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Netflix’s Homemade – Corti di quarantena. 17 corti per 17 firme

Dal 30 giugno è disponibile su Netflix la rassegna Homemade. Diciassette corti d’autore da tutto il mondo realizzati in lockdown con i mezzi a disposizione di ciascuno.
Si è discusso molto sugli effetti che avrebbero avuto l’isolamento e la reclusione forzata sugli artisti e sul loro lavoro: blocco creativo o occasione fertile? Questa selezione è una prima risposta.
Homemade ha un valore molteplice: riunisce testimonianze individuali di un evento storico di portata mondiale senza precedenti; mostra un saggio delle risorse personali e creative che artisti di diverse parti del mondo hanno saputo trovare in circostanze eccezionali e con mezzi limitati; presenta una selezione di opere brevi, un genere poco valorizzato e meno frequentato dal pubblico rispetto al lungometraggio, ma che nella produzione audiovisiva come in quella letteraria sa offrire esiti di grandissima qualità ed è importante terreno di scoperta di esordienti di talento, ma anche palestra e sede di sperimentazione per autori affermati. Per queste ragioni Limina ha deciso di dedicare uno spazio giornaliero a Homemade, su misura: recensioni brevi come i corti, dal 6 al 24 luglio ogni giorno sul nostro profilo Instagram una firma diversa.
Le trovate tutte raccolte a seguire. Buona lettura e buona visione!

Last Call di Paolo Larraìn, da Santiago del Cile

Un uomo anziano, grazie all’aiuto di un’infermiera della casa di riposo presso la quale è ricoverato, ricontatta un’ex amante, ormai anziana come lui, e procede a rivelarle che è stata lei il grande amore della sua vita. La comunicazione si svolge online, in pieno lockdown, e parrebbe la straziante confessione crepuscolare di un uomo a confronto con la malattia e con l’avvicinarsi della sua fine. Ma Pablo Larrain è troppo poco sdolcinato e troppo attratto dall’elemento grottesco della commedia umana per cadere in quella trappola: il suo corto finisce per far ridere, in maniera liberatoria, di una situazione tragica, senza per questo mancare di rispetto a chi la sta vivendo e appartiene alla fascia anagrafica dei due protagonisti. Anzi: restituisce agli anziani quella dignità che spesso il Covid 19 ha tolto loro, rappresentandoli come esseri umani ancora in grado di prendere decisioni, giuste o sbagliate, invece di ridurli agli aridi e impersonali numeri delle statistiche dell’Oms.

Paola Casella, giornalista e critico cinematografico

Penelope di Maggie Gyllenhaal, dal Vermont

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Un virus non ben identificato uccide cinquecento milioni di persone e, seguendo un nesso logico e biologico non del tutto chiaro, fa sì che la luna si avvicini drammaticamente alla terra. Nel frattempo Peter Sarsgaard, che vive isolato in campagna e coltiva lattuga, scopa un albero e condivide un momento di intima commozione con un tostapane.
Il corto di Maggie Gyllenhaal – indubbiamente tra i più ambiziosi del progetto Homemade – parte da una premessa interessante, ma non decolla mai: si prende terribilmente sul serio e rimane incagliato in una scrittura debole e piena di cliché, che della pandemia ci dice solo quello che sappiamo già, e in maniera poco interessante.
Gyllenhaal reinterpreta Lars von Trier, sacrificando una voce che poteva essere molto più personale. Penelope è un lavoro di grande cura formale, ma sfigura a confronto di corti decisamente più amatoriali e leggeri, che però nell’imperfezione trovano la propria autenticità.

Leonardo Malaguti, scrittore e studente di Sceneggiatura al CSC

Untitled di Antonio Campos, da Springs, New York

Pillola di thriller con aperture al sovrannaturale, il corto di Campos – tra i pochi, in Homemade, a scegliere il genere – è un loop narrativo che si apre e si chiude con il ritrovamento di un uomo, nudo e smarrito, sulla spiaggia: l’irruzione di un corpo estraneo nella quiete familiare innesca paure ataviche, rivelando la vulnerabilità della soglia di casa. Un lavoro di squadra che convoglia in pochi minuti gli sguardi dei diversi autori coinvolti: la sceneggiatura è co-firmata da Brady Corbet (collaboratore di Campos sin da Simon Killer, qui è anche operatore) e Mona Fastvold (che con Corbet forma una coppia artistica e nella vita, e qui è anche attrice insieme alla moglie di Campos, Sofía Subercaseaux). Lockdown e pandemia non sono descritti perché Campos e Corbet, appartenenti alla generazione di registi statunitensi che hanno vissuto il coming of age con l’11 settembre, sono più interessati a mettere in scena il trauma (film come Afterschool e Vox lux lo declinano in modi differenti), la frattura tra un prima e un dopo, la paralisi di chi assiste.

