23.09.2026

La donna e la scrittrice. Il Romanzo privato di Maria Bellonci

Stefano Petrocchi offre un ritratto inedito della fondatrice del Premio Strega. Dove si situa il confine tra vita e letteratura?

Leggendo Rinascimento privato, il capolavoro di Maria Bellonci dedicato a Isabella D’Este, ero rimasta stregata dalla Stanza dei cento orologi menzionata nelle prime pagine: ogni orologio batte un tempo diverso, facendosi specchio della memoria. Scoprii poi che la stanza non esisteva davvero, non si trovava all’interno del Palazzo Ducale di Mantova, era un’invenzione letteraria: pensai allora che si trattasse di una metafora arguta, molto ben riuscita, creata dall’autrice per raffigurare i meccanismi insondabili del ricordo.
Ma quando visitai per la prima volta la Fondazione Bellonci, la sede del Premio Strega in via Fratelli Ruspoli 2, ammirando le vaste pareti interamente ricoperte di libri e quadri, scoprendo le nove tazzine «bianche e celesti di ceramica inglese» e i numerosi ritratti, le dediche autografe, le poltrone antiche, ebbi la netta sensazione di aver ritrovato la misteriosa Stanza degli orologi di cui si parlava nel romanzo, bloccata in un eterno presente poiché «finché viviamo esiste un solo tempo, il presente», come afferma Isabella/Maria nella prima pagina di Rinascimento privato. Tutte le lancette in quel luogo erano ferme e, al contempo, giravano in avanti e all’indietro. «Ora so che a Roma c’è una casa per me amica» recita l’iscrizione nel salotto, tratta da una lettera di Cesare Pavese a Maria Bellonci datata 13 luglio 1950. La scritta pare un fermo-immagine, riesce a restituirci un presente inscalfibile, incorruttibile, quale è l’istantanea del ricordo.


Quelle della Fondazione Bellonci paiono stanze infestate da fantasmi, stanze piene di echi e di voci. «Che cosa è il tempo e perché deve considerarsi passato?» domanda Isabella D’Este sempre al principio di Rinascimento privato. La marchesa di Mantova si rinchiude all’interno della Stanza degli Orologi del palazzo per ripercorrere a ritroso la propria vita: «Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità». A ben vedere lo stesso gesto compiuto dall’autrice, Maria Bellonci, che si era trincerata nello studio di via Fratelli Ruspoli 2 per portare a termine la grande impresa, l’ultimo libro, che le sarebbe valso la consacrazione letteraria con la vittoria postuma del Premio Strega, da lei stessa creato. Il rifugio intimo di Isabella D’Este, l’enigmatica stanza simbolica al confine tra reale e immaginario, era in fondo lo stesso della scrittrice che ne narrava le gesta.
C’è un punto in cui letteratura e vita si incontrano e coincidono; a volte è difficile individuarlo, tuttavia balza all’occhio con evidenza lampante, se si capisce dove guardare. Si tratta di sottilissimi fili, a volte invisibili e a volte invece nitidi, che si intessono tra le righe e tracciano vie, sentieri e traiettorie inconsce.


Proprio su queste coincidenze letterarie è imperniato l’ultimo lavoro di ricerca di Stefano Petrocchi, Romanzo privato (Mondadori, 2026), un libro ibrido tra romanzo e saggio che rivela una Maria Bellonci inedita, la donna nascosta dietro la “signora della scrittura” che animava il più noto salotto letterario nazionale. La fama del Premio Strega ha in parte offuscato il talento letterario di Bellonci, riducendola al ruolo di ideatrice e organizzatrice, ingigantendone la veste mondana a scapito della vocazione pulsante di scrittrice. Tuttavia è proprio sulla pagina che Maria Bellonci appare più viva, il suo cuore batte ancora tumultuoso tra le righe delle lettere e dei diari, dove confessa la sua tristezza, il suo rancore e anche il suo amore; dove accusa «Lasciatemi andare. Non voglio più essere imprigionata. Nessuno vede che muoio?» e si autoaccusa: «Io sono buona, dicono, ma nessuno sa che la mia bontà è facilmente corrompibile», mostrandosi vera a se stessa come se si guardasse riflessa in uno specchio. La narrazione di Petrocchi inizia dalla fine, dal 15 maggio del 1986, il giorno del funerale di Bellonci presso la Chiesa di Santa Maria del Popolo. Da subito la storia si muove su un doppio binario: la morte e l’amore, eros e thanatos, come un presagio, poiché le cronache letterarie del secolo quel giorno registrano «un matrimonio e un funerale».

