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L’ombra del sogno. Un altro giro di Thomas Vinterberg



«[…] Perciò, nella fase iniziale, possiamo definire l’Ombra come tutto ciò di cui l’uomo non è consapevole. Man mano che procediamo nell’indagine, scopriamo in genere che essa è formata in parte da elementi personali e in parte da elementi collettivi». Sono parole di Marie-Louise von Franz, collaboratrice di Carl Jung e personalità di spicco dello junghismo internazionale fino alla morte, avvenuta nel 1998. Nel suo seminale saggio L’ombra e il male nella fiaba (1974), la psicoanalista svizzera spiega come la narrazione popolare risulti centrale allo scopo di meglio comprendere le dinamiche psicologiche e sociali di un territorio e in generale dell’essere umano. In particolare, si focalizza sulla rappresentazione del male, inteso come paura ancestrale dell’ignoto che si esprime in apparizioni sconcertanti, e dell’Ombra, parola con la quale si indica tutto ciò che di psichico è racchiuso in una persona e che non si può conoscere direttamente.

A tutto questo abbiamo ripensato guardando Un altro giro di Thomas Vinterberg, vincitore del Premio Oscar per il Miglior Film Internazionale e dal 20 maggio nelle sale italiane. Martin, Tommy, Nickolaj e Peter sono quattro insegnanti di un liceo danese che insoddisfatti della propria vita decidono di testare una teoria secondo cui un costante stato di ebbrezza porterebbe enormi benefici nella vita di tutti i giorni. Un gioco al quale i Nostri decidono di dare una parvenza scientifica prendendo nota dei vari passaggi e delle risoluzioni. In effetti all’inizio l’incremento delle prestazioni professionali è evidente, così come saltano le inibizioni e le paure anche nel quotidiano. Ma con le questioni così sollevate, come ferite scoperte, naturalmente risaltano anche le crisi, i problemi fino a quel momento rimossi o sotterrati nell’inconscio, tanto che due di loro entreranno in collisione con le mogli ormai esauste e il gruppo dovrà affrontare anche un lutto.

La questione più evidente, che salta all’occhio durante la visione, è la scelta di costruire un apologo tramite la struttura dell’esperimento stesso: introduzione dei personaggi, parte prima (raggiungimento di una data dose di alcol), parte seconda (superamento di quel limite), terza parte (conclusioni e conseguenze). Il film diventa uno studio e lo studio diventa un film. Rapporto 1:1, niente trucchi. Qui soggiace forse l’eredità del Dogma 95 – un altro gioco, un’altra ricerca – nel cinema di Vinterberg. L’ex braccio destro di Lars Von Trier si alimenta di quei primi film immediati e radicali, ripulendo certo ogni vezzo puramente avanguardistico, per sciogliere quelle molecole nel sangue di una storia realistica e simbolica allo stesso tempo. Un’estetica fatta di azioni, mai davvero astratta, portata avanti passo passo dalle singole individualità e da come esse reagiscono ad una condizione collettiva straordinaria. L’atteggiamento di quella che Jung chiamava Ombra.

Ed è Martin (interpretato da un enorme Mads Mikkelsen) il personaggio più approfondito in questo senso. Il frustrato professore di storia, che da anni traghetta svogliatamente i suoi studenti verso gli esami, deve a un certo punto incontrare i loro genitori e subire una sorta di processo ai suoi risultati. Un’esperienza certo umiliante per un uomo di mezz’età, che improvvisamente si ritrova faccia a faccia coi propri fallimenti e si specchia con la triste realtà della sua vita. Infatti è lui, dopo una serata con gli altri tre in cui il discorso viene fuori per caso, a fare il primo passo nell’attuazione del progetto. Da quel momento la squadra perde ogni contatto col quotidiano, lo riformula, prendendo le distanze anche dalle più basilari responsabilità sia in famiglia sia dentro la scuola. «Abbiamo esaminato atteggiamenti o situazioni – scrive von Franz – che sembrano attrarre il male: stati di ebbrezza, solitudine fisica o psichica». Da cui nasce una certa incoscienza.

La studiosa spiega che quando si fanno esperimenti di alterità per pura curiosità intellettuale, senza cioè che queste esperienze sorgano dall’esperienza spontanea «e senza tener conto della natura contagiosa e distruttiva del fenomeno, allora provo un grande disagio». Vale a dire che quasi sempre, in queste occasioni, andrà a finire male per qualcuno. In questo determinato caso, in Un altro giro è Tommy ad avere la peggio. Per lui il gioco alcolico si tramuta per necessità in alcolismo e lo possiede, esattamente come un tempo si diceva facessero i demoni con le persone. Il caustico e solitario docente di ginnastica nasconde le bottiglie in palestra, tiene la vodka nella borraccia durante le lezioni in campo, mente e si nasconde sapendo di sbagliare. Ma è chiaro che per il regista non c’è condanna morale, non è questo che il film vuole raggiungere. C’è piuttosto un’idea di mondo in discussione, una costante interrogazione della realtà sensibile e del contesto sociale: la Danimarca (Europa) come grande laboratorio.

L’autore di Festen (1998) e Il sospetto (2012), in effetti, ha sempre cercato di raccontare una nazione dove tutti si ubriacano ma al tempo stesso devono sembrare appagati e resilienti. Un vero e proprio paradosso che forse solamente l’immagine cinematografica, con la sua determinazione semantica, è in grado di sintetizzare. Martin, Tommy, Nikolaj e Peter sono perciò vittime di un sistema che li costringe a scegliere una volta per tutte chi essere e cosa volere, oltretutto sotto gli occhi avidi e spesso ingenerosi degli studenti. Una pressione molte volte sottostimata dal sistema stesso, il che costringe i più deboli a cercare palliativi. Sempre per von Franz, il male comporta l’unilateralità – «il cadere in balia di un unico modello di comportamento» – che in questo caso si esprime nel rigetto, nel bisogno di rispondere al senso di inadeguatezza con un progetto di contro-sistema. Quando forse basterebbe ritrovare l’equilibro interiore, il dialogo col sogno (Martin che da giovane voleva diventare ballerino) e ripartire da lì per ritrovare se stessi.

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