Ilaria Feole, critica cinematografica

Espacios di Natalia Beristáin, da Città del Messico

In molti si sono domandati come i bambini vivessero il periodo di lockdown, perciò, Natalia Beristáin ha deciso di riprendere sua figlia. Una piccola lupa ancora genuinamente selvaggia che, separata dal branco, tenta di non annoiarsi fra le pareti della sua tana. Jacinta, la bambina di appena cinque anni, sembra voler dimostrare di poter fare qualunque cosa da sola. Così si prepara la colazione, cerca di riordinare il cortile e di curare le piante, ma in realtà è tutto un gioco di responsabilità che la porta ad essere freneticamente impegnata in qualcosa più grande di lei. La Beristáin, attraverso una tecnica di ripresa molto statica, indaga l’isolamento della figlia, sempre al centro del quadro, per mostrare quanto i bambini, desiderosi di tornare alla normalità, siano poi in grado di crearsi un loro piccolo mondo fatto di spazi da condividere con i genitori. Il periodo di lockdown porta quindi a un tema già caro alla regista, ovvero la conoscenza e l’avvicinamento tra due universi: quello di una madre e di sua figlia.

Carolina Caterina Minguzzi, critica cinematografica

Algoritmo di Sebastián Lelio da Santiago del Cile

Non poteva che essere un nuovo ragionamento attorno al corpo femminile la base del cortometraggio di Sebastián Lelio (regista cileno amico di lungo corso di Pablo Larraín) che proprio attorno a questa tematica ha sviluppato i suoi lavori migliori, da Gloria Una donna fantastica. Se anche la musica è stata spesso protagonista delle sue opere (il titolo Gloria fa riferimento sia al nome della protagonista, sia al titolo della canzone di Umberto Tozzi proposta nella colonna sonora) non si può certo dire che Algoritmo non sia un corto pienamente nelle corde dello stesso Lelio. Protagonista è infatti una donna che, mentre svolge semplici attività domestiche, canta e balla, con la consapevolezza che forse «servirebbe un musical per descrivere un momento così doloroso». La cinepresa segue i movimenti con uno sguardo capace di ipnotizzare, ma oltre all’estetica e a un finale comunque interessante che ci porta nella dimensione di un vero e proprio risveglio politico, la sensazione è quella di un prodotto sì coerente con il cinema dell’autore, ma decisamente pretestuoso, soprattutto nel suo forzato filosofeggiare proprio attorno al tema dell’isolamento. Un algoritmo per sopravvivere, forse, ma la cui efficacia rimane più nelle intenzioni che nella resa effettiva.

Andrea Chimento, docente universitario, giornalista e critico cinematografico

Casino di Sebastian Schipper da Berlino

Giornate solitarie e tediosamente uguali, confortate soltanto da qualche (piccola) variazione sul tema: così è stato il lockdown di Sebastian Schipper, che in otto minuti racconta un normale weekend di pandemia nel suo appartamento di Berlino. Ogni giorno è identico, scandito da videogames, spaghetti al pomodoro, qualche momento di lavoro e tentativi di musica. Noia e monotonia diventano alienanti, spingendo il regista a cercare l’unica compagnia possibile, quella dei suoi alter ego dei giorni passati, fantasmi che ancora aleggiano in casa grazie alle riprese in corso.
Il corto di Schipper colpisce per l’ottima costruzione tecnico-narrativa: il regista-attore ha saputo sdoppiarsi in varie occasioni, pur lavorando completamente da solo. Notevole anche l’impostazione visiva, curata nei contrasti fra chiaro e scuro e nella disposizione quasi claustrofobica degli oggetti; unica pecca, il finale piatto e poco originale, chiusura non del tutto adeguata per un lavoro altrimenti efficace e ben realizzato.

