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Genealogie virtuali e infrarealismo. Gli esordi di Claudia Grande e Alessio Mosca



Apocalisse virtuale e bollificazione del realismo

L’irruzione massiva del virtuale – realizzata pienamente dal punto di vista collettivo durante le quarantene pandemiche, ma ben più risalente – ha terremotato il dispositivo di realtà precedente (fondato sulla polarità binaria mente e mondo), spalancando una nuova dimensione in cui gli enti possono esistere (una rivista letteraria online è un ente ad esempio) a prescindere dal loro radicamento diretto nella dimensione fisica. Nelle voragini prodotte dallo sconvolgimento tellurico c’è una fioritura antropologica, un ribollire, non solo uno scarto (un salto) quindi, ma un vero gemmare corallino di nuova realtà. Dall’animismo sciamanico sudamericano che conflagra con la civiltà occidentale nasce il realismo magico (Luca Marinelli). Quando il dispositivo di realtà entra in crisi viene infiltrato dall’irrealtà perché perde presa, grip. L’irrealtà della mente occidentale contemporanea – votata alla tecnoscienza, al consumismo libidico e al collezionismo di sistemi di attribuzioni dei significati intercambiabili o addirittura sincretistici (lo spirito del new age) – è il fantastico, si tratta di un fantastico interstiziale deformante, non primario, anzi quasi parassitario rispetto al realismo che infettato e febbrile va distorcendosi e contorcendosi e in cui si creano delle bolle – delle vesciche! – di strano, uno strano che tracima nel fantastico primario solo quando e se la bolla si sfonda e prolassa. Chiamo questo fenomeno infrarealismo (il realismo mai strappato, solo straziato, che nei suoi interstizi bollifica irregolare, pur non violando apertamente le leggi naturali), dal punto di vista stilistico e immaginativo si esprime come detto attraverso lo strano, che individuo come una dominante in emersione vertiginosa nella letteratura europea. Da qui la formulazione della categoria interpretativa: infrarealismo continentale. Non è quindi la velocità simonettiana la dominante formale della prosa europea e italiana circostante, ma lo strano che però come modo ha una portata più vasta che si estende al di là del livello formale, andando a contaminare anche l’immaginario. Il modo consiste infatti sia in «procedure retorico-formali» che in «atteggiamenti cognitivi» e «aggregazioni tematiche» (Remo Cesarani citato da Marco Malvestio). Lo strano come modo è il carattere trasversale della lettura continentale che mi pare sia in più pullulante emersione. Ora che la realtà è abitata anche dalle creature teratomorfe che infestano la virtualità un velo sinistro ammanta il mondo e un tempo apocalittico aleggia. Il tempo apocalittico è la fine del tempo, il tempo ultimo, il tempo oltre il quale non c’è un orizzonte futuro di possibile realizzazione nel mondo. Un tempo senza futuro, è un tempo depressivo, perché è un tempo senza speranza. Ma che ci dice Volodine della disperazione in Angeli minori? Che «lo strano è la forma che assume il bello quando il bello è disperato». L’infrarealismo continentale cerca di partorire rivelazioni di questa bellezza disperata.   

