14.10.2026

Questa lotta senza tregua. Lavoro, rabbia, disuguaglianza, nell’Italia di oggi

Un vorticoso romanzo d’esordio che, intrecciando più voci, si fa riflesso speculare delle disuguaglianze della nostra epoca

«L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», recita il primo articolo della Costituzione, che mai è apparso così in netto contrasto con il presente.

In Italia oggi il lavoro non c’è o ce n’è poco: i giovani laureati emigrano all’estero perché costretti, restare in patria sarebbe sinonimo di disoccupazione o sfruttamento. Stage non retribuiti e poi contratti a termine, mobbing selvaggio sino a spingere il povero malcapitato al licenziamento, aziende che falliscono o trasferiscono le proprie sedi all’estero, oppure il mercato in crescita delle partite Iva – e oggi spesso la partita Iva è richiesta pure per lavorare in azienda, perché si evita di assumere personale interno nonostante l’impegno sia continuativo e full time. Questo, in breve, lo scenario odierno, riflesso speculare di un Paese che certo non valorizza né sostiene il concetto di «lavoro». Se ne fa tragica parodia il romanzo d’esordio di Mattia Cecchini, Questa lotta senza tregua, edito da Terrarossa, la casa editrice fondata da Giovanni Turi che da anni svolge un ottimo lavoro di scouting di nuove promettenti voci della narrativa.

I vari capitoli in cui il libro è suddiviso spezzano gli articoli della Costituzione in un abile esercizio retorico, rivelandone la fallibilità. Il primo capitolo riporta come titolo una provocazione: «Una Repubblica democratica fondata sul», un’omissione voluta, che già riassume uno dei temi principali del libro. L’Isobon, la fabbrica in cui lavora Tommaso, sta per essere trasferita in Polonia: lui, dopo anni ininterrotti di turni massacranti, si ritrova d’improvviso disoccupato con moglie e figlia a carico. È stato licenziato con un messaggio su WhatsApp. La prima voce che apre il romanzo è la sua e assalta il lettore con un grido di rabbia, la rabbia di un trentenne di provincia, senza prospettive né futuro, bloccato in una situazione senza via d’uscita: «Il problema è che hai già trent’anni. Anzi, che hai solo trent’anni e sei già sicuro che non te la caverai. Sbarcare il lunario. Non sei più in grado». Tommaso ha trent’anni e si sente già vecchio, l’età delle infinite possibilità per lui è finita: ha un mutuo che gli pende sulla testa come una ghigliottina; una moglie disoccupata, Giada, che si arrangia con lavoretti in nero; una bimba piccola, Elsa, cui deve pagare l’asilo e domande, tante, troppe domande. 

«E Giada? Lo troverà di nuovo un lavoro? Anche in nero, anche sfruttata, quello che è, basta che non ci crepa al lavoro».

Il lavoro sostiene e al contempo uccide, le prime pagine di Questa lotta senza tregua avverano un’ambigua dicotomia. La fabbrica viene descritta come un corpo che mangia e inghiotte senza pietà, «ti lasci masticare in cambio di uno stipendio: milleseicento euro spicci»: è la vita proletaria, un tritacarne necessario alla sopravvivenza, il lavoro è schiavitù legittimata ma indispensabile. La fabbrica mastica, scarnifica e poi risputa i suoi operai come «avanzi impotenti».

Immagine di magnific

Questa lotta senza tregua è un libro che trasuda rabbia, la rabbia feroce e incandescente che contraddistingue la nostra epoca caratterizzata da sfruttamento, disparità sociale e precariato. La rabbia di Tommaso, tuttavia, ha un bersaglio preciso: Vincenzo Bonci, l’amministratore delegato della Isobon, l’uomo che lo ha licenziato con un messaggio su whatsapp.

«Tutti a smozzicarvi a vicenda per due euro. E poi ci sono quelli come Vincenzo Bonci, per loro cento euro per una bottiglia di prosecco sono spiccioli».

Bonci comparirà a sua volta come voce narrante nella seconda parte del romanzo, mostrando l’altro lato della medaglia, ovvero il volto del Potere, che non è forte, ma svilito, dilaniato al suo interno da problemi famigliari e da un groviglio di complessi irrisolti. Forse quella di Vincenzo è la voce più debole del libro di Cecchini, poiché il personaggio rischia di risultare macchiettistico e la sua fragile disperazione è certo sovrastata dalla rabbia e dal tumulto degli altri protagonisti. Come Milot, fuggito dalla guerra in Kosovo con i genitori quando era bambino, condannato a essere per sempre «straniero» in un Paese che, nonostante l’avvenuta integrazione, lo respinge. E, infine, Alessia: sorella di Tommaso, fidanzata di Milot, che per sostenersi economicamente mentre studia all’università dà ripetizioni alla figlia di Vincenzo Bonci, la dodicenne Greta.

Sarà lei, Alessia, l’anello di congiunzione tra i vari personaggi, colei che con le sue scelte darà alla trama una piega inattesa. Perché a un certo punto la situazione si ribalta: le vittime diventano carnefici e i carnefici vittime. Tommaso rapisce Greta, la figlia di Bonci, convinto di poter riportare ordine nella follia del mondo attraverso il suo gesto sconsiderato. 

