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Specchiarsi nella cinepresa: quando il film è autobiografia



Quando le storie finiscono si passa all’introspezione, all’autobiografia? L’attuale momento del cinema italiano (e delle sue derive, o mutazioni, televisive) potrebbe indurre a discorsi apocalittici. Ma dedurre tendenze irreversibili da un pugno di titoli che stanno segnando questo 2021 è rischioso: poi si fa la fine di Fukuyama, che ha annunciato la “fine della storia” una trentina d’anni fa e la storia, entrata noncurante nel XXI secolo, ha continuato tranquillamente a dipanarsi. Partiamo, quindi, dai fatti. Che sta succedendo? 

Fatto 1: nell’estate del 2021 Marco Bellocchio riceve la Palma alla carriera dal Festival di Cannes e presenta Marx può aspettare, toccante documentario in cui rielabora il lutto – suo e di tutti i suoi familiari – per il suicidio del gemello Camillo, avvenuto negli ultimi giorni del ’68. Pochi giorni prima Camillo, rimasto nella natìa Bobbio mentre Marco faceva il cinema a Roma, aveva lanciato al gemello messaggi che contenevano una richiesta d’aiuto. Marco, com’era normale in quei tempi, l’aveva buttata sul politico, incitando Camillo alla stessa rivolta che aveva messo in atto lui. Camillo gli aveva risposto, lapidario: «Marx può aspettare». Sta ancora aspettando

Fatto 2: il 5 novembre 2021 Amazon Prime Video mette online Vita da Carlo, serie tv autobiografica di Carlo Verdone. È un’opera stranissima e originale: Verdone mette in scena se stesso, circondandosi di personaggi di finzione che sono però, tutti quanti, “a chiave”. Per dire: il bieco produttore interpretato da Stefano Ambrogi non si chiama Aurelio De Laurentiis ma chiaramente “allude” ad Aurelio De Laurentiis, che per altro è co-produttore della serie; la fedele addetta stampa Rosa è interpretata da Giada Benedetti ma è la vera addetta stampa di Verdone, Rosa Esposito; la moglie e i figli sono anche loro interpretati da attori (la moglie ormai distante è Monica Guerritore) ma ricordano molto quelli veri; l’unico che ha il proprio nome è Max (Tortora, strepitoso) che però non è proprio Max Tortora al cento percento… Insomma, un labirintico gioco di specchi in cui la vera vita “da” e “di” Carlo rispecchia il vero ma si concede molte fughe nel falso (nel senso di inventato). 

VIa da Carlo

Fatto 3: il 17 novembre 2021 Netflix lancia Strappare lungo i bordi, opera a disegni animati del popolare autore di fumetti Zerocalcare (vero nome Michele Rech). Definirla una serie è arduo: sono sei episodi lunghi al massimo una ventina di minuti, sostanzialmente un film diviso in sei parti. Ma qui subentra un ragionamento di puro marketing: se si fosse trattato di un film per il cinema, siamo disposti a scommettere che non avrebbe incassato un euro; spezzettato così, e forte della popolarità televisiva dell’autore, ha fatto il botto. Buon per Zerocalcare/Michele, che si conferma un fenomeno non solo generazionale e non solo romano, e che comunque racconta sempre di sé e dei suoi amici; arrivando addirittura a dare lui stesso la voce a tutti i personaggi. Con effetti sinceramente assai monocordi, perché Zerocalcare/Michele non è un attore, e si sente; ma in un cartone, e in misure così brevi, si può fare. Di nuovo, fosse stato un film-film, da vedere tutto di fila, sarebbe forse risultato insopportabile. 

Fatto 4: il 24 novembre 2021, la vigilia del primo anniversario della morte di Diego Maradona, esce al cinema È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino. A dicembre andrà su Netflix, che produce: ma intanto per fortuna esce al cinema, anche se non mancano polemiche sul numero delle copie (inferiori alle richieste degli esercenti) e sull’assordante silenzio imposto da Netflix sugli incassi (che pure dovrebbero essere ottimi, a giudicare dalle code e dal tam-tam). Fra tutti gli “oggetti” di cui stiamo parlando È stata la mano di Dio è in fondo l’unico vero film, come se ne facevano una volta. In esso, Sorrentino rievoca la propria adolescenza, e soprattutto la tragica perdita dei genitori, morti in un incidente domestico quando il futuro regista aveva solo sedici anni. È un trauma che in tanti conoscevamo, perché Paolo l’aveva raccontato anche in pubblico, ma ricostruirlo sullo schermo era evidentemente divenuto necessario e non più procrastinabile. È il film più personale e più sentito di Sorrentino, forse il più bello

È stata la mano di Dio

Casualità? Certo, soprattutto nella tempistica. Bellocchio ha lavorato a Marx può aspettare per anni, Sorrentino aveva pronto il film già prima del lockdown, Zerocalcare ha sintetizzato storie e personaggi che esistono da tempo. Non si può, quindi, nemmeno giocare troppo sull’effetto pandemia: certo, ci siamo tutti dovuti rintanare per mesi, vivendo le nostre case – quindi, la nostra intimità familiare – con un’intensità inusitata. Ma gli effetti di questa introspezione forzata si vedranno nel tempo, e curiosamente i pochi film italiani sul lockdown si sono proiettati “all’esterno”, cercando di ragionare sugli effetti globali della pandemia (un titolo per tutti, il migliore: Il giorno e la notte di Daniele Vicari). Fa eccezione il bellissimo Molecole di Andrea Segre, un film nato quasi per caso perché è stato del tutto casuale che il regista abbia vissuto i mesi del primo lockdown in un’isola che sta dentro un’isola, il sestiere veneziano della Giudecca: Segre in realtà vive a Roma, ma nel marzo 2020 era a Venezia per lavoro e ha dovuto rimanerci. Il film è diventato, al tempo stesso, un viaggio fisico dentro una Giudecca più deserta del solito e un viaggio sentimentale nei ricordi (e negli home-movies d’epoca) del padre di Andrea, uno scienziato che insegnava a Padova. 