Maria e Goffredo Bellonci

Il matrimonio cui fa riferimento Stefano Petrocchi al principio di Romanzo privato è quello tra Jorge Luis Borges e la sua ex alunna, poi segretaria, Maria Kodama, di trentotto anni più giovane; un riferimento certo non casuale, che anticipa molto di quanto è contenuto in questo libro rivelatorio. L’incipit annulla ogni cronologia, ferma il tempo e poi ricarica gli orologi nei loro rintocchi alterni e discordi, lascia dunque che a parlare sia un tempo diverso, quello della memoria. Anche nella vita di Maria Bellonci era avvenuto un incontro: il 4 agosto 1974 fece da spartiacque tra il prima e il dopo, tra la vita e il romanzo. Alla sua porta bussa il destino dietro la persona di André Desjardins: l’uomo è venuto da lontano, dal Canada, e a condurlo sino a via Fratelli Ruspoli è stata la lettura di Lucrezia Borgia, l’esordio di Bellonci nel 1939, da cui è rimasto stregato. Maria e André si vedranno di persona una sola volta, ma – e questa la rivelazione inattesa, il cuore della ricostruzione narrativa di Petrocchi – quell’incontro avrà degli strascichi duraturi e un’eco eterna. Qualcosa, indubbiamente, era accaduto, una «connessione profonda tra due anime», come annoterà la stessa Maria in una lettera mai spedita e rimasta incompiuta:

«Per Rinascimento privato le ho sottratto qualche cosa, una confessione strana e innocente che mi colpì come l’improvviso accadere di un fatto nuovo nella vita».

Quando i due si incontrano, Goffredo Bellonci – il grande e imperituro amore di Maria «Goffredo è tutto. In ciò solo credo: ciò che mi rimane della vita è solo suo» – è morto da tempo e nella figura di André Desjardins si attuerà una strana trasfigurazione. Nel prete canadese Maria Bellonci proietterà l’amore passato e l’amore futuro, la possibilità stessa dell’amore, trasfondendolo nel personaggio di Robert de la Pole, il corrispondente di Isabella D’Este in Rinascimento privato. Curiosamente Desjardins, una volta tornato in Canada, continuerà a scrivere alla scrittrice avviando una corrispondenza a senso unico – lettere che resteranno senza risposta, perché lei è troppo impegnata a renderlo un “personaggio” e, del resto, anche le lettere di Robert a Isabella non otterranno risposta.

Stefano Petrocchi attua la sua indagine letteraria mostrandoci le segrete linee di tangenza tra vita e scrittura: come in un presentimento Desjardins chiamerà Bellonci poco prima che Rinascimento privato, il libro in cui lui è stato trasfigurato, venga dato alle stampe. Lei, a quel punto, si sente in dovere di avvertirlo. Lui freme, non vede l’ora di avere la copia tra le mani. Leggendola, poi, capirà tutto:

«Devo arrendermi all’evidenza, mia cara signora Bellonci, voi avete deciso, per quel che mi riguarda, di regolare la vostra condotta su quella della Marchesa di Mantova con il povero inglese».

