Camera Obscura

L’Italia che ride dei mostri sotto il letto. I cento anni di Alberto Sordi

Alberto Sordi è un personaggio che ho conosciuto tardi rispetto al cinema, che invece ho imparato ad amare e a studiare fin da adolescente. A quelli della mia generazione, nati a cavallo tra anni Ottanta e Novanta veniva proposta – e fatta passare per sola possibile – una comicità italiana sguaiata, ridondante e spesso priva di contenuti. Non che valga come scusante, ma questo mi ha portata a spingermi verso  l’estero, verso uno humor più sottile e raffinato, verso una commedia che fosse brillante e divertente pur avendo dei sottotesti importanti. C’è voluta una tesi di laurea per farmi scoprire il cinema italiano in tutte le sue sfumature, per insegnarmi che non c’erano solo Fellini, Antonioni e Visconti – che amavo follemente. E così, per forza di cose, ho finito alla soglia dei venticinque anni  per imbattermi in Alberto Sordi; una delle più piacevoli e sorprendenti scoperte della mia vita. In Sordi c’era un mondo, uno stile preciso, il desiderio  irrefrenabile di raccontare per davvero l’uomo medio italiano, partendo dal cliché –  senza mai abusarne e rendere la narrazione filmica stucchevole – per poi spostarsi altrove, ad analizzare e dipingere fedelmente una contemporaneità in cui egli stesso era immerso e da cui era affascinato e attratto.

Ricorre oggi il centenario della nascita di Albertone, ricordarlo, omaggiarlo – e provare, senza alcuna presunzione, ad avvicinarlo ad un pubblico che, come me, non ci hai mai dato troppo peso, e forse lo ha sempre guardato con uno sguardo di superiorità, definendolo datato – mi sembra doveroso. Per farlo, ho scelto quella che ritengo essere la strada migliore: accompagnarvi alla scoperta di un libro in cui è Alberto Sordi stesso a raccontarsi.

Alberto Sordi

«Per ora niente biografia, solo un libro di  pensieri. Quando sarò morto, farà di queste mie parole ciò che vorrà. Con discrezione, però, mi raccomando!», diceva Sordi a Maria Antonietta Schiavina nel 1998 a margine di ogni loro incontro, prima di iniziare a raccontarsi. Un’autobiografia che allora non c’era e che oggi c’è, Alberto racconta Sordi, edito da Mondadori, è un piccolo regalo, un prezioso libretto che permette al lettore di entrare nel mondo di Alberto Sordi senza nessun annuncio eclatante, con garbo, con gentilezza – con un saltino e una risata  – e di immergersi nella conoscenza di un uomo e di un artista che con la semplicità e la  spontaneità ha saputo ritagliarsi un posto d’onore nel cuore e nella memoria collettiva di un Paese.

Quattro sezioni per mettersi a nudo, per fare chiarezza su tutti quegli aspetti chiacchierati e divenuti parte di una mitologia  dilagante e contagiosa. Sordi parla dei suoi amori, delle donne che ha amato e sempre rispettato, di quelle che lo hanno accompagnato e che gli sono restate al fianco – su tutte le sue sorelle e la sua segretaria – , poi passa ad un’anarchica disamina di concetti universali che declina  intimamente  dando sfogo alle emozioni, alle sensazione e alle riflessioni che lo hanno accompagnato per tutta una vita. Ed è così che si scopre cosa sono, per Alberto Sordi, la religione, la felicità, il dolore, la vecchiaia, la morte. Parole in libertà che trasudano autenticità e verità, generosità e altruismo. L’attore e regista non perde occasione per raccontarsi attraverso gli altri: l’io è direttamente proporzionale ad una collettività che ha segnato ogni capitolo della carriera e del privato. Anche quando – arrivati alla terza sezione – si percepisce la struttura classica dell’autobiografia, subito si fa spazio il dirompente fascino di un dinamico viaggio sull’onda del sorprendente: una ricostruzione precisa di un passato che non esiste più, una godereccia corsa tra le tappe fondamentali di una carriera stellare. Non c’è presunzione, neppure vanto o ostentazione di un successo raggiunto con fatica e duro lavoro, solo il sorriso benevolo di un uomo che guarda con tenerezza e nostalgia ai momenti migliori della sua esistenza. Il meglio per Alberto Sordi non corrisponde solo alle grandi soddisfazioni, ma anche ai cedimenti, ai lutti, alle difficoltà, senza i quali non avrebbe mai potuto crescere, imparare e migliorarsi.

L’onestà intellettuale di Sordi trabocca limpida e vivace, quasi come cifra stilistica di un uomo che non vuole eleggersi a superiore o migliore degli altri. Fedele a se stesso, alle sue origini, alle marachelle che l’hanno spinto a non seguire una strada convenzionale, si diverte a colorare e a raffigurare quasi leggendariamente una Roma, un’Italia e una generazione che non esiste più, che letta ed immaginata oggi, un secolo dopo, suscita interesse e crea dipendenza. L’era di Sordi, la sua carriera, i suoi  film da Un americano a Roma, a Il medico della mutua, fino a Incontri proibiti sono i fattori determinanti di un’età dell’oro mitica e ineguagliabile in cui ogni incontro, ogni idea e ogni battaglia culturale o sociale profuma di conquista e di realizzazione.

Alberto Sordi
Un americano a Roma, 1954

Sordi nel suo continuo e costante paragone – acritico – tra passato e presente sembra rivolgersi ai posteri, volerli portare, con apparente leggerezza, a riflettere sull’oggi, fornendo loro un insegnamento, una morale al fondo di una “favola” sognante e straordinaria che vede il protagonista preso in conquiste amorose, gag divertenti, amici straordinari con cui condividere gioie e dolori – Fellini, De Sica, Scola –,  e rivoluzioni formali e linguistiche. Sordi non ha fatto solo entertainment – come spesso si sente erroneamente dire –, Sordi ha creato un nuovo genere di cinema, ha usato un mezzo relativamente giovane per arrivare a raccontare l’uomo nella sua comica e drammatica complessità.  «Il mio scopo era quello di riprendere il neorealismo di De Sica e Rossellini dandogli uno sfondo satirico, perché se loro avevano raccontato l’Italia che aveva lottato per la sopravvivenza, io volevo raccontare l’altra Italia, quella borghese, che cambiava; le esperienze vissute ripartendo dal dopoguerra e andando al passo con l’evoluzione del costume. »

Alberto racconta Sordi è il ritratto preciso e dettagliato di un’epoca storica che ha come personaggi principali tutti i grandi nomi che hanno contribuito a costruirla. Sordi si fa portavoce e attraverso la sua vicenda personale crea un tramite e, con quella maestria che solo lui possedeva, sa commuovere e divertire, lasciare il segno anche con questo suo ultimo spettacolo. Nel dialogo con Maria Antonietta Schiavina, Alberto Sordi confessa di sentire la mancanza di un figlio a cui poter tramandare un’eredità soprattutto spirituale, un figlio a cui poter lasciare un biglietto con scritto: «Qualcuno ti racconterà chi era papà tuo.»  Letta oggi, a diciassette anni dalla scomparsa di Sordi, quest’autobiografia, questo libretto prezioso, sembra proprio essere quel biglietto che, invece di rivolgersi a un solo figlio biologico, parla a intere generazioni che devono qualcosa, anche solo culturalmente, a questo “papà loro”