Quindi, messi da parte Fukuyama e il Covid-19, resta la domanda: come mai tanti prodotti audiovisivi italiani si stanno concentrando sull’autobiografia? E soprattutto, è un fatto inedito? Per rispondere, osserviamo il finale del film di Sorrentino: il giovane Fabio (alter ego del regista) se ne va da Napoli e prende il treno per Roma, inseguendo il sogno di fare il cinema. È la stessa scelta fatta quasi settant’anni prima da un altro alter ego: Moraldo, il “doppio” di Fellini in I vitelloni. E quando si parte, ci sono sempre voci che ti accompagnano, o che tentano di fermarti. Mentre il treno si muove e scorrono i titoli di coda, Fabio indossa le cuffie e ascolta Napul’è di Pino Daniele. Più sottilmente, nel finale di I vitelloni avviene una cosa che pochissimi nei decenni hanno notato: Moraldo/Franco Interlenghi saluta un ragazzino alla stazione, e gli mormora «addio, Guido»; ascoltando attentamente si percepisce che le parole «addio, Guido» non sono pronunciate dalla voce di Franco Interlenghi, ma da quella… di Federico Fellini, del regista, di colui che è davvero Moraldo nella realtà (ascoltate la scena qui: la battuta di Fellini è a 1’09”). Attenzione: nel 1953 nessuno – a parte amici e familiari – conosceva la vocina di Fellini, poi diventata così famosa. Quel frammento di doppiaggio è un messaggio subliminale, un’improvvisa emersione dell’autore che si impossessa del proprio personaggio

I vitelloni

Tutto questo per dire che l’autobiografia nel cinema italiano l’ha portata Fellini. E forse nel cinema tout court. Facciamo un rapido viaggio nel tempo: torniamo alla Hollywood classica, o al cinema muto sovietico, all’espressionismo tedesco, insomma a tutto il grande cinema che si è fatto nel mondo prima degli anni Cinquanta. A nessun regista della prima metà del XX secolo sarebbe mai passato per la testa di raccontare la propria vita in un film. Fellini lo fa in I vitelloni, ma poi a rompere le righe è la Nouvelle Vague, I 400 colpi di Truffaut e poi Effetto notte che per altro non esisterebbe senza Otto e mezzo. Da lì in poi la vita dei registi tracima sullo schermo. Ma la vera lezione di Fellini, a osservare con attenzione, è un’altra: quando si racconta la propria vita, mentire non è solo lecito, è quasi indispensabile. Negli ultimi anni questa lezione ci è stata ribadita addirittura da un premio Nobel: Bob Dylan, che ha riempito di leggende (chiamatele pure menzogne, ma sempre leggende sono) sia la propria autobiografia Chronicles sia quel meraviglioso mockumentary (finto documentario) che è Rolling Thunder Revue, fatto in combutta con quell’altro adorabile bugiardo di Martin Scorsese. È grazie a questi illustri maestri e mentitori che Zerocalcare può far parlare tutti i personaggi con la sua voce, Sorrentino può spedire il suo protagonista al cinema a vedere un film di Antonio Capuano quattro o cinque anni prima che Capuano giri il suo debutto (Vito e gli altri, 1991) e Verdone si permette di raccontare una propria vita che in realtà è un’altra vita, con altri parenti, altri produttori, altri colleghi: tutto ricostruito, quindi tutto inventato e al tempo stesso tutto vero

In un’immortale e forse fin troppo citata battuta di L’uomo che ha ucciso Liberty Valance, John Ford fa dire a un direttore di giornale: «This is the West. When the legend becomes fact, print the legend». Quel direttore ha appena saputo che la leggenda dalla quale è soffuso il senatore interpretato da James Stewart è tutta fuffa: e allora si butti l’intervista, perché la leggenda è più bella. In fondo è la stessa cosa che dice Fabio/Sorrentino in È stata la mano di Dio: «Voglio fare il cinema perché la realtà è scadente». È sempre legittimo stampare la leggenda, ed è affascinante andarla a cercare sotto un’apparente realtà. In fondo, fra tutti quelli citati, l’unico che non lo fa è Bellocchio: in Marx può aspettare c’è la realtà. Ma non solo. Il film ricostruisce, certo, un dramma familiare, andando alla ricerca della verità. Ma che succede, lungo questo percorso di rivelazione? In primis, sorelle e fratelli di Bellocchio raccontano ciascuno quella storia, così come la ricordano, e i ricordi sono tutti diversi e spesso contraddittori, come in Rashomon di Kurosawa. In più, la bellezza lancinante del film sta nel modo in cui Bellocchio alterna la ricostruzione della storia agli spezzoni dei suoi film (da I pugni in tasca in poi) nei quali quella stessa storia era narrata in modo allusivo, indiretto, leggendario. Cacciata dalla porta, la leggenda rientra dalla finestra. E Marx può aspettare diventa anche un saggio critico sul cinema di Bellocchio, esattamente come Vita da Carlo è uno sguardo sul cinema di Verdone e come È stata la mano di Dio getta nuova luce su tutti i film fatti da Sorrentino. L’autobiografia diventa critica, o cripto-critica: e noi, che facciamo i critici di professione, o almeno ci proviamo, dobbiamo essere grati. 

(c) immagine di copertina dal poster di Marx può aspettare

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