Lei è la donna del quadro. Avviciniamoci, guardiamola più da vicino. Una figura femminile emerge, nuda, da uno sfondo nero e ha il capo circonfuso da un’aureola blu, il colore mistico riservato alla rappresentazione del sacro. Del dipinto lei è la protagonista indiscussa con le sue forme sottili e sinuose, il volto magro, affilato, i lunghi capelli ondulati. Il grande pittore norvegese la ritrasse, tra il 1895 e il 1901, in una serie di opere destinate a far scalpore, poiché rompevano con la tradizione cristiana classica e mostravano, per la prima volta al pubblico, una Vergine in estasi in una mescolanza inaudita di sacro e profano. La Madonna conturbante di Edvard Munch si chiamava Dagny Juel e – particolare che forse non a tutti è noto – era una scrittrice, una poetessa, in altre parole: un’artista.
Curioso destino quello che portò Dagny Juel a non essere riconosciuta per il proprio talento. Il caso le riservò una sorte diversa, il ruolo passivo di musa, essere osservata attraverso una tela, indagata nel suo divino mistero: chi è quella ragazza? Ci domandiamo, mentre scrutiamo il quadro ipnotizzati. Perché non v’è dubbio che Munch avesse avuto a disposizione una modella, in carne e ossa, per realizzare l’iconografia scandalosa della Vergine Madre. Chi è quella ragazza? Ce lo siamo chiesto tutti, senza trovare risposta, o forse appena scorgendo il suo nome inserito in calce a una didascalia; nulla più. Ora un libro ci restituisce la sua voce – e la sua tenebrosa storia. La casa editrice Lindau porta per la prima volta in Italia gli scritti inediti di Dagny Juel in una raffinata edizione con la traduzione e la curatela di Luca Taglianetti. L’eco selvaggia del desiderio, questo il titolo del volume che raccoglie racconti, poesie, drammi, l’intera produzione artistica da lei realizzata nella sua pur breve vita, perché morì tre giorni prima di compiere trentaquattro anni, freddata da un colpo di pistola alla tempia mentre dormiva, ignara, in una camera d’albergo a Tbilisi, in Georgia.

Il libro edito da Lindau, arricchito da una lunga prefazione, ha il merito di restituirci Dagny Juel in tutta la sua complessità. Leggiamo i suoi scritti dopo esserci accostati alla sua figura e dopo esserci interrogati sul suo infausto destino – ed è questa consapevolezza a cambiare ogni cosa, perché comprendiamo che la vita di Dagny è inscindibile dalle sue opere, lei stessa è le parole che scrive, ogni lettera è carne e fiato, pare scritta col sangue. Ed ecco che di quella donna, sensuale ed eterea, ritratta da Munch, riusciamo finalmente a cogliere l’anima. La vita di Dagny Juel, nata in Norvegia nel 1867, appare divisa in due parti: prima del matrimonio con lo scrittore polacco Stanislaw Przybyszewski e dopo. Prima del matrimonio Dagny era una ragazza di buona famiglia che studiava pianoforte e viaggiava per le maggiori capitali europee, da Parigi a Berlino, incantando tutti con la sua grazia.
La chiamavano Ducha, che in polacco significa «anima». Divenne nota nei circoli intellettuali dell’epoca per i suoi modi sfrontati (si racconta che bevesse litri d’assenzio senza mai ubriacarsi) e la sua forte personalità. Tutti amavano Dagny, per la sua intelligenza, bellezza e l’innato talento che dimostrava nel ballo e nella musica. Era desiderata da molti uomini, ma nessuno riuscì davvero a conquistarla, finché non venne Stanislaw Przybyszewski – che fu il suo grande amore e, al contempo, la sua rovina. Stanislaw, detto Stachu, era un intellettuale, uno scrittore, a legarli fu la comune passione per «la musica eterna di Chopin» e una segreta affinità artistica. La coppia era molto ammirata, come rivelano alcune testimonianze:
«Solo in Dagny vedevamo l’amante del Profeta (…), l’Androgino, l’Assoluto, sua fortuna e genio, la fonte primigenia dell’estasi, della furia e dell’ispirazione creatrice».