Ma ciò che André non sa – e invece Petrocchi nella sua minuziosa ricerca, attraverso raffronti e notevoli parallelismi, intuisce – è che nel personaggio di Robert de la Pole si nasconde anche Goffredo, il primo grande amore di Maria, colui al quale lei si era consegnata giovanissima perché la creasse. «Tu guida, tu signore, tu maestro» gli scriveva; e ancora «Tu mi farai come vorrai: nelle tue mani mi sento docile e morbida come creta». La parte iniziale di Romanzo privato è dedicata proprio all’amore tra Maria e Goffredo; lei lo conosce appena diciassettenne e mette in atto un vero e proprio assedio amoroso nei suoi confronti, sino a sbaragliare la concorrenza e diventare sua moglie. Il primo incontro tra Isabella e Robert de la Pole, nota Petrocchi, nel romanzo di Bellonci avviene quando Isabella è ancora bambina, proprio sotto un arco del Palazzo estense; la stessa Maria, ancora minorenne, incontrò per la prima volta Goffredo, al tempo giornalista e critico affermato del «Giornale d’Italia», sotto un arco di marmo, come rivela una lettera datata 7 agosto 1925 che attesta l’inizio di una storia d’amore:

«T’ho incontrato per la prima volta là, sotto l’arco del Palazzo Sciarra».

Qual è dunque il confine tra vita e letteratura? A volte si fa labile, indistinto, non c’è vera separazione. Raccontare l’esistenza di uno scrittore è anche raccontare i suoi romanzi, non perché siano uguali, ma perché la letteratura trae sempre origine dalla materia informe, magmatica, della vita: la elabora, la reinterpreta, la moltiplica e, infine, la espande.
Nei personaggi cardine delle opere di Bellonci – Lucrezia Borgia e Isabella D’Este – è possibile individuare le due versioni, la giovane e l’anziana, della stessa autrice. Nella sensuale e luminosa Lucrezia troviamo trasfigurata la giovinezza di Maria, il “richiamo del sangue” cui lei fa spesso riferimento nei suoi diari; in quella tenera e fragile gioventù Lucrezia Borgia, morta di parto a soli trentanove anni, resterà per sempre rinchiusa. Le due eroine di Bellonci si pongono una sorta di «opposizione metafisica di caratteri femminili», ma si rivelano essere anche due facce della stessa medaglia e, soprattutto, due volti della stessa persona. Nella saggezza e nella maturità di Isabella D’Este, ma anche nella sua inquietudine emotiva, si possono intravedere i tratti di Maria anziana, che nei diari confessa di bruciare le fotografie in cui più non si riconosce e che, quando cala la sera, si sente scendere addosso una «inquieta tristezza».

Nelle grandi eroine letterarie bellonciane delle biografie storiche è racchiusa e catalogata anche una rappresentazione eterna delle varie sfumature dell’essere femminile. Dietro Isabella e Lucrezia si nasconde sempre lei, Maria, come una burattinaia che ne muove le gesta, raccontando le traiettorie delle loro vite cui si intreccia, inevitabilmente, la sua. È la vita che ispira la letteratura o viceversa?

Maria Bellonci nel suo studio


Accanto ai romanzi compiuti, come i celebri Lucrezia Borgia e Rinascimento privato, vi sono tuttavia anche i libri non scritti o soltanto abbozzati, i frammenti, le lettere, le pagine di diario, ed è lì che si cela il cuore cavo della scrittrice, nel cantiere aperto del suo immaginario. «Rimpiango soprattutto di non aver scritto tutti i libri che mi sono raccontata» confessò Maria
Bellonci, ormai anziana, a Sandra Petrignani durante un’intervista. I numerosi libri che si è raccontata nel corso della vita possiamo rintracciarli tra le pagine del suo diario – spesso interrotto e poi ripreso a ritmi alterni – che Stefano Petrocchi indaga con la perizia del filologo, l’acume del critico e la passione dello studioso, ma anche con il sentimento esclusivo, amicale, di chi Maria Bellonci ha imparato a conoscerla proprio nella presenza-assenza della sua scrittura.
Non si conosce mai tanto intimamente una persona quanto nella sua scrittura; perché l’Io che scrive è nudo, non conosce artifici né infingimenti, non indossa le consuete maschere sociali, è pienamente (e oscuramente) sé stesso.

