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I maschi confondono le linee. Close di Lukas Dhont



Lukas Dhont, l’enfant prodige belga, torna dietro la macchina da presa per Close, vincitore del Gran Prix a Cannes e selezionato nella cinquina dell’Academy per il miglior film internazionale 2023. È la storia di Léo (Eden Dambrine) e Rémi (Gustav de Waele), inseparabili dalla nascita. Un giorno una compagna di classe gli chiede se sono una coppia; da quel momento il loro rapporto cambia. Se Girl, l’apprezzatissima opera prima di Dhont (Camera d’or 2018), fronteggia il prima, le difficoltà, i timori della transizione di genere (incompiuta) di Lara, Close fa i conti con la narrazione del poi, della reazione a una domanda e delle sue conseguenze.

Per una domanda

Possibile che tutto nasca dalla domanda della compagna di classe? Mi spiego: anche Dhont non sa resistere al fascino dello shock, del turbamento? L’ipotesi, cioè – ne parla Parul Seghal sul New Yorker -, che oggi il trauma, la possibilità di ricondurre ogni esperienza a un passato doloroso, sia un cliché, un generatore narrativo imprescindibile. Nonostante al film non siano state risparmiate critiche in questo senso, credo che Dhont resista a tutto ciò. Close, infatti, possiede tutti e tre gli anticorpi paventati da Seghal: veicola un racconto generazionale pur nella sua intimità, il discorso politico acquista sensibilità e umanità dai primi piani claustrofobici, i sintomi del trauma, del lutto, non impongono un repertorio terapeutico. Close inciampa altrove. Nella seconda parte del film, Dhont si affida troppo al suo protagonista, è la spia di una regia meno decisiva che in Girl. La sensazione è che la storia fagociti il suo regista; che Dhont, paradossalmente, perda le redini di un lavoro così registicamente connotato. E la scena finale, il confronto tra Léo e la madre di Rémi, è forse l’unico vero passo falso del film, al limite dell’esagerazione, stonato rispetto all’eleganza e alla sobrietà empatica di Close, la disperazione dei due personaggi esce dal tracciato filmico, è incontrollata, e invera, in parte, l’obiettivo del primo piano esasperato, ossia penetrare il corpo dei protagonisti, accrescere la natura implosiva della storia. In altri termini, un racconto cechoviano sotto molti aspetti, in cui la pistola è data e spara, ma che a volte manca il bersaglio.

Lukas Dhont

Teenage dream

La fenomenologia caratteriale dell’adolescenza resta la musa ispiratrice del regista belga, benché, per la vicenda che Close racconta, l’età dei due protagonisti sia insolita (12-13 anni); drammi di questo tipo, sulla carta, esigono età più mature, consapevoli. Eppure, a livello tematico, è il jolly pescato da Dhont, la scelta che conferisce maggior spessore alla sensibilità del film e al suo al bagaglio politico– mi riferisco al tema del suicidio (che, al di là della specificità della storia di Close, è un dramma generazionale). Può Rémi, alla sua età, compiere un gesto che per eccellenza comporta un’enorme autodeterminazione? Il tessuto emotivo, il gioco pubblico-privato del film è qui: mettere a confronto un’età “incompiuta” con una scelta estrema, totalizzante, definitiva. Close è alimentato da una raffinatezza tematica che a Girl manca, uno studio dilatato, dinamico, che si riflette nell’altra scelta stilistica evidente di Dhont: le ripetute carrellate laterali e circolari, anch’esse a campo stretto, a sfuocare i contorni delle corse a piedi o in bicicletta dei due protagonisti. Un film concentratissimo sulla cinematica dei suoi personaggi, un tracking compulsivo, che, per esempio, conta il respiro di Léo durante le sessioni di Hockey, come con Lara in sala prove in Girl.