Le riviste indipendenti online

Di tanto in tanto capita che qualcuno se ne esca con la questione che «l’attività nelle riviste indipendenti online dovrebbe essere pagata» – mi domando da chi, e perché. Il carsismo di questo punto di vista è sintomatico di quanta confusione vi sia sull’argomento, tradisce una profonda mancanza di consapevolezza relativamente alla natura, al senso e alla funzione del «fare rivista» o del «pubblicare su rivista» (indipendente online). Le riviste sono degli strani animali, chimere – dei fatti virtuali polisemici che significano semplicemente quello che ci proiettano di volta in volta i vari attori in gioco: autori, redattori, direttori di collana, uffici stampa. Ognuno di questi attori deve essere cosciente di quello che è il suo ruolo. E quindi parlare sempre prospetticamente. La mia prospettiva è di autore (ho pubblicato molti contributi su rivista prima e dopo l’esordio) e di redattore (ho condiretto CrapulaClub e curo una rubrica su Verde Rivista) e per me le riviste sono una dimensione dove imbattermi in rivelazioni: scrivendo un racconto perturbante che mi fruga con le unghie nell’interiorità più rimossa da pubblicare in rivista, leggendo altre specifiche riviste, facendo scouting, costruendo orizzonti testuali in cui convogliare e raggrumare spunti artistici collettivi. Rivelazioni estetiche e di senso, rivelazioni ben più irregolari di quelle proprie del paradigma editoriale: sono spazi magmatici che intercettano nuove idee abbozzate, grottesche e brutali ma potenti, embrioni di stile eccentricissimo che poi approderà al cartaceo in una forma più addomesticata, carotaggi nell’immaginario pulsante del corpo sociale della società letteraria e di chi vuole entrare a farne parte. Ma per un autore la rivista può essere palestra, megafono, ascensore, palco o tentativo di costruzione di un discorso letterario in cui possa inserirsi la sua opera. Per un redattore altre cose ancora, figuriamoci per un ufficio stampa o un direttore di collana.    

I testi nativi digitali

L’occasione che muove queste considerazioni è la felice pubblicazione nel corso dei mesi passati di due testi di narrativa significativi che nascono – o sono concepiti o sono semplicemente stati esposti parzialmente al mondo per la prima volta? – su rivista letteraria online nella forma di racconti (i testi sarebbero tre, lo stesso discorso potrebbe essere fatto anche per La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera di Ravasio che si sviluppa editorialmente approdando a Quodlibet come ampliamento di un racconto arrivato in finale al premio Calvino e pubblicato su La nuova carne), mi riferisco a Bim Bum Bam Ketamina di Claudia Grande e a Chiromantica medica di Alessio Mosca, il primo per Il Saggiatore e il secondo per Nottetempo.

Mi pare utile chiedere ai due autori quale è il loro rapporto con le riviste e quale è il rapporto tra le riviste e la loro opera. Perché m’interessa la questione delle riviste online? Per il rapporto tra letteratura e virtualità. E la virtualità in che modo si relaziona con i due testi in questione? Più precisamente e specificatamente: quali sono gli effetti letterari dell’irruzione del virtuale (come dimensione e non solo come strumento) nella realtà e quindi del mutamento antropologico a livello di testi “nativi digitali” nel senso che son nati proprio nella realtà virtuale? Escludendo la trattazione tematica dell’influsso diretto del virtuale (il porno in questo caso specifico) nella narrativa ovvero il caso di Ravasio il cui protagonista è transessualizzato fisicamente dal vissuto digitale, lo scopo di questa breve trattazione è verificare quali sono dal punto di vista formale e d’immaginario le indirette interferenze o gli ingravidamenti o le possibilità di senso e di stile che caratterizzano due testi d’esordio post-pandemici concepiti su rivista, l’uno realistico (Grande) e l’altro anti-realistico (Mosca).

Li contatto entrambi e gli chiedo se hanno voglia e piacere di rispondere alla domanda supra formulata in duemila battute, accettano ma ci accorgiamo quasi subito che ha più senso non vincolare il loro intervento a quel limite, perché in effetti la domanda è duplice, investe sia il rapporto con le riviste che la questione del virtuale che si ripercuote sul letterario. 