Il diario è il vero Romanzo privato di Bellonci, il libro sul presente che lei, autrice di poderose biografie storiche e monumentali ricostruzioni del passato, non avrebbe mai scritto o potuto scrivere, perché «vorrebbero limitarmi a un genere perché, limitata, io non possa apparire in altri campi. Anche il romanzo vorrebbero che fosse un romanzo “biografico”». I consigli delle amiche (tra le quali figurano le scrittrici Gianna Manzini e Paola Masino), pur se dati a fin di bene, la
irretiscono, costringendola in un’unica versione di sé, impedendole di splendere in tutte le sue contraddizioni.
Proprio il diario si fa testimonianza di un talento poetico e di una capacità di autoanalisi formidabile. Leggendo queste pagine inedite di Maria Bellonci si ha la sensazione di ripercorrere il Quaderno proibito di Alba de Céspedes: eccolo il famoso libro non scritto e incompiuto. Proprio come la protagonista del romanzo di de Céspedes, Valeria Cossati, che infine dà fuoco al proprio quaderno, anche Maria chiedeva che il suo diario «non fosse mai pubblicato per nessuna ragione».
Eppure proprio quel libretto da lei ritenuto «veramente stupido» ci rivela, con sorprendente vitalità, l’essenza della donna, oltre che della scrittrice. Conosciamo Bellonci come autrice di fortunate biografie storiche, ma in queste pagine dimostra le sue innate capacità di narratrice sperimentando un genere più introspettivo, memorialistico, regalandoci un flusso di coscienza di stampo woolfiano.

Maria e Goffredo Bellonci sistemano la loro libreria (da «L’Europeo»)

In una sorta di monologo interiore ininterrotto Maria annota i pettegolezzi, le piccole meschinerie dei salotti letterari romani, i problemi economici, ma anche i propri sbalzi d’umore e svela tutta l’ipocrisia del mondo che abita.
«Non saprei dire cos’è questo continuo ondeggiare tra l’estremo bene e l’estremo male, tra l’essere tutta un sobbollimento di rancori e l’amare tutti» scrive Bellonci e domanda a sé stessa, come in una sfida:

«Ma quando imparerai ad avere pace?».

A una giornata «bella e luminosa» ne segue subito una «trascinata male», strana dicotomia del vivere, ma tutto viene trascinato poi da «una gioia ingiustificata e tumultuosa». È come se il diario componesse un altro romanzo, un Romanzo privato appunto, mettendo a nudo l’animo di una donna abitata da sotterranee inquietudini. Audace, sincera, sfrontata, Maria Bellonci in queste pagine si fa carne e sangue, consegna sé stessa senza pudore, sembra offrire il proprio corpo ai
lettori, come un’ostia sconsacrata. Una frase da lei spesso ripetuta, osserva Petrocchi, è «sento la voce del sangue». Eppure quella «voce del sangue» ostinatamente lei la reprime per essere «una brava infermiera e una brava moglie», giacché il rapporto con Goffredo, data la forte differenza d’età, la costrinse presto a un ruolo di accudimento cui lei non si sottrasse. Mi sono chiesta, tuttavia, se quella «voce del sangue» non sfociasse in qualche modo nei suoi libri: come se nella letteratura,
Maria Bellonci, avesse l’opportunità di vivere quella vita che nel mondo reale le era preclusa
. La sua inquietudine, come osserva lei stessa, deriva da questo:

«Sento me stessa battere lontana da qui, in una vita che è questa, ma diversa».