Il matrimonio si dimostrò, da subito, molto affollato: perché Przybyszewski in realtà aveva un’amante, Martha Foeder, dalla quale ebbe un figlio. La liason clandestina fece scandalo. Alcuni mesi dopo Martha morì in circostanze misteriose, probabilmente avvelenata da monossido di carbonio: si pensò a un suicidio. La morte di Martha Foeder fu il fantasma silente nella vita di Dagny Juel e il tema ricorrente di numerosi suoi racconti e drammi che, non a caso, ritraggono dinamiche di coppia inquiete, minacciate dalla presenza – talvolta occulta – di una terza persona: «Oh, ma la capisco…Se io fossi la donna che è stata messa da parte per amore di un’altra…Credi che la lascerei in pace la fortunata?». Tra le parole di Dagny lo spirito di Martha ritorna sottoforma di incubo, di apparizione malvagia, di premonizione nefasta:
«No, no, ogni notte viene da me. Viene sempre quando te ne sei andato. Si siede sul mio letto e mi fissa con i suoi terribili occhi da cadavere e mi soffia in faccia il suo alito di cadavere (…) Mi ucciderà, mi ucciderà, mi strapperà via da te!».
Il duo Juel-Przybyszewski visse un’esistenza bohémienne, itinerante, spostandosi da una città all’altra, vivendo “d’arte e d’amore” e facendo sovente i conti con pesanti ristrettezze economiche. Dagny si fece in quattro per mantenere i due figli piccoli, Zenon e Iwa, nonostante le frequenti intemperanze del marito scrittore, che era alcolista, depresso, donnaiolo. L’impressione è che la figura ingombrante di Stanislaw Przybyszewski abbia risucchiato le energie e la capacità creativa di Juel, offuscandone il talento. Mentre era in vita Dagny pubblicò solo quattro drammi – segno che forse non credeva abbastanza nelle proprie potenzialità di scrittrice e, probabilmente, non era neppure incoraggiata a farlo. In uno dei suoi racconti più belli, Et la tristesse de tout cela, mon âme, Dagny narra proprio di una donna che, dinnanzi al marito, si esibisce in un canto prodigioso nel quale rivela appieno la propria anima sfiorando vette d’innata grazia – ma lui quasi non se ne accorge, anzi, nell’umiliante finale si limita a fare alla moglie delle pignole correzioni tecniche; forse la stessa dinamica si ripeteva nella routine coniugale Juel-Przybyszewski? La coppia visse un momento idilliaco in Spagna, «qui è bellissimo, affascinante!» scriveva lei nelle lettere alle amiche «facciamo il bagno e corriamo per la spiaggia», dopodiché iniziò il periodo buio. Dagny si ritrovò sola, nella straniera Polonia, a fare i conti con un marito sempre più assente e fedifrago.

I testi di Dagny Juel hanno tinte cupe, sono ambientati in paesaggi surreali e dai tratti oscuri, come cripte e antichi manieri – ma spesso il contesto è del tutto assente e a emergere è soprattutto uno stato d’animo, un’angoscia latente e claustrofobica. Ad aprire L’eco selvaggia del desiderio è il racconto Rediviva, scritto nel 1893, che a posteriori appare come la breve biografia romanzata, in chiave orrorifica, della stessa Juel:
«Voglio raccontare la strana storia della mia vita. Forse non tutti la troveranno così strana – forse a qualcun altro è capitato lo stesso, ma non ne ho mai sentito parlare e perciò credo di essere l’unica a dover guardare in faccia questo destino orribilmente tragico e mistico».
In quel destino «orribilmente tragico e mistico» possiamo cogliere una profezia della sua stessa terribile fine; anche se a guidarla alla scrittura fu, probabilmente, il trauma per un’altra inspiegabile morte, quella di Martha Foeder, l’amante del marito. In Rediviva la protagonista ruba il compagno a un’altra donna che morirà di consunzione e, in seguito, continuerà a perseguitarla dietro sembianze spettrali: «So che non mi lascerà mai in pace – che non si allontanerà mai da me». Il fantasma di Martha Foeder sarebbe infatti ritornato in maniera ossessiva negli scritti di Dagny in cui il binomio inscindibile eros e thanatos rappresenta una costante: l’amore viene sempre presentato come una forza oscura. Ciò che Dagny non poteva sapere – ma forse oscuramente intuiva – era che la morte di Martha Foeder rappresentava un presagio del suo stesso assassinio. La presenza ingombrante di un’altra donna sarebbe infatti ritornata anche nella vita di Dagny: dopo cinque anni di matrimonio Stachu si innamorò perdutamente della bella Jadwiga Kasprowicz e le sue sparizioni divennero sempre più frequenti, si assentava per lunghi periodi, lasciando moglie e figli in Polonia. Nel 1901 il rampollo Wladyslaw Emeryck, un amico di famiglia che in passato aveva saldato numerosi debiti di Przybyszewski, si offrì di ospitare la coppia nella propria dimora in Georgia. Dagny partì sola con il figlio Zenon, mentre il marito per lettera prometteva vagamente di raggiungerla.

