Search
Close this search box.

La natura antropica di Tales From The Loop



«Non esiste un tempo, il tempo, ma una pluralità di tempi che accampa diritti sull’uomo»
Ernst Jünger


Che cosa sia il tempo e come influenzi il nostro vivere è una domanda che ha viaggiato attraverso fisica, filosofia e letteratura nutrendo un interesse millenario per un concetto in cui concretezza e astrattezza sembrano rincorrersi all’infinito. Frontiera che continuiamo a indagare, pur perennemente sfuggendoci, il concetto di tempo è spesso il centro di indagine della nostra contemporaneità e del suo linguaggio per eccellenza: le serie televisive.
Se in Dark lo zeit sembra una forza oscura e pericolosa, in Tales from the Loop, serie televisiva statunitense ispirata dalle opere dell’artista svedese Simon Stålenhag, e diffusa da Amazon Prime, il tempo assume una veste più leggiadra e delicata.
La serie firmata Nathaniel Halpern mescola fantasy, thriller, horror, dramma, commedia rendendole l’una dipendente dall’altra in una composizione equilibrata e armonica il cui perno è il loop, un acceleratore di particelle sotterraneo, con cui si realizzano esperimenti (meta)fisici, motore e causa di strani accadimenti a Mercer, misteriosa cittadina dell’Ohio. È il fondatore del loop, Russ Willard, rivolgendosi presumibilmente agli spettatori in modo pseudo-documentaristico, a donare qualche coordinata riguardante il centro sperimentale, anticipandoci l’influenza che avrà sulle vite degli abitanti della città.

loop

Trasfigurate sullo schermo le immagini retro-futuristiche dell’artista Simon Stålenhag prendono vita dando forma a una serie melanconica, in cui ciascun episodio diventa una poesia inquadrata da una fotografia la cui bellezza e armonia sembrano – ingannevolmente – astrarla dallo spazio e dal tempo. Le inquadrature del paesaggio, spesso simmetriche, a campo lungo e lunghissimo danno un respiro solenne e aulico a una composizione cadenzata dai piani sui personaggi che si muovono come impotenti pedine in un enorme piano accidentato dallazione antropica, dove la natura nella sua doppia veste di madre e matrigna, sembra incarnare una kalokagathìa tutta naturale, a cui si contrappone l’imperfezione intrinseca all’uomo.

E, sebbene la serie pulluli di numerosi personaggi, le cui storie si intrecciano e intersecano giocando abilmente sui temi del tempo e dello spazio come pretesto per affrontare in modo singolare desideri e pulsioni dellanimo umano, è proprio la famiglia Willard a fungere da fil rouge della serie facendo capolino in ogni episodio.
Loretta, sposata con il figlio di Russ Willard, ci introduce nella realtà anomala di Mercer nel primo episodio, nel momento del suo commovente incontro con la versione bambina di se stessa, dopo la scomparsa inspiegabile della madre a seguito dei suoi esperimenti su un tassello del loop.
Continuando sulla linea temporale di Loretta adulta, seguiranno le vicende degli altri componenti della sua famiglia e degli altri abitanti di Mercer, occasione per affrontare temi semplici quanto universalmente condivisi

La percepita fugacità dellamore viene rappresentata dal tentativo della trepidante May di rendere l’istante dell’innamoramento eterno, in atmosfere oniriche che ricordano Malick, attraverso uno strano strumento ritrovato sulla riva del mare; la solitudine, attraverso il tema del doppio con il passaggio involontario di Gaddis, dipendente del Loop, a una realtà parallela dove si confronterà con un’altra versione di se stesso in un incontro-scontro di coscienze dalle note freudiane.
Il tema dell’inadeguatezza, rappresentata in modo quasi pirandelliano, trova invece terreno fertile in Dan, un padre che, per tentare di proteggere la sua famiglia si munisce di un robot gigante, che sortirà l’effetto opposto a quello desiderato e del quale dovrà sbarazzarsi.
I figli di Loretta, Jakob e Cole, daranno invece occasione di esplorare e affrontare con delicatezza e poesia da una parte la ricerca del senso della vita e della morte attraverso il rapporto di Cole con il nonno, Russ, e dall’altra il rapporto di Jakob con il suo migliore amico Danny, grazie e a causa del quale realizzerà il desiderio di essere nei panni di qualcun altro, perdendo però la via del ritorno e la possibilità di ritornare nel proprio corpo, non più mero contenitore, ma mezzo attraverso il quale ci riconosciamo e siamo riconosciuti. 
Cole e la sorella di Danny, i protagonisti più giovani della serie, gli unici ad avvicinarsi alla kalokagathìa della natura, saranno i soli, nonostante l’inganno dei corpi e attraverso la loro sensibilità, a rendersi conto di dove risiedano i rispettivi fratelli, ovvero Danny nel corpo di Jakob, e quest’ultimo nel corpo di un robot.

loop

Gli episodi di Tales from the Loop sono tasselli indipendenti all’interno di un sistema più vasto in cui vengono abilmente combinati. Non c’è crescendo o evoluzione e la speranza di poter dissipare i nostri dubbi sarà presto infranta; la serie si percorre come un fiume calmo che ci culla nelle sue acque placide, solcate da qualche rara turbolenza, circondandoci di una nostalgia indefinita.
Ciascun personaggio cerca a proprio modo di modificare il naturale corso del tempo e dello spazio e questi tentativi talvolta maldestri risultano sempre in un pegno da pagare. L’hybris rappresentata dalla volontà di superare questo limite e il tentativo puntualmente mozzato di comprendere dinamiche oltre la nostra comprensione e di controllare circostanze oltre il nostro controllo portano inesorabilmente alla ritrovata consapevolezza del limite umano, per un momento dimenticato.

Così, accompagnati dalla musica di Philip Glass e Paul Leonard Morgan, gli abitanti di Mercer procedono lentamente dentro questo spazio poetico, regolato dal misterioso marchingegno sotterraneo, quasi sempre invisibile, in un dialogo fantascientifico fatto di deviazioni e redenzioni.
«Il cambiamento è parte della natura» è una delle ultime frasi pronunciate nell’ultimo episodio, chiosa emblematica della prima stagione di Tales from the Loop, la cui ultima scena vedrà uno dei personaggi fotografare qualcosa in direzione dell’obiettivo, come a voler sottolineare che ogni tentativo di voler influenzare questo cambiamento, come fissare un istante, sarà solo artificiale. Una riflessione romantica in chiave sci-fi sul tempo che passa come «un battito di ciglia».

categorie
menu