L’anima di una scrittrice, del resto, è completamente trasfusa nelle sue parole. Ed è lì che Maria Bellonci continua a vivere, tra le righe. Le ultime pagine del romanzo-saggio di Stefano Petrocchi sono affidate a un’altra voce, quella di André Desjardins. Nel finale di Romanzo privato vengono riportate integralmente le lettere del prete canadese, persino quelle spedite ad Anna Maria Rimoaldi dopo la morte di Maria. Ed è qui che emerge, in maniera commovente, il doppio sguardo: ovvero da un lato come noi vediamo noi stessi, dall’altro come ci vedono gli altri. Nei suoi diari Maria Bellonci aveva compiuto un’autopsia impietosa di sé stessa, si era annientata e decostruita, mettendo in luce i propri difetti, le meschinerie, «l’inquieta tristezza che ben conosco».


Le lettere di André Desjardins, ci mostrano una prospettiva totalmente diversa, offrono un ritratto luminoso di Maria, rivelandoci anche tutta l’ammirazione incondizionata che lui nutriva per questa donna:

«Avendo scoperto in voi una delle rarissime creature che vivono una libertà inventata giorno per giorno, secondo i chiari e gli oscuri delle proprie verità».

In un certo senso le lettere di Desjardins restituiscono a Maria le sue parole, la ricompongono e la completano. Dove lei si percepiva morta, finita, distrutta, confessando con amarezza «Nulla mi piace di me»; lui in antitesi ne coglie la vitalità, la forza e l’eterna giovinezza, come se asciugasse le sue lacrime. Fa tenerezza scoprire, a posteriori, la corrispondenza tra le loro scritture: senza saperlo parlano della primavera allo stesso modo, lei nel diario «diffida della primavera» e degli «alberi stupefatti nell’aprile», lui nelle lettere, in una sorta di controcanto, dice «la primavera qui non è la festa dei fiori».
Alla notizia della morte di Maria, André Desjardins non dirà parole, ma compirà un gesto: farà risuonare sul grammofono Mille regrets de vous habandoner del compositore fiammingo Josquin Desprès, la stessa musica che Isabella canta con le sue ancelle nel finale di Rinascimento privato, un ultimo omaggio alla scrittrice e alla donna.

Commuove, infine, notare che André Desjardins, nelle lettere, parla di Maria Bellonci sempre al presente, anche dopo la sua morte, perché in fondo una scrittrice è sempre viva ed eterna nella sua scrittura. Nell’ultima lettera a Rimoaldi, André fa un paragone calzante che forse a molti apparirà inusuale: quello tra Bellonci e Virginia Woolf «una delle sue scrittrici ammirate», segno che lui aveva colto l’essenza della donna, non la “signora del Premio Strega” e l’autrice di celebri biografie storiche, ma la creatura inquieta, sofferente, nascosta, colei che – non a caso – nell’ultima pagina del suo diario si chiedeva: «L’infelicità, ma come arrendersi?».
Romanzo privato di Stefano Petrocchi si fa ricostruzione di un intero affresco di vite, è un libro che riesce ad andare oltre il libro, mettendo in luce i giochi segreti e le rifrazioni luminose tra realtà e letteratura. Alla fine anche noi lettori abbiamo la sensazione di aver compreso “un niente che è tutto”, di essere stati resi partecipi di una coincidenza luminosa, un appuntamento del destino, una sorta di misteriosa corrispondenza umana. Nel mentre i cento orologi continuano a rintoccare eternamente, perché, come osservava con acume Maria Bellonci nei suoi diari:

«La cosa più triste per noi è il passaggio del tempo, lo scorrere delle giornate senza illuminazioni e senza temporali, per questo ci agganciamo alle date (…) ed eccoci costruita una vita tutta fitta di significati, un passato che è una costellazione».

E lei di questo solo ha parlato, di questo solo ha scritto, inserendo il tempo umano all’interno dell’infinita scia ingovernabile, della valanga della Storia: non per smarrirsi, ma per salvare.

""
categorie
menu