Grande Mosca

Alessio Mosca m’invia questa risposta: «Le riviste sono state per me vitali. E mi riferisco alle riviste online che ho avuto la fortuna di leggere e frequentare fra il 2016 e il 2020, in quello che considero il momento d’oro delle riviste online, un momento particolare dove le riviste cartacee erano per lo più scomparse o moribonde, dove anche Nazione Indiana, che aveva animato il dibattito letterario online dal 2005 circa, aveva perso molto seguito e non aveva più il fermento degli anni precedenti, così, grazie anche alla forte spinta di Facebook che permetteva di creare comunità e luogo di scambio e discussione, sono fiorite alcune realtà eccezionali quali CrapulaClub, il blog di Verde (che dal cartaceo era passato all’online), l’Inquieto e Terranullius. Erano spazi dove non ci si limitava a pubblicare racconti nella speranza di “essere notati” dagli editori come scrittori o editor (retorica malsana di cui molte delle attuali riviste sembrano soffrire) ma era un luogo di fermento culturale dove ai racconti degli aspiranti si affiancavano pezzi di critica, traduzione di inediti, recensioni e di nuovo, dibattito, confronto, scoperta. Le riviste sono state un vero luogo di formazione letteraria per me che venivo da studi scientifici, ho avuto modo di scoprire gli autori divenuti poi imprescindibili, conoscere i contemporanei validi che fuori da quel mondo vanivano oscurati dal mercato ipertrofico e volgare. Senza le riviste non avrei conosciuto Dahlberg, Volodine, Chimal, Schulz, Vasta, e altri e altri ancora. Queste riviste online avevano una forte riconoscibilità ognuna con una sua idea di cosa dovesse essere la letteratura (identità che manca a molte delle nuove realtà). Dall’online si è poi passati alla vita vera, all’amicizia, alla banda, l’entrata nella redazione di Verde con i cartacei (La letteratura pazzesca in Italia), le serate (Scenicchia una sega). È in tale atmosfera che sono nati molti dei racconti di Chiromantica Medica, racconti che ho scritto in questo clima febbrile, sotterraneo, di lit-wrestling, pensati per essere letti da quelli che considero i migliori italiani viventi che magari nemmeno hanno pubblicato un libro (aggiungete Stefano Felici fra gli amici se non mi credete).
Per quanto invece riguarda il rapporto tra scrittura e l’irruzione del virtuale non credo che questo discorso sia strettamente legato alla nascita e all’esperienza delle riviste online quanto piuttosto determinato dall’epoca nel quale siamo immersi ovvero la postmodernità (o per alcuni ormai l’ipermodernità) caratterizzata da grandi trasformazioni che hanno determinato fenomeni quali l’individualizzazione, il cambiamento dei ruoli sociali, la natura dell’identità e dell’intimità di sé, una cultura dell’urgenza dove il dubbio e la perplessità sono gli unici elementi stabili, internet e l’interconnetività hanno accelerato i tempi tenendoci ostaggi di un eterno presente, un’immediatezza, che si traduce in sentimenti di irrealtà. Allo stesso tempo, crollati i “garanti metasociali” quali ideologie, religione, miti, autorità e gerarchia che implicavano postulati di superiorità/inferiorità indiscutibili, si è stabilita una società post-gerarchica, dove i valori tradizionali sono stati sostituiti da quelli più volatili e brandizzati: esoterismo, new age, orientalismo, vegetarianismo e veganesimo, animalismo ecc. Crollati i garanti tutto può essere vero, sacro e profano, alto e basso che si mescolano e si influenzano, tutto può essere collegato, ogni teoria è possibile e non confutabile, nascono i complotti di ogni tipo, ogni avvenimento può essere incorporato nel delirio di un paranoico. Ed ecco che quasi tutti i racconti di Chiromantica Medica si strutturano attorno a un delirio e in questo sono strettamente legati alla postmodernità, legati al virtuale nella misura in cui  nello stesso racconto si accostano elementi lontanissimi fra loro come nel feed di tiktok: Rocco Siffredi e il Dio Pan; Ikea, fascisti e mitologia norrena; veggenti, femminismo e serial killer.»