La narrazione a questo punto prende una piega imprevista, subendo un improvviso deragliamento thriller. La sequenza degli eventi segue un effetto domino dai risultati nefasti. Il lettore stesso si smarrisce nel gioco intricato delle voci e si ritrova a fare il tifo per Alessia, l’unica che potrebbe riportare le cose all’ordine – ma è anche lei oscuramente guidata nelle sue azioni da un trauma segreto che la lega con un patto di sangue al fratello. Ogni personaggio ha le proprie ragioni e le esprime in un monologo corrosivo, audace e palpitante che si fa specchio delle contraddizioni del presente. Le voci confliggono tra loro, si accusano e smentiscono a vicenda. Emerge così l’assurdo di un Paese segnato dalle disuguaglianze. È molto potente, a questo proposito, il paragrafo in cui Tommaso pone in relazione la figlia Elsa e Greta, la figlia di Bonci, creando un parallelismo tanto sconcertante quanto veritiero:

«Elsa è figlia di un esubero. Greta è figlia di un amministratore delegato. Elsa non potrà mai studiare alla Bocconi, Greta potrà pure andare fuori corso, lì o dove le pare, tanto è uguale (…) Alla fine anche Elsa capirà qualcosa di scontato come è successo a te: non siete per un cazzo di niente tutti uguali».

Questa lotta senza tregua è un libro politico, capace di mostrarci le disuguaglianze interne, strutturali, attraverso scene di quotidianità minima, come la spesa al supermercato («la spesa intelligente dell’Eurospin che sfrutta il lavoro del negro a due euro all’ora») o una lezione in una classe di trenta bambini in cui uno solo è straniero. La vicenda di Milot risponde con efficacia a un’Italia ancora fondata su una propaganda razzista che non mira all’integrazione – e il recente decreto scuola lo dimostra. Di tutti i fatti che riguardano il personaggio di Milot, la cui infanzia è segnata dalla guerra e da un lutto, ho trovato particolarmente efficace una scena in apparenza più serena delle altre: la maestra in aula chiede ai bambini cosa porterebbero con sé su un’isola deserta e Milot è il solo a rispondere «acqua», perché è l’unico che ha patito la sete.  

Mattia Cecchini è molto abile nel calibrare lo stile e nel diversificare le voci dei vari personaggi, facendole tuttavia convergere in un unico grido di rabbia che infine si avvera in una tragica sentenza di nichilismo:

«Dio, per fortuna non esisti. Perché altrimenti qualcuno dovrebbe davvero inchiodarti a una croce».

Questa lotta senza tregua diventa autopsia letteraria del presente in cui siamo immersi, lo legge e tenta di decifrarlo attraverso il linguaggio del rancore. Ci sono esseri umani che lottano per la sopravvivenza e uno Stato assente, uomini disperati e l’inutile pantomima dei comizi elettorali che servono solo a dare visibilità ai politici. E quando le regole vengono meno, gli uomini inventano da sé le proprie leggi e spesso sono leggi ataviche, bestiali, che rivelano tutta la veridicità del detto hobbesiano homo homini lupus, l’uomo per l’uomo è un lupo. 

Immagine di magnific

Sullo sfondo lo spettro della guerra in Kosovo che tuttavia a tratti sembra farsi metafora di un’altra guerra, non così lontana nel tempo, perché: «La guerra è forse come una bambina che cresce dentro la pancia di una donna: un giorno nasce e allora quel giorno si festeggerà il compleanno però era già lì prima di nascere. E la guerra lo stesso: cresce dentro le pance degli uomini e delle donne, poi esplode».

Il colpo di scena messo in atto da Mattia Cecchini consiste nel ribaltare lo sguardo: ecco cosa accade quando gli oppressi prendono il potere e lo fanno con le uniche armi di cui dispongono, ovvero quelle della disperazione. D’un tratto diventa difficile stabilire qual è il discrimine tra lecito e illecito, tra giusto e ingiusto: fino a che punto il fine giustifica i mezzi? La narrazione corre verso il finale e ci trascina con sé a un ritmo irresistibile, rivelando tutta la nostra impotenza di fronte all’inarrestabile concatenarsi degli eventi.

Come in Furore di John Steinbeck, in Questa lotta senza tregua emerge il grido degli sfruttati, dei sottomessi, dei vinti. Il grande autore americano, che meglio di ogni altro ha narrato le promesse tradite della povera gente, scriveva: «Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia».

Nel furore di vendetta che pervade le pagine del libro di Cecchini possiamo cogliere il fantasma di Tom Joad, protagonista del capolavoro di Steinbeck, che diventa figura paradigmatica di una crisi economica e sociale ancora in atto. «Anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti» cantava De André, credo non ci siano parole più adatte per descrivere la sensazione che si prova a lettura conclusa. Ci si sente smarriti, senza un vero colpevole contro cui puntare il dito, preda di un dilagante senso di pietà per gli uomini e le loro azioni, perché le azioni compiute da Tommaso, Milot, Alessia e Vincenzo ci riguardano, sebbene appaiano distanti dal nostro vivere, raffigurano un mondo che è il nostro: un mondo in cui domina l’ingiustizia. E non c’è liberaci dal male che tenga. Per quanto ci crediamo assolti, siamo anche noi coinvolti.   

Immagine di copertina: foto di Daimian Lewis su Unsplash

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