Comma 22

Il viaggio di Natalino Irti tra gli obbedienti che cercano la libertà



Abbiamo trascorso mesi in attesa del nuovo Dpcm, delle regole dettate dal Comitato tecnico scientifico, delle norme emanate dall’Istituto superiore di sanità. La conferenza stampa del venerdì sera era diventata una felice ossessione, un oracolo da cui attendere nuovi ordini a cui obbedire (o da contestare, commentare, interpretare). Già, ma cos’è – alla radice – l’obbedienza? Cosa ci spinge a rispettare una norma? La paura forse, il conformismo, una scelta volitiva o la rassegnazione?
Mentre il morbo infuriava un giurista si andava arrovellando su questi temi. Il giurista è Natalino Irti, il frutto di quel rovello è il libro Viaggio tra gli obbedienti (La nave di Teseo). Irti non è nuovo a scorribande nei terreni di confine della filosofia del diritto, a cavallo fra dottrina giuridica e umanesimo, pandette e letteratura. Professore emerito di Diritto civile – ha insegnato nelle Università di Sassari, Parma, Torino e Roma La Sapienza – Irti ha alle spalle una folta serie di titoli, in alcuni casi tradotti all’estero, oltre a una collaborazione con Emanuele Severino (Dialogo su diritto e tecnica, 2001) e una con Massimo Cacciari (Elogio del diritto, 2019). Con il filosofo veneziano Irti dirige poi la collana Krisis edita da La nave di Teseo.

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L’autore definisce le sue pagine «stravaganti» perché «talvolta, sviandosi dal cammino, si abbandonano all’estro di occasionali letture o riletture, o al pietoso rincorrersi della memoria». Accanto ai maestri del diritto infatti l’autore cita una vasta messe di scrittori e pensatori, da Flaubert a Ugo Spirito, da Gentile a Kant, da Gide alla Heller, da Defoe a Croce, per citarne solo alcuni. E «stravagante» è anche il titolo, che echeggia I viaggi fra i terremoti in cui Malaparte raccolse elzeviri e corrispondenze da Paesi stranieri.
In polemica neppure troppo velata con la bulimia normativa innescata dal Covid, con i decreti verbosi e le circolari prolisse, Irti ricorda che «si fanno capire le norme sobrie e incisive» e «dove la parola è oscura prolissa o torbida, vagante o incerta, alla mente del destinatario non giunge la imperativa chiarezza del comando». Insomma: «Precisione e brevità del testo sono le elementari garanzie di consapevole ricezione». Un bel monito in tempi in cui si è arrivati ad emanare un decreto di 123mila parole, ossia tredici volte la Costituzione. Ma, così facendo, «proprietà e sobrietà di linguaggio, richieste dallo stato d’eccezione, cedono all’oscura prosa del caos legislativo». Un monito per il legislatore e per il potere esecutivo-normativo, poiché «l’eccesso di norme si rovescia in assenza di norme».
Non meno ricca di sfumature è l’indagine condotta da Irti sui «sentimenti dell’obbedienza, che digradano dalla gioiosa abnegazione fino alla compiaciuta tranquillità e al tiepido conformismo, o invece il travaglio del disobbedire, la spossata energia dell’opporre il no, il turbamento del rifiuto».
Nei dintorni del tema dell’obbedienza si agitano l’eterno dramma di Antigone (a quale legge obbedire? A quella positiva della città o a quella eterna della pietas voluta dagli dei?) ma anche «le confessioni religiose, bande criminali, sette eversive e rivoluzionarie» che agli adepti propongono un’obbedienza parallela e generano a ogni piè sospinto «conflitti di lealtà» (da cui discende anche il fenomeno del “pentitismo”, quando il soggetto passa da un’obbedienza ad un’altra).

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Sébastien Norblin, Antigone dà sepoltura a Polinice, 1825

Ma, al dunque, cos’è per Irti l’obbedienza? È l’adesione consapevole, individuale, a una norma chiara. Definizione che può sembrare ovvia, ma che ha un forte effetto discriminante. «Non è vera obbedienza né l’opaco conformismo né la estrinseca pratica delle abitudini sociali», precisa Irti. Nei totalitarismi, peraltro, «l’adesione alla totalità avvolge l’individuo e converte l’obbedienza in atto di gioiosa comunione». Anche in ambito religioso l’obbedienza assume connotati diversi: «Non è un volere, un semplice scegliere tra il sì e il no, ma un credere». Là dove credere e obbedire vanno in conflitto si collocano «i travagli delle coscienze, la storia delle apostasie ed eresie, e anche dei voti parlamentari contesi tra l’uno e l’altro ordine (come ben sanno e soffrono gli spiriti dei cattolici liberali e di laici inquieti e dubitanti)».
Lontano dalla fusione comunitaria del totalitarismo, e dalla fedeltà del credente che diviene «dolce naufragare nell’unità di un indistinto volere», l’obbediente laico sa che «il giudice siede severo nell’autocoscienza». Un giudice che è stato particolarmente sollecitato nei mesi della pandemia, di fronte al rispetto del “distanziamento” e più in generale al rapporto con gli “altri”. «Gli altri – sentenzia Irti – assumono una duplice posizione: sono possibili portatori del virus, dai quali bisogna tenersi “distanti”, e proteggersi con adeguate misure; ma anche sono esseri umani, esposti allo stesso rischio, all’oscura minaccia di cui noi siamo veicoli. Li temiamo, gli altri, e insieme li proteggiamo».

Ulteriore dilemma evocato dall’obbedienza è il suo rapporto con la libertà. Conflitto? Antitesi? Irti lo esclude e offre una visione positiva, se non armonica, dell’apparente dicotomia: «L’obbedienza, come decisione fra il sì e il no, è esercizio di libertà; la libertà, come misura storica e positiva, e insieme di doveri verso gli altri, presuppone l’obbedienza alle leggi». In altre parole: «Obbedire non è un sottomettersi fisico, un soggiacere alla violenza, ma sempre – quali che siano le circostanze storiche – un processo della coscienza, che accoglie il contenuto della volontà altrui, lo fa proprio, lo reca a compimento. E perciò processo di una libertà determinata nel tempo e definita nei luoghi, che ha scelto il sì fra le possibilità della vita».
La vera minaccia alla libertà individuale, sostiene Irti alla conclusione del suo viaggio, non è data dall’obbedienza, ma dai dettami opachi e indiscutibili dell’apparato tecnico-produttivo e del sistema economico-finanziario, che hanno raggiunto la massima potenza con il “lavoro da remoto”, dettando regole e senso di vita. Al cospetto di questi ingranaggi stranianti l’obbedienza «appare alla fine come un simbolo di libertà, consapevole rapporto tra voleri in cui si misurano energia della decisione e accettazione del rischio». All’obbedire si legano per Irti le condizioni impegnative della “nobiltà interiore” e dell’onore. Elevata a queste altezze, l’obbedienza è dare forma alla nostra vita, non lasciarla disperdere in azioni capricciose e occasionali, non abbandonarla a un vagare indistinto e fortuito, ma stringerla in un significato unitario di relativa stabilità e coerenza. Obbedire, insomma, equivale a dare un senso «alla fatica, ora dolorosa ora gioiosa, del nostro cammino terreno».






In copertina: G. Diotti, Antigone condannata a morte da Creonte, 1845