Chiara Gagliardi, ingegnere ambientale e appassionata di cinema

The Lucky Ones di Rachel Morrison, da Los Angeles

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Prima donna della Storia a essere stata candidata agli Oscar come miglior direttrice della fotografia (nel 2018 per Mudbound), Rachel Morrison dirige, o sarebbe meglio dire compone, una vera e propria lettera d’amore: per sua mamma, per i figli, per la sua compagna, per la luce, per il cinema. Indirizzando l’elegia al suo primogenito di cinque anni, la donna ricorda la propria esistenza a quell’età, provando a raccontare tramite frammenti visivi quali siano onori e oneri del prendersi cura di un bambino in tempi imprevedibili e spietati come quelli che stiamo vivendo. Morrison lascia così parlare le immagini, cerca sempre un taglio di luce coinvolgente, nuovo, ipnotico. Utilizza formati e supporti differenti (si passa dallo smartphone alla Canon passando persino per la tanto amata pellicola 8mm) in un flusso di coscienza senza soluzione di continuità, capace di restituire un malinconico presentimento di ottimismo e al contempo una sintesi perfetta ed efficace della crescita umana e dell’evoluzione del cinema.

Simone Soranna, giornalista e critico cinematografico

Mayroun And The Unicorn di Nadine Labaki e Khaled Mouzanar da Beirut

Una bambina rimasta senza famiglia chiede ospitalità a un unicorno. La convivenza diventa presto difficile, e la bambina cerca disperatamente una via di fuga dalla sua prigione. Questo il contenuto di Mayroun and The Unicorn, il corto girato da Nadine Labaki e Khaled Mouzanar che vede come protagonista la loro figlia: una vicenda, come viene riportato nella inopportuna nota di regia conclusiva, che è completo frutto dell’immaginazione di Mayroun e che i registi-genitori si limitano a filmare. Il gioco, intriso di paura, di paradossi, di fantasie infrante a contatto con un mondo in cui risuona solo l’eco del Coronavirus, passa dall’essere comfort zone fiabesca, al trasformarsi in atroce tortura a cui neanche il disperato canto di Bella ciao può sottrarre la piccola. La libertà è una meta irraggiungibile. Labaki e Mounzanar non fanno sforzi, riprendono con ossessiva, ma poco accurata diligenza l’enorme dramma esistenziale messo in scena da una bambina, che nel suo sguardo infantile riesce ad essere più lucida e convincente degli adulti dietro la macchina da presa.

Benedetta Pallavidino, editor freelance, critica cinematografica e redattrice di Limina

Si le temps sont durs et mauvais, puor qui le sont ils? di Ladj Ly da Clichy Monterfermeil, Parigi

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Buzz si collega in chat per fare i compiti che qualcuno copierà. Fa ginnastica. Rimane nei limiti imposti dal lockdown in Francia per i cinquantacinque giorni che seguono il 17 marzo del 2020. Il suo desiderio di scavalcare i confini si realizza con l’ingresso di un’altra tecnologia, il drone manovrato dal giovane per fare del cinema con i segni dell’urgenza. L’inquadratura soggettiva ci eleva attraverso un manto di solennità sui palazzi e il quartiere Clichy Montfermeil, alle porte di Parigi, inevitabile punto di riferimento per il regista di origine maliana Ladj Ly, il cui lungometraggio I miserabili, prendendo a prestito il titolo da Hugo, si propone di parlare di quegli ultimi che tanto ultimi poi non sono, specie nella Francia di oggi. Coerentemente, il corto si conclude con la domanda aperta: “Se sono tempi difficili, per chi lo sono?”. La risposta scorre attraverso le immagini del corto: gli scorci di una comunità che accoglie con il dito medio alzato la presenza del drone, ritenendolo un sorvegliante non gradito, mentre un uomo trascina una ragazza dentro casa prendendola per i capelli e le lunghe code al mercato del contingentamento sono un indizio di realismo per un disagio percepito nell’inquietante assenza di un commento.

Roberto Lasagna, saggista e critico cinematografico

Last Message di Naomi Kawase da Nara, Giappone

«Come sarà il futuro se tutto resterà così?» chiede una voce inquietante e spersonalizzata all’inizio di The Last Message di Naomi Kawase, un breve messaggio sensoriale e mistico sulla risposta dell’umanità alla pandemia. La regista interpreta e anima gli oggetti della casa, che si fanno quasi immagini astratte: un ventilatore e la luce del sole che si riflette sulla parete. All’inizio questi dettagli partecipano a creare uno stato emotivo di ansia e alienazione, mentre la voce fuori campo riduce la vita umana e la morte a numeri. Ma alla domanda «Cos’è la verità?» il protagonista risponde: «L’Arte». Allora la prospettiva cambia e quei raggi di luce sono ora raffigurati come preziosi e sacri, tra le foglie degli alberi o nella tela di un ragno. Alla fine, le parole no borders si imprimono nel cielo, come scritte dai capelli del ragazzo, in una ritrovata riconciliazione tra uomo e natura, una liberazione da ogni vincolo, che avviene, per l’autrice, attraverso il processo creativo.

