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Cinquant’anni da Roma senza papa. Fu davvero l’emersione di Guido Morselli?



È il 1974, Guido Morselli si è sparato da pochi mesi, nel luglio del ’73, e la casa editrice Adelphi porta alla luce uno dei suoi nove romanzi rimasti senza pubblicazione nel cassetto. Sono passati cinquant’anni dall’uscita di Roma senza papa ma di Guido Morselli si continua a parlare troppo poco. La diffusione di quel romanzo fu davvero l’inizio di un processo di riscoperta autentica dell’autore, o invece la creazione del “caso Morselli” ha portato con sé fraintendimenti e sensazionalismi che hanno penalizzato la conoscenza profonda dello scrittore?

Guido Morselli

Ciò che va detto, facendo ordine, è che l’Adelphi – da Roma senza papa in avanti – si è occupata della pubblicazione di tutti i suoi romanzi, conclusa soltanto nel 2002 quando – nel volume delle opere complete – è stato incluso anche Brave borghesi, fino ad allora inedito. Di sicuro, a livello teorico, Roma senza papa ha quindi dato il via all’interesse nei confronti di Morselli, che con Adelphi condivideva il gusto per la marginalità, l’apoliticità e la posizione al confine fra il sommerso e l’anacronistico. La vocazione della casa editrice, che si proponeva di riscoprire voci dimenticate e sofisticate, ha ben presto intercettato la produzione di un autore che è stato tanto intimo e privato nella sua vita da rendere incessante la sua carriera narrativa per supplire al profondo bisogno di comunicazione. Atto, quello del comunicare, che suo malgrado è stato monco, per tutta la vita, di un interlocutore desiderato e atteso: un lettore.

Come Guido Morselli sia arrivato all’Adelphi andrebbe spiegato in molte più pagine, ma in questa sede è necessario fare il nome di un uomo, Vittorio Sereni. Oltre che poeta fu un grandissimo editor, funzionario di altri poeti (come lo definisce Ferretti), e per conto di Mondadori interagì più volte con lo stesso Morselli. Quest’ultimo dagli anni ’60 in avanti ha costellato la sua corrispondenza di lettere agli editori, tutte maniacalmente collezionate in un quadernino dall’iconica ed eloquente copertina: un fiasco disegnato a mano. Ognuno dei suoi nove romanzi ha solcato le scrivanie di tutti gli editori italiani all’attivo fra gli anni ’60 e ’70 – Einaudi, Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Longanesi, Mursia, per dirne alcuni. Eppure ognuna di queste storie è finita con un fiasco: un rifiuto dopo l’altro. Così il cassetto di Morselli continuava a riempirsi di dattiloscritti, i cataloghi di libri che non erano i suoi, ma – questo non smetterà mai di stupire – la voglia di scrivere non arretrava di un millimetro dall’animo indomito di questo scrittore. Tornando a Sereni, in veste di editor ha rifiutato con fermezza almeno due opere proposte da Morselli: Un dramma borghese e Contro-passato prossimo. Sarà proprio lui, però, Sereni, a parlare di Morselli e del suo Roma senza papa a Luciano Foà e Dante Isella che – per conto di Adelphi – predisporranno la pubblicazione di tutti i romanzi dell’autore.

Guido Morselli

Sereni aveva capito che i romanzi di Guido Morselli stavano aspettando di compiersi, fra le mani dei lettori. Aveva, però, la strada sbarrata dal progetto editoriale di Mondadori e dall’idea di letteratura della casa editrice che rappresentava: non poteva pubblicare Morselli in veste di editor Mondadori, non era il tipo di scrittore e di proposta che avesse coerenza per il lavoro di quell’editrice. Poteva, però, ed è stato ciò che ha fatto, farsi promotore di Morselli al di fuori dell’azienda per cui lavorava e affidarlo a chi, con una linea editoriale più in sintonia con Morselli, poteva dargli un campo fertile e promettente nel quale innestarsi e dare i suoi frutti. Emerge, dalla vicenda Sereni-Morselli, un’immagine totale del sistema dell’editoria italiana degli anni Sessanta-Settanta. Entrambi sono pezzi di un meccanismo che stava sempre più commercializzando l’esperienza editoriale a discapito della letteratura: Sereni è un ingranaggio di quella macchina, e non può sottrarsi al dovere che gli spetta in quanto editor; Morselli è invece la vittima che resta tagliata fuori dal processo perché inassimilabile alle logiche del mercato sempre più stringenti e determinanti. 

Su questo scenario si innesta Adelphi, che dalla sua nascita ha voluto mantenere viva l’eredità di uno dei suoi animatori prematuramente scomparso – Roberto Bazlen. Le idee dei libri unici, della lontananza dalla politica e dalla riscoperta dei ritardi tempestivi sono rimaste fulcro dell’Adelphi anche dopo la morte di Bazlen – che per il temperamento schivo e riservato e l’amore disinteressato per la letteratura ha molto in comune con Guido Morselli. La vicenda di quest’autore, allora, è una vicenda di persone: uomini di cultura che hanno indirizzato in un verso o in un altro le tendenze del campo letterario dove Morselli stava ostinatamente tentando di trovare spazio.

Per tale ragione, cinquant’anni fa, l’edizione di Roma senza papa non è stata sufficiente a definire con completezza tutto lo spazio invisibile che Morselli aveva abitato fino ad allora. All’uscita del romanzo si è creato il “caso Morselli” senza predisporre uno studio sugli altri attori, uomini e case editrici, che hanno reso Morselli quel caso che – con Roma senza papa – si stava cominciando a conoscere. Morselli senza Sereni non può essere compreso con interezza; così Morselli senza Bazlen, senza Calvino, senza Giorgio Cesarano e Domenico Porzio, che con il loro succedersi alla direzione di Rizzoli hanno trasformato un contratto firmato per la pubblicazione de Il Comunista in un libro mai edito. Per questo oggi, mentre tutti i nove romanzi hanno uno spazio nei cataloghi Adelphi, pare urgente e necessario mettere in relazione Guido Morselli con i contesti in cui è stato protagonista pur non emergendo nella commercialità della letteratura del suo tempo. Non era nei cataloghi, né nelle case dei lettori, ma la sua carriera ha avuto inizio nel 1946, con la scrittura del primo romanzo Uomini e amori che ha proposto ai principali editori. Piuttosto che riavvicinarsi soltanto ai romanzi, oggi, dopo cinquant’anni, sembra inevitabile invitare a recuperare e riesumare quella carriera invisibile che ha costruito durante la sua vita: nelle corrispondenze, nelle scrivanie degli editori, nel suo imprescindibile Diario in cui riflette e teorizza la letteratura, nelle riflessioni sui suoi romanzi a cui si prestava per mettersi in discussione insieme ai lettori editoriali. Riportare alla luce la carriera nascosta, che circondava la scrittura dei romanzi, significherebbe davvero predisporre l’emersione di uno scrittore che si è sentito tale per tutta la sua vita e ha dovuto aspettare la morte perché anche i lettori potessero vederlo.



Illustrazione di copertina: Sonia De Nardo (@animedellaluna)

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