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Essere spogliati di ogni difesa. La biografia senza cerniera di Erica Jong



«Cos’è che vogliamo tutti?» si chiede Erica Jong nella sua nuova autobiografia Senza Cerniera, edita da Bompiani. «Essere conosciuti. Venire spogliati di tutte le nostre difese. Essere amati per quello che umilmente e confusamente siamo».
La prima volta che l’ho incontrata ero a Milano: lavoravo all’autobiografia di Nanda Pivano e lei era in città per la promozione del suo Sedurre il demonio. Nanda la invitò a cena e passammo la serata a ridere e parlare dei loro libri.

Erica Jong

Qualche mese dopo ero a New York per un incontro all’Istituto Italiano di Cultura. Erica doveva scrivere l’introduzione al libro di Nanda e colse l’occasione per invitarmi a pranzo così che le potessi raccontare qualche aneddoto. Seguii il vialetto interno alla mezzaluna di aiuola che dà sulla 69a e fui accolto da un portiere con un berretto a visiera – un classico portiere di New York, di quelli che proteggono gli inquilini e custodiscono molto più delle buste della spesa.
Salii al piano e alla fine di un lungo corridoio ricoperto di moquette blu vidi una porta aprirsi per lasciare spazio al volto felice di Erica circondato da una nuvola di capelli biondissimi avvolti nella luce di Central Park. Era un po’ più bassa di quanto ricordassi, ma aveva l’argento vivo addosso e mi sembrò di entrare nei flutti dell’estate come i bambini che si tuffano nei cavalloni di Ferragosto. Poco dopo ci raggiunse la sua vicina: veniva a ritirare una pelliccia in disuso.
«Se la indosso mi vengono i brividi!» disse Erica.
«È bellissima, grazie!» commentò la donna indossandola con una giravolta. «Ah, ti saluta Liza, l’ho appena incrociata in corridoio.»
«Liza Minnelli», dissero in coro rivolte verso di me.
La vicina se ne andò. Erica prese dalla libreria un libro di fotografie di Nanda scattate da Ettore Sottsass e ci mettemmo a parlare di lei con tale felicità e riconoscenza che mi fermai fino a poco prima del mio appuntamento.

Erica Jong
Erica Jong, Enrico Rotelli e Fernanda Pivano, Ph. Alberto Cattaneo

«Quanto della nostra vita viene davvero vissuto e quanto viene creato dai racconti di chi è nato prima di noi?» si chiede nel capitolo dedicato all’infanzia.
Gli allegri racconti di Nanda mi hanno permesso di muovere i primi passi nell’amicizia con Erica e oggi non c’è volta che io sia a New York o che lei sia a Milano – pandemie permettendo – senza un invito dell’una o dell’altro per un pranzo o una cena che spesso coinvolgono anche altri amici.
Con Erica ho capito che in certi momenti devo solo seguire l’istinto, che a volte spendere soldi che non ho per farle conoscere un ristorante bene della città mi permette di imbottigliare un momento per il futuro, quando per essere felice avrò forse bisogno di vivere per un attimo fuori dalla realtà. Durante i momenti più bui della pandemia è successo un po’ a tutti, no?
Un afoso pomeriggio di luglio di qualche anno fa l’ho raggiunta al Cipriani Giudecca di Venezia, dove lei era ospite con la figlia Molly e la nipote Bette. Bette aveva sette anni e ha alzato la testa dal romanzo che leggeva solo per darmi un educato benvenuto. Noi ci mettemmo a mangiare pesce crudo e pinzimonio a bordo piscina fino a quando non decidemmo di bere un paio di spritz e andare a vedere una mostra di Helmut Newton. Quando rientrammo in albergo Bette leggeva un nuovo romanzo. «La realtà la annoia. Secondo me sarà una scrittrice», mi disse Erica. L’ha scritto anche in Senza cerniera.

Erica Jong
Ph. Nayla El Amin

Per me leggere questo libro è come essere a tavola con lei.
Ritrovo la sua voce e i suoi racconti e i suoi luoghi. Ritrovo il suo amore per la poesia. Scorro pagine in cui mi parla di quando Joyce Carol Oates ha paragonato i suoi tre nipoti ai personaggi di un romanzo di Salinger. Racconta di come ha conosciuto il marito definitivo, con cui condivide il compleanno e pure pensieri sul giovane fidanzato veneziano degli anni Novanta, con cui il sesso era bello ma il resto un po’ meno.
Quando il suo libro precedente Paura di morire è uscito, Erica ha voluto che io fossi sulla terrazza del NoMad Hotel di Broadway tra gli invitati alla festa super mondana organizzata in suo onore da Ken Follett. Quella sera incontrai la regista Julie Taymor, la cantante folk Judy Collins ed ebbi l’occasione di scambiare due parole anche con Follett. «Ci conosciamo da trentacinque anni», mi disse. «Eravamo al convegno dell’associazione dei librai di Chicago. Io ero lì per Il Codice Rebecca, lei per promuovere Fanny. Parlavo con la sua editor e le chiesi se volesse mantenere il titolo Fanny anche in Inghilterra. La donna mi guardò sorpresa e mi chiese perché facessi una domanda simile. “Perché in Inghilterra ‘fanny’ significa fica!”, è intervenuta Erica. È stata la prima frase che le ho sentito pronunciare», concluse Follett.

Erica Jong

Erica è una donna la cui libertà del proprio corpo e del proprio cervello vanno di pari passo.
Ti fa venire voglia di lasciarti conoscere senza difese. È chiaro quando la incontri. È chiaro quando le parli. È chiaro quando la leggi. In Senza cerniera non dimentica le irritazioni e i tormenti con cui un mucchio di critici e un po’ di femministe l’hanno travolta per aver venduto troppi milioni di copie. Non perde l’occasione di dire quanto le donne debbano essere libere di manifestare il proprio desiderio senza rischiare di essere stuprate. Non smentisce che la per niente dispiaciuta “scopata senza cerniera” di Paura di volare fosse un modo per esprimere che la ricerca della felicità tanto amata dagli statunitensi deve valere anche per le donne.
Senza cerniera è un libro capace di parlarci di qualcosa che pensavamo fosse solo nostro, ci fa pensare che dei momenti felici bisogna fare incetta perché ci aiutano a sentirci “amati per quello che umilmente e confusamente siamo”.
Grazie, Erica.





In copertina: dettaglio della copertina di Paura di volare, 1973

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