Sarebbe stato l’ultimo viaggio di Dagny Juel. Tre giorni prima del suo trentaquattresimo compleanno, il 5 giugno 1901, fu uccisa con un colpo di pistola mentre dormiva nella sua stanza, probabilmente indotta in un sonno narcotico. A sparare fu Emeryck che, dopo aver condotto il piccolo Zenon presso un conoscente, mise in atto il suo piano e poi si tolse la vita. L’omicidio di Dagny, come si scoprì poi, fu pianificato nel dettaglio e, particolare ancora più atroce, Przybyszewski ne era a conoscenza. «Stach, la uccido per il suo bene» scrisse Emeryck, in preda al delirio, in un’ultima lettera all’amico. L’accurata prefazione di Luca Taglianetti a L’eco selvaggia del desiderio ricostruisce nel dettaglio gli ultimi giorni di Dagny, lasciando intatto, però, un sospetto: che fosse stato proprio Przybyszewski ad architettare la morte della moglie? Fu lui il vero mandante del delitto? In passato l’uomo era stato incarcerato anche per l’omicidio di Marta Foeder, poi rilasciato quando il caso fu archiviato come suicidio. La verità, probabilmente, non la sapremo mai.
Resta l’immagine di una donna eternata dall’arte. La bellezza raffinata di Dagny Juel sopravvive nei quadri di Munch in un binomio inestricabile di incanto e disperazione; e il suo spirito resiste indomabile nel cuore pulsante dei suoi scritti. I drammi, i racconti, le poesie di Juel parlano di sogni infranti, mani notturne e selvagge, di una paura raggelata quando la passione sfuma in un incubo di morte, ancora si leva l’ardito grido: «Un po’ di felicità, prima che il destino ci spezzi!». Se è certa l’influenza di Edgar Allan Poe – citato, tra l’altro, dalla stessa Juel che in un dramma fa riferimento alla Casa degli Usher – non possiamo negare che l’ispirazione principale di Dagny fu la sua stessa vita, l’amore-veleno che la legava al marito e una segreta, inguaribile, angoscia esistenziale. Persino nelle poesie ritornano immagini cupe: calici di sangue, fiori velenosi, pipistrelli, corvi, tempeste. Del resto Dagny Juel avrebbe trasfigurato la propria stessa esistenza in un racconto di Poe, anche lei sarebbe stata – proprio come Leonora o Annabel Lee – una giovane donna bellissima strappata alla vita troppo presto. Pure Dagny, come la bella Annabel Lee, aveva conosciuto la felicità in un regno vicino al mare, in quei giorni spensierati vissuti in Spagna, e forse ancora continua a cantare la propria innocenza tradita, come una sirena, in quel «sepolcro al margine del mare».

L’ultima poesia di Dagny Juel era dedicata al figlio, Zenon, «Dormi! Dormi!» gli ripete in una ninnananna triste in cui spera che i suoi sogni di bambino non vengano turbati, quasi augurasse al figlio di vivere un’eterna infanzia. È l’unico scritto di Dagny Juel in cui la vita pare trionfare sulla morte – e non viceversa. Ritroviamo la sua immagine inconfondibile anche in un altro celebre quadro di Edvard Munch. Il titolo originale era Love and Pain (1893), ma fu ribattezzato dallo stesso Stanislaw Przybyszewski, amico del pittore, come The Vampire, il vampiro. Nel dipinto, dalle tonalità scure, un abbraccio amoroso si trasfigura in una scena inquietante: la donna sembra mordere l’uomo sul collo, sottometterlo, annientarlo. Negli scritti di Dagny Juel accade lo stesso, l’amore appare sempre inscindibile dalla morte, è narrato alla stregua di una maledizione, di un tormento: «Non capisci che è scritto lassù nelle stelle? Non capisci che tu ed io siamo condannati ad amarci per sempre?». Che fossero proprio Ducha e Stachu la coppia di “amanti terribili” raffigurata in Love and Pain?
Da Madonna profana a Vampira, Dagny Juel rivive nelle opere del pittore norvegese in tutto il suo tormento spirituale; era quella la componente segreta che ne avrebbe fatto non solo una musa ispiratrice, ma una vera artista. Il testo manoscritto del racconto Rediviva sarebbe stato ritrovato solo nel 1976, tra le lettere di Munch conservate nel museo di Oslo. E ancora sopravvive al tempo, facendosi beffe dell’oblio.
Immagine di copertina: Madonna, Edvard Munch (1895)