Il senso cechoviano dell’accadimento, dunque, è amplificato dalle scelte registiche di Dhont. La messa a fuoco assorbe ogni sforzo visivo. Il campo lungo del film è compresso nell’uso dei colori, in un utilizzo della fotografia non in senso stretto. L’emotività cromatica di Close è il controcampo su cui Dhont innesta una poetica dell’impenetrabilità versus la ricerca dell’esattezza emozionale: se l’intreccio di Girl è convesso, sfaccettato, Close si allunga orizzontalmente, lascia alle spalle l’analiticità del processo e convive con un paradosso teleologico, tra azioni volontarie e involontarie, consapevoli o meno.

I maschi

Ho letto che Close prosegue il discorso di Girl sull’identità di genere, sul mondo LGBTQI+. Mi sembra, però, che al massimo il primo ampli il tema del secondo. Da un lato non possiamo (non dobbiamo) nasconderci – ça va sans dire, la domanda della compagna di classe non avrebbe avuto lo stesso effetto su una coppia di amici maschio-femmina –, dall’altro, l’omosessualità (maschile), nell’economia del racconto, è quasi un pretesto metanarrativo per Dhont, un punto d’accumulazione, la punta dell’iceberg.

Lukas Dhont

Al centro di Close c’è il maschio, come categoria antropologica e sociale; il tentativo di denunciare una pragmatica insostenibile della rappresentazione dell’identità virile. La mappatura della mascolinità di Dhont converge con le linee di ricerca dei Men’s Studies nati a metà degli anni Settanta in terra anglosassone, che indagavano gli universi del dominio patriarcale, l’esercito, i collegi e, per l’appunto, la scuola e la famiglia. L’indagine del maschile come genere non è un dato storicamente banale: la domanda della compagnia di classe ferisce Léo in quanto maschio, non in quanto essere umano. Già all’età di tredici anni, il protagonista di Close è vittima degli effetti ambivalenti dell’ortodossia della mascolinità, la libertà in cambio di un inquadramento etico affettivo che non sia fraintendibile.

In Close, la fisicità statica e palpabile di Girl lascia spazio a una fissazione corporea interattiva, sospesa, per ciò che è vicino, appunto Close, ma non si tocca. Per Dhont la mascolinità è un prodotto narrativo, lo strumento invisibile del patteggiamento reiterato tra corpo e società, di cui la mente diventa il braccio armato. L’ennesimo guizzo, scatto in avanti, come le corse di Léo e Rémi che la camera segue a fatica; l’idea è quella di una descrizione necessariamente approssimativa, che sfuma il contorno e mette in scena un’età quantistica, definita dall’occhio altrui. L’adolescenza, tuttavia, in Close, non è il sintomo prodromico del coming of age, non ha alcuna latenza sineddotica, è la terra di mezzo in cui il nostro corpo, per dirla alla Preciado, diventa somateca, ossia un archivio politico, affettivo, di elaborazione, che parte dall’innocenza immaginativa della scena d’apertura del film, una delle prima che Dhont ha scritto, e che, soprattutto tra i maschi, incontra delle resistenze intangibili, autoritarie – se si sdraiano o dormono l’uno accanto all’altro, ma non se giocano alla guerra.

Oltre al linguaggio tattile del suo primo film, Dhont ha recuperato la lezione francesissima dell’amicizia maschile – penso, su tutti, a Les Quatre Cents Coups di François Truffat – e l’ha messa a confronto con la crisi del maschio, quel fenomeno che a partire dagli anni Cinquanta, secondo per esempio il noto storico Alessandro Bellassai in La mascolinità contemporanea (Carocci, 2004), ha costretto il maschio a sperimentare forme di relazione con l’altro genere che non prevedono più il suo ruolo dominante. L’omosessualità, dal punto di vista patriarcale, ne è l’esempio per antonomasia. Nel film, non a caso, basta il j’accuse di essere omosessuale a scatenare in Rémi l’esigenza di dimostrare il contrario, la foga che alimenta il suo inner speech bulimico, il motore di un film circonvoluto in uno spazio orizzontale, della distanza.

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