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Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici. Intervista a Eleonora Sacco

Ci sono molti spazi virtuali in cui potreste incontrare Eleonora Sacco.
Potete seguirla su Instagram e scorrere tra le foto di luoghi remoti e paesaggi di Paesi che potrebbero farvi venire il dubbio di essere più scarsi in geografia di quanto non pensaste.
Potete leggere i reportage dei suoi viaggi sul suo blog e sito, Pain de Route, dove è possibile anche richiedere una consulenza di viaggio su misura o unirsi a uno dei suoi tour (anche se la partenza è rimandata a quando saremo liberi di muoverci in sicurezza).
Potete seguire le attività dell’associazione culturale di cui fa parte, Viaggio da sola perché, nata nel 2015, un progetto di promozione del viaggio in solitaria rivolto alle donne, perché il genere non dovrebbe precludere questa esperienza – da Viaggio da sola perché è nata anche una folta comunità con cui potete confrontarvi iscrivendovi al gruppo Facebook dedicato.
Potete ascoltare Cemento, il podcast di cui Eleonora è co-autrice insieme ad Angelo Zinna, che con spirito sia pratico che divulgativo si propone di raccontare l’Est russo ed ex-sovietico dal punto di vista degli occidentali che ci sono stati e ne hanno subìto il fascino e l’esotismo inattesi, anche con una newsletter che arricchisce gli episodi da ascoltare di contenuti extra e di consigli bibliografici, citando splendidi progetti fotografici o alcune perle dei cataloghi di editori come Keller o Marcos y Marcos, che fanno un bellissimo lavoro di scouting di autori e narrazioni provenienti e legati a queste aree geografiche.

Da luglio potete trovare Eleonora anche in libreria, con Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici, edito da Enrico Damiani editore, un libro agile che procedendo in ordine alfabetico per parole chiave è sia una raccolta di racconti di viaggio e di brevi riflessioni sulla lingua e su alcune parole care all’autrice, sia una guida con consigli pratici per chi desidera partire per avventure in tenda su strade poco battute e non ha timore di fare l’autostop o dormire sul divano di uno sconosciuto (nei consigli per viaggiare bene del libro Eleonora elenca gli accorgimenti pratici da adottare perché non ci sia bisogno di avere timori nel fare entrambe le cose).

Eleonora Sacco

Prima di andare a conoscere Eleonora Sacco tra le pagine e in tutti questi luoghi virtuali potete incontrarla nel nostro, con l’intervista che segue, in cui la viaggiatrice selvatica si è affacciata sulla nostra soglia e ci ha aperto la sua, su orizzonti sconfinati e posti che potreste aver bisogno di andare a cercare su Ecosia (funziona come Google, ma ogni tot ricerche piantano un albero).

Tu sei laureata in Linguistica e appassionata di parole e della loro etimologia. Voglio cominciare quindi chiedendoti di parlarmi del tuo legame con tre parole in particolare, di cui una sola presente in Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici.
1) Pain de Route, il nome che hai scelto per il tuo blog, che poi è cresciuto ed è diventato un sito con diverse sezioni e voci e un suo logo, che se non sbaglio è una iurta.
Pain de route è la traduzione in francese del pan di via, che tutti conosciamo grazie alla saga del Signore degli anelli: è il pane elfico che viene mangiato in viaggio dalla Compagnia dell’Anello. È un alimento molto energetico e ne basta una piccola porzione per viaggiare per giorni senza sentire la fame, leggero da trasportare perché occupa un piccolissimo spazio. Volevo che il nome comunicasse a chi approda sul sito un’idea di contenuti che ti danno energia, ti danno forza di fare cose che magari pensavi di non essere in grado di fare, ti fanno capire che basta poco per andare avanti; in più la parola porta con sé un’idea di frugalità e di viatico che mi piace moltissimo.
Per quanto riguarda invece il logo, l’idea è quella del nomadismo: i nomadi dell’Asia centrale si spostano di valle in valle con la propria tenda, la iurta, guidando il bestiame dalle pasture d’alta quota a valle, o in alta montagna. Volevo un simbolo che richiamasse il contatto con la natura, spazi sconfinati, culture poco conosciute in Italia, un’idea di perenne movimento e non stanzialità, che non significa non mettere radici, ma sentirsi sempre erranti, sempre in cammino.

2) Cemento, il nome del tuo podcast in collaborazione con Angelo Zinna.
Il nome l’abbiamo scelto insieme, ma, devo riconoscerlo, è copyright by Angelo Zinna. Esprime il proposito con cui è nato il podcast: creare un approfondimento solido, consistente, un archivio a disposizione per chiunque volesse approfondire la storia dell’ex Urss, con un linguaggio accessibile e un taglio divulgativo ma comunque sempre indirizzato al viaggiatore. In più è una provocazione perché in Italia queste lande sono spesso indentificate come distese di casermoni dove non c’è niente da vedere, invece nell’Est dell’ex Urss c’è molto più del cemento: ci sono posti bellissimi, che non sono stati scempiati da questo tipo di edilizia; e anche il cemento di per sé non è così male come siamo abituati a pensare: in cemento sono stati realizzati anche capolavori architettonici di altissimo livello, non solo l’edilizia popolare economica, che comunque è interessante da un punto di vista sociale e storico.

