09.09.2026

Se la perfezione equivale a sottrazione. Veneri deformi di Yasmina Pani

Un libro sull’ossessione in cui Yasmina è la peggiore nemica di se stessa

Veneri deformi è uno di quei libri che fanno una cosa abbastanza sgradevole: ti rimettono davanti una versione precedente di te stessa che credevi di avere dimenticato, insieme alle foto brutte e alle persone che, grazie a dio, non frequenti più. Leggendo Yasmina Pani non ho riconosciuto tanto gli episodi, né le circostanze, ma ho riconosciuto il linguaggio, che è peggio. Quel flusso di coscienza molto specifico delle ragazze che hanno avuto a che fare con l’anoressia, la bulimia, il digiuno, il vomito, le calorie contate una per una e, soprattutto, con l’idea, potentissima e folle, che il corpo sia una specie di compito venuto male da correggere. Non una cosa in cui vivi, con cui fare cose, ma un problema.

Per questo Veneri deformi mi ha affascinato più come libro sull’ossessione che come libro sul cibo, o sulla bellezza (smonta, di striscio, buona parte delle teorie che partorì il bestseller Il mito della bellezza di Wolf, a cui in tanti credono ancora). A un certo punto il cibo quasi non c’entra più, nemmeno la magrezza. Perfino il desiderio di essere bella mi sembra una spiegazione che, pagina dopo pagina, vacilla.

La voce narrante – che spiega, ritorna, si muove in movimenti ossessivi come del resto è la malattia – non vuole davvero essere la più bella (in fondo sa che non sarà la soluzione definitiva). Semmai desidera essere più leggera, più piccola, più controllata. Vuole togliere qualcosa, non sa bene cosa, e continua a farlo nella speranza che venga finalmente estratta la cosa giusta.

C’è qualcosa di terribilmente infantile in questa fantasia (lo stesso lato infantile che ritroviamo in questa società di adulti che non vogliono crescere). Da ragazzina sei ancora abbastanza convinta che da qualche parte esista la tua versione perfetta e che sia finita per errore dentro quella sbagliata. Se dimagrisco, se mi controllo, se sono disciplinata, desiderabile, meno ingombrante, alla fine forse verrà fuori la ragazza che avrei dovuto essere. Ci si può perdere anni dietro un’idea così, senza nemmeno accorgersene.

La bambina raccontata da Pani mi ha fatto tenerezza proprio per questo. Guarda le altre ragazze e sembra convinta che sappiano qualcosa che lei non sa. Ogni rifiuto diventa la conferma di un difetto originario, come se alle altre avessero consegnato, fin da bambine, le istruzioni per essere femmine, e le sue si fossero perse da qualche parte. Pani racconta di certe umiliazioni che dette dopo anni sembrano patetiche, ma che a quindici anni occupano l’intero campo visivo.

Gli uomini, nel libro, ci sono: il desiderio di piacere, di essere guardate, ma meno di quanto uno si potrebbe aspettare dato il tema. Ci sono, infatti, soprattutto le altre donne. Non mi stupisce: la voce narrante è abbastanza intelligente da sapere che accanto al desiderio di essere desiderate dall’altro c’è anche quello di essere ammirate dalle altre. Le due cose lavorano insieme e separate.
Ammettiamolo. Non smettiamo mai di guardare le altre: come entrano in una stanza, quanto mangiano, se hanno la pancia quando si siedono, come tengono le gambe, chi viene guardata, chi sembra non essersi mai posta il problema di essere guardata. C’è un’attenzione quasi zoologica verso i corpi delle altre donne e, ancora di più, verso quella misteriosa naturalezza con cui alcune sembrano abitare il proprio. Che invidia, come fanno?

Pani, poi, non parte subito alla ricerca del colpevole. Non è scontato, oramai. Abbiamo sviluppato questo riflesso curioso per cui, appena qualcuno soffre, dobbiamo sapere chi gli ha fatto quella cosa, come se vivessimo in una perenne terapia di gruppo o in una serie crime. Quale semplicismo!
Il libro, poi, non fa della famiglia la spiegazione definitiva. Non c’è la grande resa dei conti con la madre, il padre, le merendine trafugate dell’infanzia, la frase sbagliata pronunciata dalla prozia a dodici anni che, retroattivamente, dovrebbe contenere il codice segreto dell’intera vita adulta. All’inizio mi ha stupita e un po’ infastidita – poi ho fatto pace, e mi sono detta che il fastidio nasceva forse dal riconoscere che era la storia sua, non mia.
Insomma, Veneri deformi toglie una consolazione enorme: quella della spiegazione perfetta.
Ci sono le predisposizioni, c’è il carattere, la società, ci sono le persone che incontri, quello che ti capita, e, mi spiace, c’è anche una certa quantità di semplice sfiga – la lotteria genetica, la chiamerebbero alcuni. Noi, dopo, vogliamo mettere tutto in fila perché una cosa grave con dieci cause piccole ci soddisfa molto meno di una cosa grave con un grande colpevole (e così torniamo al mondo letto come una serie crime).

A un certo punto Pani parla dei suoi trentacinque anni con una specie di rammarico, dell’età in cui la bellezza comincia a sfiorire; non nel senso ottuso per cui a trentacinque anni una donna sarebbe già finita, ma nel senso, tanto crudo quanto vero, che una donna comincia a perdere una parte del ruolo che il corpo giovane le aveva assegnato senza nemmeno chiederle il permesso – un ruolo voluto o meno, ma che esiste. Chiamatela biologia, fertilità, chiamatela come volete. Una donna lentamente diventa meno visibile. Succede più o meno a tutte (sarebbe interessante capire che cosa ce ne facciamo di questa perdita che per essere emancipate continuiamo a sostenere non esista, o che basti pronunciare la parola ageism per farla evaporare. Ma lasciamo questo punto per un altro pezzo).

D’altra parte, la nemica che ritorna più spesso in Veneri Deformi non è un uomo, non è sua madre, non è nemmeno la società. È proprio Yasmina. L’ossessione, raccontata dall’interno, possiede la stessa monotonia dell’ossessione reale. Torna, insiste e ricomincia. È qui che, per me, Veneri deformi diventa più triste di un memoir sui disturbi alimentari, perché piano piano si capisce che tutto quel lavoro sul corpo era anche il tentativo di allontanarsi da sé stessa e, nella mia lettura, di rimanere in qualche modo la bambina dell’inizio, di non arrivare mai del tutto dall’altra parte della barricata: ovvero di rinunciare a credere a quell’idea e di cominciare a essere chi è. So che a Pani questa lettura forse non piacerà, ma è il libro che ho letto io.

Alla fine di Veneri deformi continuo a vedere la bambina dell’inizio, anche se più consapevole, tanto da utilizzare il proprio décolleté per ricevere quelle attenzioni deliberatamente, scaltra, mica perché vittima. Ma ancora, in qualche modo, convinta che da qualche parte esista la vera donna, che tutte le altre abbiano ricevuto il tesserino d’ingresso e che, per un qualche piccolo errore cosmico, lei sia rimasta fuori.
Ma la maggior parte di noi non è mai davvero entrata. E questa, forse, è la magrissima consolazione che ci resta.



categorie
menu