintilla che mi ha guidato nella scrittura è stato il fatto di riflettere sul senso di uno sforzo.
C’è un passaggio molto bello in cui la moglie Polly dice a Hunt: «Tu sei sempre da un’altra parte, Walt. C’è sempre qualcosa che ti tiene lontano, che ti porta a immaginare cose cui nessuno oltre a te può avvicinarsi davvero» e così delinea il suo carattere. Mi chiedo: è questa la maniera di stare al mondo degli artisti, essere sempre da un’altra parte?
Credo sia una maniera di stare al mondo peculiare degli artisti, ma anche degli scienziati, dei filosofi: chiunque stia cercando o creando qualcosa, spesso sta in un mondo che è anche laterale, un po’ distante, al di fuori dalla realtà. Con il personaggio di Polly volevo un po’ inseguire il detto usurato «dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna», chiaramente scrivendo ho molto romanzato, però nella mia testa sentivo che in una famiglia numerosa, in un mondo come l’America dell’Ottocento, la moglie di Hunt aveva avuto un ruolo: rappresentava il nucleo domestico, ma anche l’ispirazione di mille sue idee. Non mi piace definirla musa, ma di certo lei gli è stata di ispirazione. Polly è stata l’ispiratrice e la guardiana di mille idee. Credo che un uomo – bianco etero cisgender americano, come si dice oggi – da solo non avrebbe mai pensato alla macchina da cucire o a mettere le rotelle ai mobili per spostarli senza sforzo, è chiaro che lui ha inventato queste cose anche per facilitare la vita alla moglie e la routine domestica. Proprio la dimensione familiare ha permesso a Hunt di creare un certo tipo di invenzioni, come la spilla da balia o la macchina da cucire che, a guardar bene, sono oggetti molto femminili.

Mi colpisce una cosa: nei tuoi libri prediligi sempre la prospettiva del fallimento. Anche in Paris s’il vous plaît, forse il tuo libro più autobiografico, tendevi a raccontare i tuoi sbagli, i tuoi errori, le tue mancanze. Invece di elogiare i tuoi traguardi, preferisci sempre guardare dall’altro lato, perché? Cosa ti accomuna a Walter Hunt?
Credo che la prospettiva di chi sbaglia sia più affascinante. Ciò che mi interessa delle storie, ma anche delle persone, è l’anomalia, ciò che fuoriesce dal corso prestabilito delle cose. Le storie che parlano di vincenti – l’eroe bello e bravo che attraversa mille ostacoli e poi ce la fa – è una narrazione attesa, fin troppo nota, in fondo pure noiosa. L’interesse, come nel caso di Walter Hunt, è innescato da “non ce la fa, ma non ce la fa in modi incredibili”. Oppure, ce l’ha fatta, ma non è quello che davvero conta. Alla fine la vera storia non è la vittoria o la sconfitta. Le nostre vite sono piene di imperfezioni, penso anche alla mia: maglioni bucati, bottoni che saltano, scelte giuste al momento sbagliato, occasioni che non abbiamo colto. Io credo che non ci sia un modo giusto, perfetto, di vivere o di far carriera, ma c’è un modo che è il tuo. Walter Hunt è stato dimenticato, potrebbe essere ritenuto una nullità, ma cosa significa poi essere una nullità?
C’è una frase ricorrente nel libro: No maltrate las señales, ovvero «fare attenzione ai segnali». Tu credi nei segnali? Il tuo primo romanzo, Lux, era anche un libro un po’ magico: c’è della magia nella scrittura?
No maltrate las señales è una frase guida, l’ho letta anni fa su un cartello stradale in Messico, a Baja California – era scritta proprio in grande, a lettere giganti – e ho fatto un’inversione a U per fotografarla, per poco ci scappava l’incidente. Nella scrittura c’è un’alchimia, secondo me. Alla fine torna tutto alle domande: scrivere significa rispondere a una domanda e, se vuoi rispondere a una domanda, devi metterti in ascolto del mondo. Non è un’idea mistica, ma molto pratica in verità. Ho detto più volte «scrivi un libro e tutto ti parlerà di lui» e a me, mentre scrivo, accade proprio questo: funzionerà per sempre? Non lo so, per ora funziona. È come se il tuo sguardo cambiasse, rispondendo ai tuoi interessi, è una sorta di potere.
L’imperdibile è un libro pieno di domande. Scrivi: «Non è la risposta che conta: è esserci posti la domanda che ci fa capire come siamo fatti». E infine volevo chiederti se avevi una risposta alla domanda principale: «Che forma ha una vita riuscita?»
Io credo che per la maggior parte del tempo nessuno di noi sappia cosa sta facendo, la vita è piena di domande e non ci dà molte risposte. Ad esempio, mentre scriviamo un libro non possiamo determinarne il successo, ma ci fa sentire bene il processo, il fatto che stiamo svolgendo un compito, il nostro ruolo. Probabilmente una vita riuscita è quella in cui hai una buona dose di risposte e di ragioni e, soprattutto, non hai rimpianti. Una vita riuscita è una vita in cui non ti rimproveri nulla di intentato. Io trovo nel rimpianto, nella famosa frase «avrei potuto, ma non l’ho mai fatto», una forma profonda di tristezza. Credo che una vita riuscita sia una vita in cui sai di poter provare, di poter tentare e questo, il tentativo, è già qualcosa, è già una salvezza.
Immagine di copertina: Eleonora Marangoni © Denoël