Claudia Grande mi risponde: «Le riviste sono il luogo in cui sono nate alcune delle storie che, anni dopo, si sarebbero intersecate per comporre Bim Bum Bam Ketamina. Credo che una delle principali difficoltà della scrittura sia la solitudine: quando ho iniziato a buttare giù La vera storia di Dolly Mendoza, uno dei primi tasselli di BBBK, non sapevo se il mio immaginario, la mia prosa, i temi che avevo scelto di trattare potessero funzionare al di fuori della mia testa. Non mi faccio leggere dagli amici mentre sto lavorando a un racconto o a un’opera più ampia, è un pensiero che mi mette a disagio. Ho paura del giudizio di chi mi conosce più di quello di chi non mi conosce; inoltre, voci diverse, potenzialmente contrastanti, a esprimersi su un’opera in progress avrebbero su di me un effetto negativo, perché mi distrarrebbero da quello che voglio esprimere, spalancando troppe strade da seguire. Ogni strada corrisponderebbe a una ragione di dubbio sul mio testo; e alla fine, mi perderei. Per evitare questo rischio, e per saggiare il terreno su cui mi trovavo a camminare, ho deciso di affidarmi alle riviste: un ecosistema digitale che conoscevo poco, e che ho scoperto di pari passo alla mia voce autoriale. Le riviste sono state spesso definite “palestre letterarie”, ma io le vedo come una vera e propria forma di editoria alternativa rispetto a quella delle case editrici italiane (indipendenti e non): ogni rivista poggia su un team di professionalità di alto profilo, una linea editoriale specifica, un’idea propria di letteratura, un portfolio di autori pluripubblicati ed esordienti. Ho pubblicato quattro racconti che oggi sono parte di BBBK su rivista prima di comprendere a pieno la mia identità autoriale: La vera storia di Dolly Mendoza e Antropofagia su Verde Rivista; La mano su L’inquieto; Armageddon su Frankenstein Magazine. Il riscontro di persone con un’esperienza solida alle spalle mi ha aiutato a riconoscermi, per la prima volta, come autrice; il confronto con editor capaci e lettori attenti mi ha permesso di lavorare in modo tecnico e consapevole sui miei testi. Alcuni lettori mi hanno contattata per esprimere un parere su quello che avevo scritto: ecco il mio primo contatto con il pubblico. Un’esperienza più che mai emozionante. Oltre a questo, le riviste mi hanno dato gli strumenti per fidarmi di me stessa, provando a cimentarmi con la stesura di un’opera estesa: in origine, una raccolta di racconti. L’uniformità di stile, immaginario e tematiche mi ha spinto a mettere insieme i quattro racconti sopra citati e altri testi inediti in una raccolta che ambiva a porsi come un ritratto della società attuale. Questa uniformità ha indotto la mia casa editrice a chiedermi di unire anche a livello strutturale i racconti, per dare più forza al ritratto che volevo tracciare. Tra le tante possibilità che avrei avuto, ho optato per il romanzo di racconti. Ho creato un protagonista, Roberto, che è il centro sfuggente di un arcipelago di storie concatenate a formare un unico mondo, il nostro. Ciò che, tematicamente, lega Roberto agli altri personaggi è il lavoro (e le relative frustrazioni) – che, come avevo notato proprio grazie al confronto con le riviste, è uno dei temi ricorrenti della mia scrittura. Oltre a ciò, l’esperienza digitale – non solo quella con le riviste online, ma anche l’incontro con i social network – mi ha convinto che la via migliore per parlare del nostro presente non fosse una narrazione lineare, ma una narrazione frammentata, bulimica di argomenti, personaggi, registri, colori, eventi, notizie, tragedie, orrori, sempre in bilico tra ciò che è vero e ciò che non lo è, tra realtà sperimentata attraverso il proprio corpo e realtà immaginata attraverso il proprio io digitale. Si potrebbe vedere Roberto come un internauta annoiato, che scrolla il feed di TikTok per nutrirsi di vite più interessanti della sua. Si potrebbe vedere il mio romanzo come un insieme di contenuti intercambiabili e interconnessi, una parodia (o un ritratto) della ragnatela che chiamiamo Internet.»

