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Ripensare Buzzati. Lorenzo Mattotti e La famosa invasione degli orsi

In un freddo pomeriggio di gennaio ho avuto la fortuna di incontrare Lorenzo Mattotti a Milano presso il Laboratorio Formentini, in occasione del finissage dell’esposizione Mattotti e la famosa invasione degli orsi, curata da Mimaster Illustrazione e Fondazione Mondadori.
Un’occasione imperdibile per scoprire, attraverso le tavole originali e i bozzetti preparatori, il processo creativo della lavorazione che ha portato alla nascita del film d’animazione La famosa invasione degli orsi in Sicilia, diretto da Mattotti e uscito a novembre nelle sale italiane dopo la presentazione a Cannes 72 nella sezione Un certain regard.
Aggirandomi per la mostra, ho potuto scoprire le tavole con gli studi di character design che Mattotti ha realizzato nella prima fase di lavorazione che, come mi ha raccontato l’autore, è durata in tutto più di cinque anni, di cui ben due di ricerca, preparazione e storyboard, ai quali se ne sono aggiunti altri due di sviluppo e uno di editing.

Mattotti
Un bozzetto di La famosa invasione degli orsi Lorenzo Mattotti (Courtesy Primalinea Productions)

La famosa invasione degli orsi in Sicilia è un romanzo scritto e illustrato da Dino Buzzati, pubblicato per la prima volta da Rizzoli nel 1945 dopo essere apparso in puntate sul leggendario Corriere dei Piccoli. Una favola senza età, nella quale gli orsi scendono dalle loro montagne per invadere la Sicilia, per poi capire che la guerra porta solo corruzione e che, in fondo, la loro essenza è legata alla pace e alla natura.
Una favola attuale, che parla a tutti noi. Ma, a differenza di quanto ci si potesse aspettare, Mattotti ha saputo dare vita a una nuova opera. Non ci si trova, infatti, semplicemente di fronte a una trasposizione cinematografica dell’originale letterario, ma piuttosto di un grande componimento artistico nato dalla sinergia di un’equipe di 150 professionisti, in cui Mattotti, nelle vesti di regista, ha saputo individuare e coordinare con maestria i talenti di ognuno.
A prima vista, quando mesi fa ho guardato per la prima volta il trailer, ciò che mi colpì fu un apparente stacco stilistico rispetto ai lavori precedenti di Mattotti; i personaggi, dai tratti squadrati e uniformi, sembravano guardare soprattutto alle illustrazioni originali di Buzzati, reinterpretate con rispetto e fedeltà, così come gli alberi stilizzati, in continuità col segno originale dello scrittore. Avevo la sensazione di trovarmi di fronte a una nuova evoluzione stilistica del multiforme autore.
Osservando però con attenzione le tavole in mostra ho avuto la sensazione che quei nuovi personaggi in realtà arrivassero da più lontano, nuove forme evolutesi da creazioni del passato del celebre immaginario dell’artista. Come se il lavoro fosse stato in gestazione da molto più tempo, e i personaggi venissero da lontano, quasi avessero avuto bisogno di passare attraverso altri libri per prendere forma e rinascere ancora una volta, arricchendosi in un’opera corale.

Mattotti

Lo storyboard del film, che è parente stretto dei fumetti di Mattotti, mi ha aiutata a chiarificare questo aspetto, dandomi la sensazione di una summa della sua opera fino ad ora.
Nei Ghir di Ghirlanda (Logos Eitore, 2017), una sorta di incrocio tra trichechi e orsi, sembrano esserci i semi per gli orsi protagonisti del film, così come i paesaggi montuosi; la veduta del bosco nero e tenebroso che apre il film ha molto in comune con i boschi di Hansel e Gretel (Toon Books, 2014) e di Oltremai (Logos Editore, 2013). Con alcuni elementi è inoltre riuscito a mantenere una continuità con il passato. Continuità appesa a un filo sottile, non diretto, come nel caso dei fantasmi del castello che, pur avendo una connotazione totalmente personale e originale, ricordano per cromìa, fluidità e dinamismo gli esseri de Il mistero delle antiche creature (Orecchio Acerbo Editore, 2007).
Il film mostra infine elementi non usuali della cifra stilistica dell’autore, come le vedute di città con minuziosi dettagli architettonici, frutto del lavoro sinergico con lo studio francese Prima Linea, che ha adattato la sua poetica a visioni paesaggistiche fino ad ora esplorate solo parzialmente nella sua produzione, ma che, come mi ha raccontato Mattotti, hanno finito per influenzarlo, ispirando i lavori attuali, tra cui le tavole del recente calendario 2020 in cui la figura umana passa in secondo piano e dominano i paesaggi.

Mattotti

Uscendo dalla mostra, ricca di bozze e materiali che completano la visione del film e la arricchiscono, mi è rimasta la voglia di vederne di più, che è il miglior risultato che ci si possa aspettare da un’esposizione: uscire con il desiderio di approfondire quello che c’è stato dietro a un grande lavoro come questo.
E, salutando Lorenzo Mattotti, continuo a pensare al parallelo tra le opere delle sue diverse stagioni creative, capaci di mostrare come tutto sia sempre in divenire; un arricchimento continuo, opere nuove come costole di quelle del passato che prendono vita propria diventando altro.
In continuo mutamento, come il tratto di una matita.

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