Ivan Vladislavić è uno scrittore dello sguardo. Fin dall’esordio del 1989 con i racconti di Missing Persons la sua indagine narrativa si è concentrata sul suo Paese, il Sudafrica, realtà antica e modernissima, figlia di profonde lacerazioni ereditate dalla dominazione coloniale e dall’indelebile ignominia dell’apartheid.
La scrittura di Vladislavić, al netto di uno stile che Teju Cole ha definito «sensibile alle vibrazioni, ai movimenti e alle finte, come se fosse dotato di un accelerometro segreto», è da sempre naturalmente molto vicina alla fotografia. Con essa condivide la capacità di mettere a fuoco il dettaglio, il non visto isolatamente, la parte che costituisce il tutto ma che è capace di vivere in autonomia dall’insieme. Non a caso, The Exploded View – titolo originale di L’Insieme delle parti, pubblicato da Utopia nella traduzione di Carmen Concilio – rende perfettamente questa idea di scomposizione e osservazione delle singolarità.

Il romanzo si articola come un quartetto di racconti autonomi ma profondamente connessi grazie al ricorrere di dettagli condivisi – una suoneria, un ristorante, alcuni toponimi e, sullo sfondo, il veld, la prateria sudafricana che fa da contralto all’urbanizzazione selvaggia. Quattro protagonisti si muovono in un’atmosfera tangibile e al tempo stesso sfuggente, in cui anche luoghi e ambientazioni assurgono a ruoli principali: un impiegato del censimento nazionale, un artista, un ingegnere idraulico, una futura vittima di pestaggio e rapina. Alla base, ma si potrebbe dire “dentro” ciascuno di loro, agiscono diversi Sudafrica.
Così Egan, il protagonista di Salsa Afritudine, giunto nel sobborgo appena costruito di Hani View per operare una ricognizione delle nuove case costruite a ridosso della superstrada, è oscuramente confuso dall’approssimazione dei lavori effettuati a dispetto dei progetti originali. Il senso dell’insieme dei vari segmenti architettonici che contribuiscono a creare questa nuova creatura urbanistica lo investe: «Trovava sempre strano metter piede per la prima volta in un posto che conosceva solo dalla planimetria. Era come aggiungere una terza dimensione a un foglio che ne ha soltanto due. Oltrepassandone le barriere, riusciva quasi a sentire le pieghe della mappa che si squarciavano».
Simeon, invece, l’artista al centro del racconto Curiouser, è ossessionato dal tema dei genocidi e aggredisce l’efferato mercato dell’arte occidentale realizzando un’installazione di maschere autoctone fornitegli da un ricettatore. La fisicità della materia lo travolge, lo costringe a una relazione corporea con l’opera, oltrepassando qualsiasi limite imposto dal suo ruolo: «Aveva aperto la seconda e la terza cassa in modo febbrile, ammucchiando le maschere sul pavimento dello studio, ammassandole. Le voleva vedere tutte insieme. […] Aveva bisogno di toccare questo eccesso, questo accumulo, di misurarlo con il suo stesso corpo».
Questo, in Vladislavić, è il genere di spaesamento che lo spazio e gli oggetti producono sui personaggi. E dallo spazio nasce sia un forte disorientamento che una potente capacità di generare pensiero. Agendo in questa direzione, il disallineamento riconduce a uno dei concetti chiave della poetica dello scrittore di Pretoria: la distanza. Se in Doppia negazione (Contrasto, 2012), tra i primi romanzi di Vladislavić approdati in Italia, Neville Lister – alter ego dell’autore – rifletteva sullo spazio fra osservatore e osservato assieme al fotografo Saul Auerbach (il volume è corredato dai celebri scatti di David Goldblatt sull’apartheid), in The Distance (tradotto sempre da Utopia nel 2024 come La distanza) – Joe ritrova un quaderno di ritagli, appunti e fotografie interamente dedicato alla sua infatuazione per Muhammad Ali e assieme al fratello Branko ricostruisce un altro intervallo, questa volta misurabile in decenni, fra adolescenza ed età matura. Sullo sfondo, sempre il Sudafrica in trasformazione. Vladislavić legge la realtà a una duplice distanza: quella spaziale che intercorre fra le parti o i luoghi, e quella temporale che interviene fra chi eravamo e chi siamo.

Il “senso” dell’insieme delle parti viene così a coincidere con una visione del mondo che richiama, per certi versi, l’eredità visiva dei pittori fiamminghi, ma anche una forma di sensibilità analitica che si potrebbe far risalire – per traslato – alla cultura afrikaner. Come i maestri della minuzia pittorica, Vladislavić scruta il reale affidandosi alla singolarità frammentata che diventa possibile chiave di lettura di un quadro più ampio.
Se il Sudafrica è un paese continuamente scomposto e ricomposto, in cui ogni tessera – linguistica, sociale, politica – contribuisce a formare un mosaico precario, instabile, ma irriducibilmente concreto, la scrittura di Vladislavić è – per richiamare la boxe, altro elemento ricorrente nei suoi romanzi – una lotta costante per l’autodefinizione, una sfida contro la dispersione del senso.
Scrivere alla giusta distanza serve dunque a ridare peso e sostanza a ogni elemento “esploso”, a farlo risplendere di luce propria come se fosse la traccia sottaciuta di una diversa e inedita visione. Proprio come Joe, il protagonista di La Distanza, quando afferma chi scrive non può non ingaggiare una battaglia contro se stesso, una lotta cieca e spesso impossibile da portare a casa, «come un peso massimo che non è abbastanza lucido da restare all’angolo quando è stato messo al tappeto, come uno che vuole arrivare fino in fondo».
In copertina, foto di Minky Schlesinger per Blake Friedmann Agency