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Uno dei più grandi musicisti pop di ogni epoca svela il proprio senso della musica. McCartney 3 2 1



«È la magia che ritorna.» È l’ultima frase che Paul McCartney alla fine di McCartney 3 2 1, miniserie documentaria distribuita da Disney+. Il musicista si riferisce all’ultimo accordo di The End, canzone che sarebbe dovuta essere l’ultima mai composta del gruppo, prima che il produttore George Martin la spostasse al penultimo posto di Abbey Road e che Lennon recuperasse le sessioni di lavoro per Get Back trasformandole in Let It Be, il loro ultimo disco, uscito dopo lo scioglimento della band. McCartney però recupera il brano e lo pone alla fine dell’ultimo episodio, si concentra soprattutto sull’ultimo accordo e quel momento, suggellato da quella frase, sembra racchiudere il senso e il segreto dell’intero progetto: è un accordo tenuto lunghissimo, grazie al pedale di risonanza del pianoforte, che poco a poco svanisce, ma mentre lo fa libera dettagli che nella pienezza del suono l’ascoltatore non coglie, sembra cambiare, gli armonici dell’accordo prendono sempre più spazio, prima del silenzio, e trasformano un suono in molti altri. «È la magia che ritorna» e ciò che McCartney 3 2 1 fa lungo i sei episodi da trenta minuti l’uno è proprio rendere lo spettatore consapevole di quella magia.

L’idea è semplice e geniale: prendere Paul McCartney, portarlo nello studio di Rick Rubin (nientemeno che uno dei più grandi produttori discografici di sempre) davanti a un mixer e cominciare a raccontare la sua vita e la sua carriera partendo dalle canzoni. La presenza del mixer è fondamentale, perché Rubin lo usa per isolare precise parti della canzone e ragionare assieme a McCartney a partire da un’idea musicale, da un giro di basso, da un’idea di arrangiamento particolare. Non è la biografia – quasi auto – dell’uomo dietro il mito, ma è la disamina profonda di quel mito a partire da ciò che lo ha reso tale, la musica, i suoni. E così facendo viene fuori ciò che quasi tutte le moltissime biografie musicali che abbiamo visto al cinema o in tv non riescono a comunicare: perché quel personaggio è diventato ciò che è? Lo si racconta perché la sua storia merita, ovviamente, ma cosa lo ha reso un genio, un mito, un divo? Grazie a quel mixer e alla presenza di un Babbo Natale un po’ accondiscendente come Rubin, McCartney 3 2 1 riesce a farlo capire a chi guarda.

McCartney

Scritta da Mark Monroe – esperto di documentari musicali e già penna dietro The Beatles: Eight Days a Week. The Touring Years di Ron Howard ­– e diretta da Zachary Heinzerling – alla regia di Self-Titled, il backstage dietro la realizzazione dell’album eponimo di Beyoncé –, la miniserie ha un impianto basilare, reso più raffinato e appena un po’ patinato dal bianco e nero, capace però di liberare il senso stesso della creazione musicale e anche di fare un po’ di storia senza l’assillo della cronologia, con la disinvoltura di chi la Storia della musica l’ha fatta davvero e può permettersi di sorvolare da una parte all’altra, ricordare certe cose e dimenticarne altre, tornando però sempre dove tutto è nato, ovvero quelle note.

Le parti più emozionanti infatti di McCartney 3 2 1 sono quelle in cui Paul racconta degli altri Beatles e degli altri musicisti, del loro talento mettendo in ombra il proprio, con un pizzico di falsa modestia come fa notare Rubin: la nascita del legame con John Lennon, l’importanza di Ringo Starr come collante fondamentale del suono della band, il talento di George Harrison che porta il loro suono a un livello di densa complessità superiore. McCartney dice di essere diventato fan dei Beatles solo dopo averne fatto parte, quando grazie alla distanza da quel periodo, dai rapporti con quei compagni di viaggio e dai litigi che ne segnarono la fine, ha capito davvero il valore di ciò che aveva composto; per questo nella miniserie si parla poco dei Wings, praticamente senza mai nominarli, o del suo percorso solista, limitandosi a raccontarli come passaggi del post-Beatles, seppur di livello come Live and Let Die e gli album McCartney Band on the Run. Ciò che davvero conta per lui come uomo, musicista e imprenditore musicale è dentro quei dieci incredibili anni che cambiarono la musica leggera e che finalmente non è semplicemente attestato o detto, ma fatto sentire, indagando nella sua natura sonora: la strepitosa modernità produttiva di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, le scelte negli arrangiamenti, perché i Fab Four decisero un suono anziché un altro, in che modo cambiarono la musica senza averla studiato in senso classico, senza saperla leggere («È la tradizione orale dei Bardi» dicevano scherzando McCartney e Lennon), tutto raccontato frase per frase, nota per nota.

In quel bianco e nero soffuso, screziato da luci che sembrano voler suggerire l’immaterialità della musica come fosse un concerto, il “Macca”, attraverso i tasti e le leve di quel mixer, dice di sé più di quanto un’autobiografia potrebbe far intendere, perché va a fondo della ragione per cui è diventato quel musicista che adoriamo (e chi non lo fa magari questa miniserie dovrebbe guardarsela a fondo, studiarla). Proprio per questo, il momento più toccante è quando, con studiata teatralità, Rubin tira fuori un bigliettino e legge le frasi di qualcuno che riconosce a Paul la propria abilità di strumentista, il proprio talento di compositore. Sono parole di John, parole che Paul non conosceva e che forse Lennon aveva detto in privato a qualcuno, ovviamente parole che non si sarebbe mai sognato di dire al compagno/rivale. Le emozioni che nascono dalle azioni, è la magia che ritorna, forse è sempre stata lì con noi mentre ascoltavamo a ripetizione quelle canzoni e dopo un po’ non l’abbiamo più sentita: meno male che il mixer di Rick Rubin, come una bacchetta magica ci ha aperto gli occhi sugli innumerevoli incantesimi di Sir Paul McCartney.

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