Grande Mosca

Due esordi postpandemici

Chiromantica medica è una raccolta di racconti classica, una parte dei racconti è uscita nel corso degli anni su riviste (Verde, TerraNullius, L’inquieto) e una parte è stata creata ad hoc per la pubblicazione. Bim Bum Bam Ketamina è un romanzo di racconti la cui cornice è stata creata – assieme alla maggior parte dei racconti – ad hoc per la pubblicazione e in cui sono contenuti alcuni racconti usciti per rivista (Frankestein Magazine, Verde, L’inquieto). 

Entrambi non presentano particolarità formali o contenutistiche riconducibili alla primigenia uscita su rivista. Intendo proprio anche a livello stilistico e di costruzione del periodo ovvero all’utilizzo di caratteri speciali, sigle, abbreviazioni. Il medium virtuale in ambito letterario pare non contaminare la scrittura e la questione ad esempio della neolingua degli SMS (un medium contaminante, ma quasi oggettivamente antiletterario e comunque superato) pare lontanissima, così come quella della dittatura dei tempi di lettura dei testi online: si ha la sensazione quindi che la rivista sia impegnata in una mimesi del dispositivo testuale cartaceo che ripropone e quasi rincorre: la rivista non cerca nuovi dispositivi testuale, rinuncia a una certa sperimentalità come paralizzata da un complesso d’inferiorità nei confronti della carta stampata che va quindi il più possibile a imitare. 

La particolarità di Bim Bum Bam Ketamina è la cornice che tiene assieme i racconti e che può essere impugnata come quel quid in virtù del quale è integrata la categoria del romanzo (di racconti). Mentre il tipo di realismo utilizzato è un minimalismo ellisiano smart ed esasperato venato di autoparodistico postmodernista (Wallace e Palahniuk) che – scrive Palomba su «Il Foglio» – fa del «grottesco ipernevrotico la chiave di lettura del contemporaneo». La cornice è costituita dal personaggio di Roberto ed è proprio qui che s’annida una traccia lasciata dall’irruzione del virtuale nel panorama mentale umano che abbiamo visto operare (nella mia ricostruzione) a due livelli: la bollificazione del realismo e il tempo apocalittico della disperazione. Roberto è un anaffettivo («non sono capace di amare»), che si «dimentica di non abbattersi», che non ha «voglia di lottare», che molla le cose («sono un collezionista di stop»), che non ha un lavoro a tempo indeterminato, che torna a vivere coi suoi genitori («non esiste uomo più paziente, più sinceramente fedele alla pazienza, di colui che abbia il coraggio di tornare sotto il tetto dei suoi genitori»). Questa connotazione è molto sociologica, fa riferimento alla precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro dipendente, alla disperazione economica di una generazione di giovani, alla adolescenza infinita e alle regressioni e all’inconcludenza di questa stessa generazione. Dal punto di vista esistenziale abbiamo la disperazione («nel futuro non ci spero più da un pezzo»), abulia («mi sono chiesto: cosa è che voglio?»), la totipotenza («so fare tutto, basta chiedere») e l’annichilimento («la mia idea geniale: assolutamente niente»). Abbiamo un uomo completamente liquido, che può assumere una qualunque forma, che può fare qualunque cosa, che si vede infatti come tuttofare, che non è strutturato dalla volontà, che non è informato dalla speranza, che non è rinsaldato dalla responsabilità, che non crede nel futuro e che s’identifica col nulla, chiamo questa tipologia «uomo liquido annichilito» e la individuo come tratto fenomenologico peculiare del tempo apocalittico di cui supra. Da questo punto di vista quindi a livello assai mediato e indiretto è l’esistenza del protagonista (tratto contenutistico per eccellenza) a portare le tracce dell’irruzione del virtuale. 