Livia Galtieri, studentessa di Montaggio al CSC

crickets di Kristen Stewart da Los Angeles

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Dieci minuti, dei quali nove su di lei, Kristen Stewart, regista e interprete del quattordicesimo episodio di Homemade. Un piccolo sogno in primo piano, anzi un incubo: con le stesse frasi che tornano a tormentare l’attrice che vorrebbe dormire e non ci riesce, che vorrebbe fare una pausa ma non sa come zittire i pensieri, che vorrebbe alzarsi e però resta lì, seduta a guardare fuori (mentre la videocamera guarda lei, e la interroga – una voce del passato, o un pensiero che si è fatto voce). Una fila di sbarre d’acciaio interrompe la fuga dello sguardo sulla distesa infinita di Los Angeles, ma il corto racconta soprattutto di un confinamento psicologico ed emotivo che mescola confusamente giorno e notte, realtà e sogno, veglia e sonno; racconta di un’impasse («stanca, bloccata») da cui sembra impossibile uscire («resettare, cancellare»). «È come se i miei sogni sognassero»: nella sua essenza shakespeariana, la più efficace definizione dell’essere sé stessi nello strano tempo incompiuto della quarantena.

Luca Malavasi, docente universitario e critico cinematografico

Unexpected Gift di Gurinder Chadha da Londra

Gurinder Chadha sceglie la sua casa londinese come set per girare in modo volutamente artigianale la sua versione di Homemade, in una serie di piccoli grandi avvenimenti documentati e/o ricostruiti per l’occasione. La narrazione si muove intorno alla regista, al marito e soprattutto ai due figli gemelli mentre cucinano, giocano, recitano preghiere, intonano canzoni, ballano o l’accompagnano in momenti tragici, come la commemorazione sikh della madre, scomparsa qualche mese prima. L’autoreferenzialità funge da padrona in questo susseguirsi sconnesso di (non)avvenimenti dove si fatica a comprendere il significato generale dell’opera. La seconda identità della regista, quella indiana, che fa da sfondo a questi otto minuti, indagata in modo scevro di qualsiasi stimolo riflessivo, è la grande occasione mancata di questo corto. Il lockdown dovrebbe essere l’unexpected gift che intitola il corto, ma il susseguirsi di frasi fatte e l’assenza di profondità rendono questa manciata di minuti anche unwanted.

Alessandra Corsi, responsabile della comunicazione di Limina

Couple Splits Up While In Lockdown LOL di Rungano Nyoni da Lisbona

Homemade non si allontana molto da altri film collettivi sui grandi avvenimenti storici di cui si fanno inevitabilmente testimoni, riscoprendo quel valore documentativo del mezzo cinematografico. Ciò che però distingue questa da precedenti operazioni affini è la contemporaneità tra l’evento e la sua elaborazione. Il lockdown non è qui reinterpretato a posteriori (come ad esempio l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001) bensì vissuto in presa diretta, secondo la personale sensibilità dei registi coinvolti.
Rungano Nyoni – come anche Pablo Larraìn – accentua ulteriormente questo aspetto, sfruttando il potenziale comunicativo delle nuove tecnologie, facendo delle dinamiche di WhatsApp il fulcro di Una coppia si lascia durante il lockdown LOL in cui foto, testo e brevi filmati costituiscono gli snodi narrativi di una vicenda che, come nella realtà, non si svolge sullo schermo ma altrove, tra un accesso e l’altro.
Perché la vita, quella vera, è fuori. Sempre.

