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Il Falso movimento delle digital humanities: sulla svolta quantitativa nello studio della letteratura



Era il 1985 e Italo Calvino, nelle Lezioni americane, scriveva:

«Dal momento in cui ho scritto quella pagina mi è stato chiaro che la mia ricerca dell’esattezza si biforcava in due direzioni. Da una parte la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi; e dall’altra parte lo sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose.»

La pagina a cui fa riferimento appartiene a Le città invisibili, libro in cui – per ammissione stessa del suo autore – ogni concetto si rivela duplice. E anche l’esattezza, quindi.
Parlare di esattezza in relazione a studi di tipo umanistico può risultare paradossale. Ma la letteratura, la storia, le discipline umanistiche in generale, sono reti, sistemi complessi, e vanno pensate in quanto tali. 

La letteratura è sempre stata verbalizzata, e la storia della letteratura ha avuto come medium esclusivo la scrittura fin dalle sue origini. Con lo sviluppo delle digital humanities è stato possibile dimostrare che gli studi umanistici si prestano a essere affrontati tramite media di diversa natura. Di più: diversi media portano a ottenere nuove suggestioni, da cui prendere spunto per nuove riflessioni.
Ma sarebbe un errore confondere le digital humanities con lo studio quantitativo della letteratura: per quanto tra le due cose esista una larga area in comune, c’è anche una differenza importante.

«Le digital humanities hanno portato il lato statistico del lavoro a un livello di competenza professionale che va molto al di là di quel che si sapeva fare anche solo pochi anni fa; allora, però, si conservava un legame con la teoria letteraria del Novecento che oggi è stato reciso.»

È questo il punto centrale sul quale Franco Moretti si sofferma, notando come spesso, anche nelle trattazioni che nel campo delle digital humanities hanno avuto maggior risonanza, i nomi di Bachtin, Genette, Jameson non sono citati più di un paio di volte.

Ricorda: era il 2010, settembre, la prima riunione “ufficiale” dello Stanford Literary Lab. Moretti, in apertura, disse che nel lavoro che li stava attendendo vedeva la forma aggiornata e irrobustita di quel che generazioni precedenti avevano chiamato science and literature, o scienza della letteratura. Quello che contava, lì, non era tanto l’etichetta sotto la quale sarebbero andati a essere catalogati i loro studi, ma il piacere di un’analisi pulita e, soprattutto, l’aver potuto spostare il baricentro del lavoro dall’interpretazione del singolo testo alla spiegazione dei nuovi oggetti che si stava cominciando a costruire, proprio lì. Dal testo alle serie di testi.

digital humanities

È il concetto di distant reading, di cui Moretti aveva parlato lungamente già in La letteratura vista da lontano (Einaudi, 2005):

«La letteratura viene poi «vista da lontano», nel senso che il metodo di studio qui proposto sostituisce la lettura ravvicinata del testo (il close reading della tradizione di lingua inglese) con la riflessione su quegli oggetti artificiali cui si intitolano i tre capitoli che seguono: i grafici, le carte, e gli alberi. Oggetti diversi, ma che sono tutti il risultato di un processo di deliberata riduzione e astrazione – insomma: di un allontanamento – rispetto al testo nella sua concretezza. […] la distanza non è però un ostacolo alla conoscenza, bensì una sua forma specifica. La distanza fa vedere meno dettagli, vero: ma fa capire meglio i rapporti, i pattern, le forme.» 

Guardare il proprio oggetto di studio “da lontano” è una scelta, come una scelta è il close reading. Approcci diversi porteranno a osservazioni diverse, ma – virtualmente – lo sfruttamento congiunto di diverse forme specifiche di studio porterà a una visione più completa dell’oggetto. In sé, non c’è nemmeno nulla di sbagliato nell’usare un approccio data-driven nello studio della letteratura (e data-driven è non a caso una delle espressioni più ricorrenti in queste pubblicazioni, nonostante sia più facile parlare di dati in ambito scientifico), ma tutto sta nelle intenzioni:

«Data-driven vuol dire due cose: che una gran quantità di dati può agire come un pungolo potente alla ricerca, il che è vero; e che la ricerca stessa può essere letteralmente guidata dai dati, il che è falso. Gli strumenti con cui si lavora sui dati dipendono sempre da una teoria: se una teoria non c’è, a prenderne il posto saranno, fatalmente, dei luoghi comuni che circolano nell’aria. E con quelli, non si va lontano.»

Falso movimento (Nottetempo, 2022) tenta in questo senso un bilancio dei primi anni delle digital humanities e per farlo si deve voltare indietro. Come in «ogni road movie che si rispetti, la meta ha via via perso importanza rispetto a ciò che si intravedeva ai lati della strada». La domanda che muove l’indagine di Moretti, stavolta, non è più tanto che cosa si possa fare dello studio della letteratura abbracciando un approccio quantitativo, ma se mancasse qualcosa di importante nelle ragioni che avevano mosso i pionieri della svolta quantitativa.

Ciò che le digital humanities propriamente dette hanno perso è il legame con la tradizione della critica letteraria novecentesca. Falso movimento in questo senso è una disamina lucida delle possibilità e dei limiti di un campo di studi ancora giovanissimo, e che quindi ha ancora tutto il tempo di correggersi. Le digital humanities sono riuscite nell’impresa di affermarsi come disciplina consolidata, con il suo proprio linguaggio, il suo patrimonio comune, ma hanno «fuggito il confronto con la grande cultura estetica e scientifica del Novecento», preferendo a essa la critica americana recente, uno spazio troppo angusto per poter crescere.

È un fallimento? No. La storia di ogni disciplina è costellata di alti e bassi. Solo fermarsi e riflettere sulla strada percorsa può correggere la direzione verso la quale si è in viaggio. Come ha scritto Alberto Cairo ne L’arte del vero (Pearson, 2016), «sono esperimenti. Molti falliranno, ma inevitabilmente ce ne sarà qualcuno che lascerà il segno.»



In copertina: immagine tratta da EPFL

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