La particolarità di Chiromantica medica è l’ur-unheimlichcome è stato giustamente notato dal padre della categoria Matteo De Giuli su Medusa – ovvero il perturbante ancestrale: i mobili dell’Ikea che portano i nomi della tribù norrena degli Jolfsson, Rocco Siffredi che ha le sembianze di Pan, un culto degli unguenti e dei leviatani metamorfizza un uomo in un cetaceo eccetera. Prendiamo il caso di ur-unheimlich più palese, il racconto Esantemi e lucumoni dove l’epidermide umana diventa mappa di un labirinto archeologico catacombale occulto ed esteso («La leggenda parlava di una donna impazzita, del marito scomparso anni prima nella necropoli di Veio e di come da allora lei si inducesse di proposito uno stato di immunodepressione iniettandosi del cortisone in vena pur di contrarre in quei luoghi infetti una qualsiasi malattia che le marchiasse la pelle. A commuovere il dottore era qualcosa che aveva a che fare con l’ostinazione, quel tipo di ostinazione legata indissolubilmente ai pazzi o agli innamorati: per qualche oscuro motivo, lei in questo modo sperava di ritrovare il marito che ancora credeva vivo nelle viscere della Terra») e questo diventa occasione per rievocare le antichità territoriali che vengono trasfigurate dal perturbante («Le croste erano come fondi di caffè e i loro contorni seguivano i perimetri della città vecchia di Tuscania, le ecchimosi erano come linee di una mano o tarocchi e rispecchiavano il Mitreo di Sutri, le vescicole di un herpes erano presagi di mappe sulle quali decifrare la rete fognaria di Fiesole, le pustole della psoriasi indicavano la posizione delle grotte di Orvieto, i tunnel e le gallerie, e giuro che unendo con una matita le petecchie di una vecchia vasculite si ricostruiva il labirinto di Porsenna e pure il perimetro delle mura ciclopiche di Vetulonia. I tumuli della Necropoli di Tarquinia erano i pomfi o le bolle che le erano venuti quando la donna era ricoverata all’ospedale di Vulci, come se quei sepolcri rivelassero l’ustione della Terra. Le strie rubre si dipanavano come le strade cave di Sovana, le papule purpuriche indicavano la Tomba Ildebranda, quella del Tifone, delle Sirene o la chiesa di San Mamiliano. Era l’aruspicina dei cunicoli e dei mattoni, la divinazione degli esantemi e delle macule, era come se quella donna avesse scoperto un’arcana corrispondenza fra uomo e città e la memoria stessa dell’umanità fosse custodita nelle fondamenta e nei luoghi così come sulla sua pelle. Una strega che si orientava su mappe ottenute interpretando papule ed eczemi, abituata a stare sottoterra a contatto con i vermi e la muffa nella speranza di ritrovare il marito inghiottito da quell’oscurità. Era la sacerdotessa dei tunnel e delle verruche, di una rete sotterranea che collegava tutti i luoghi dei Tirreni dove un uomo scomparso nei cunicoli della necropoli di Veio poteva essere ritrovato nell’Ipogeo di San Manno a Perugia o nelle cantine abbandonate di un vinificio di Cortona»). Nel caso di Alessio Mosca l’irruzione del virtuale fa infiltrare nella realtà (nel realismo) influssi fantastici, un fantastico strano e abissale che rovina nel passato, un fantastico archeologico, mitico, folkloristico che altro non è che un esempio chiarissimo di distorsione e bollificazione del realismo, altro non è che infrarealismo continentale. Alfredo Zucchi dice: «in Borges: “la forma moderna del fantastico è l’erudizione”; questo aforisma viene interpolato da Danilo Kiš: “la forma moderna del fantastico è l’archivio”; e io stavo iniziando un percorso letterario che diceva: la forma moderna del fantastico è la gravitazione quantistica a loop». Seguendo questo schema in Meier la forma moderna del fantastico è la proliferazione dell’io, in Mila è l’infanzia, in Mignola è il labirinto, in Ravasio è il porno online, in Mosca è ur-unheimlich.

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