Lapo Gresleri, critico, storico del cinema, operatore culturale e docente

What is essential? di David Mackenzie da Glasgow

Casa: da nido confortevole e culla di pensiero, a prigione della mente e del corpo. Per chi vive d’arte e sogna in immagini in movimento, quello spazio claustrofobico si fa ora contenitore di fantasia racchiusa in potenza. Ogni angolo diventa strumento ipertrofico della propria fantasia, un’ancora creativa a cui aggrapparsi per creare, vivere, traslare il presente e comprendere il futuro. Tra il documentaristico e il gusto neorealista, l’episodio di Homemade diretto da David Mackenzie si fa sguardo sincero e intimista della vita che scorre all’interno della propria casa. La sua macchina da presa (in)segue la figlia. Il suo sguardo è adesso filtrato dalla sua ingenuità e fanciullesca speranza, ammantando di straordinarietà quella che si presenta come un’ordinaria quotidianità. Se in High or Hell Water l’ambiente attraversato si faceva specchio visibile dell’interiorità dei propri personaggi, qui la casa è un fortino da scoprire alla ricerca di pezzi di sé insidiatisi in ogni sua crepa o minimo oggetto. La semplicità narrativa è solo apparente, perché nel minimalismo di ripresa e l’asciuttezza dialogica pulsa un racconto che scende a patti con il vissuto di tutti; una (r)esistenza così diversa eppure così identica, fatta di uomini, donne, famiglie, confinati in casa e privati di un abbraccio.

Elisa Torsiello, giornalista e critica cinematografica

Mama’s Dumpling Recipe di Johnny Ma da San Sebastián del Oeste, Messico

Una video lettera che non è ammissione di colpa né richiesta di perdono, ma che racchiude in sé tutta l’incomunicabilità tra madre e figlio. Dopo il litigio che li ha separati, appena prima della quarantena, Johnny Ma si rivolge alla madre a cuore aperto, conscio che le sue parole potrebbero non giungerle mai. Ne emerge una relazione instabile come le immagini del corto che, in contrapposizione alle parole agrodolci rivolte a una madre lontana, ci restituiscono il sereno spaccato della nuova famiglia del regista. Non c’è alcuna intenzione di bruciare i ponti col passato, e a fare da collante tra ciò che è stato e ciò che sarà resta la tradizione, rappresentata qui dai ravioli fatti in casa. Il piatto preferito della madre e dello stesso regista, che diventa anche la passione dei nuovi famigliari.
Il corto di Johnny Ma, tra documentario e filmino di famiglia, è un insieme di frammenti che invitano all’unità. La ricetta dei ravioli di mamma, posta ironicamente in chiusura, ha il sapore di chi non si arrende.

Nicola Lucchi, sceneggiatore e autore di libri per adulti e bambini

Ride It Out di Ana Lily Amirpour da Los Angeles

Una ragazza si aggira in bicicletta per le strade deserte della Los Angeles pandemica. Fuori campo la voce eterea di Cate Blanchett racconta con i toni didascalici della fiaba questo scenario da film post apocalittico, tanto più straniante perché paesaggio familiare agli spettatori di tutto il mondo, abituati a vedere la città degli angeli pulsante di traffico.
Questa realtà surreale offre ad Ana Lily Amirpour i grandi spazi vuoti che nei suoi film aveva dovuto ricreare ad arte: le strade desolate nel notturno A Girl Walks Home Alone At Night e l’insidioso deserto di Bad Batch.
Con ispirazione non dissimile da quella che spinse i maestri del Neorealismo a filmare le macerie dell’Europa devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, Amirpour, che non ama gli spazi chiusi e le regole, evade a cavallo della sua bici e si cala nella sua dimensione, sfruttando appieno l’occasione, la potenza visiva della metropoli immobile e del momento storico che l’avvolge, per firmare uno dei corti meno fatti in casa, ma dall’esito estetico più alto della rassegna Homemade.

Magda Crepas, redattrice di Limina

Voyage au bout de la nuit di Paolo Sorrentino da Roma

Ridurre all’essenza un intero immaginario, un intero modo di concepire la propria arte. Paolo Sorrentino sfrutta i pochi minuti a disposizione per mostrare lo scheletro di The Young Pope The New Pope, la serie tv che dopo La grande bellezza ha reso il suo stile un marchio esportabile, diffondendo l’aggettivo sorrentiniano in tutto il mondo.
Attraverso quattro pupazzetti, un po’ action figures, un po’ sculturine da presepe napoletano, Sorrentino racconta un incontro tra Papa Francesco e la regina Elisabetta, inframezzati da Maradona e dal Grande Lebowski. I due visitano la casa di Sorrentino come fossero le magioni vaticane, parlano, si confidano. Forse si amano. Poi finisce il lockdown e si separano.
La citazione del romanzo di Céline nel titolo è un po’ pretestuosa, ma in breve tempo Sorrentino toglie il barocchismo dalle sue immagini e vi mostra nude la tenerezza, la malinconia, la quieta disperazione dietro l’umorismo sardonico. Un piccolo scrigno di sincerità e leggerezza che in poche inquadrature si fa beffe del pop ammuffito di un film come I due papi.

Emanuele Rauco, critico e membro della commissione selezionatrice della Mostra del Cinema di Venezia

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