3) Bàbushka, per il tuo affetto per questa figura.
Bàbushka – l’hai detto correttamente, lo specifico, con l’accento sulla prima sillaba e non babùshka con l’accento sull’ultima come l’ha resa famosissima Kate Bush – è una parola russa che si usa per identificare non semplicemente una qualsiasi signora anziana, ma una figura di nonna che è un’istituzione nella società sovietica e post sovietica. Queste presenze sono uno dei primi aspetti che noi viaggiatori notiamo quando andiamo in questi posti: in giro è pieno di bàbushki, magari vestite un po’ all’antica con in testa il fazzoletto ortodosso. Che capiscano la lingua o meno, spesso attaccano bottone, ti vogliono raccontare, ti fanno vedere le foto dei figli, ti offrono da mangiare. Sono signore nate negli anni Venti, Trenta, Quaranta, che hanno vissuto cose che noi non possiamo neanche immaginare e che le hanno temprate. Non vediamo una forte controparte maschile, perché c’è un’aspettativa di vita mediamente molto più bassa per gli uomini in questi territori. Spessissimo tutto il carico di lavoro domestico (e non) grava sulle spalle della bàbushka, che è portatrice di valori di forza e resilienza e incarna un modello tradizionale, magari non più attuale, ma ancora molto sentito. Sono un po’ un simbolo, secondo me molto positivo, di amore, di affetto, di cura. Mi piacciono molto, dico sempre scherzando che voglio diventare una bàbushka da vecchia.

Eleonora Sacco

La tua passione non sembra essere solo il viaggio, ma anche la condivisione di questa esperienza. Parlaci di come è nata e si è sviluppata assumendo forme sempre nuove questa tua urgenza di entrare in contatto con gli altri raccontando e raccontandoti.
La conoscenza mi dà piacere solo se è condivisa, se cambia qualcosa negli altri come ha cambiato qualcosa in me. Mi sono appassionata, da molto giovane, prima alle Guerre dei Balcani, poi al Caucaso, poi alla Russia. È stato quando ho fatto il mio primo viaggio in Russia che questa passione è diventata inarrestabile, una sete di conoscenza inestinguibile, e ho sentito che dovevo urlare al mondo che avevo scoperto un universo parallelo. La Russia mi è apparsa proprio così, come una sorta di seconda strada, di seconda via. Facevano le stesse cose che facciamo noi, ma in maniera diversa. Mi ha colpito moltissimo e da lì è nata quest’urgenza di comunicarlo.
Il mio lavoro principale è stato stroncato dal Covid: nei tour fatti su misura da me e dalla mia agenzia partner, Soviet Tours, si creavano momenti di condivisione veramente profondi e le persone, attraverso i contatti giusti, gli incontri giusti, attraverso esperienze adatte per avvicinarsi a una cultura estranea, potevano rendersi conto della bellezza, della diversità, della quantità di Storia che c’è nell’Est dell’ex Urss e che non conosciamo per un pregiudizio diffuso, che secondo me ci portiamo ancora dietro dai giorni della della Guerra fredda.
Sento l’urgenza di condividere, raccontare, parlare, dare voce a territori di cui si parla proprio poco e in maniera quasi sempre superficiale. Non parlo dell’accademia, ma in fatto di divulgazione in italiano sono disponibili pochissime fonti che narrano questo Est mettendo al centro le persone e non solo la geopolitica. Mi premeva provare a colmare questa lacuna. Con il podcast Cemento soprattutto; negli anni con il blog, che ha un lato più pratico e uno più narrativo; e anche e soprattutto attraverso i social, che considero il banco di prova per capire quanto effettivamente le persone s’interessino, ci tengano, ti diano retta, si entusiasmino per le stesse cose per cui ti entusiasmi tu.

Sul tuo sito, Pain de Route, presenti quello che fai in sintesi come promozione del «viaggiare consapevole in territori poco conosciuti». Racconti il viaggiare selvatico come uno stile di viaggio diverso rispetto al turismo di massa, un’alternativa al «viaggiare compulsivo, sfrenato, superficiale, senza il tempo materiale per capire il luogo in cui ci si trova, senza una preparazione prima». Questa volontà di andare oltre la superficie implica necessariamente un approfondimento, uno studio, una preparazione, richiede delle risorse in termini di tempo ed energie; e questo è molto difficile per chi ha un lavoro a tempo pieno e due settimane di ferie l’anno, per le famiglie con bambini, o esigenze particolari per motivi di salute o d’età. Non tutti hanno la possibilità di adottare questo stile di viaggio, qual è il profilo di chi può diventare un viaggiatore selvatico?
Specialmente agli occhi delle persone del posto non c’è differenza tra un viaggiatore e un turista. Siamo noi che vogliamo sentirci avventurieri, quando spessissimo anche in posti remoti seguiamo il percorso tracciato da altri e difficilmente usciamo dai binari. Essere adattabile, cercare di non fare rumore e di dare meno nell’occhio possibile, accogliere ciò che si presenta e restituire il più possibile, sono tutte cose che io cerco di fare, ma che rientrano comunque all’interno del fenomeno del turismo di massa. In questo grande calderone di viaggiatori e turisti ci sono scelte pratiche e approcci diversi. Da un lato indubbiamente non farebbe per me viaggiare in comitiva con il maxipullman da settanta persone e fare il tour de force per vedere le dieci attrazioni imperdibili di un Paese. Allo stesso tempo non credo di essere diversa, sarebbe un po’ ipocrita. Se vogliamo fare distinzioni mi identifico di più nel backpacker che salta da un ostello all’altro zaino in spalla, ma è una cosa personale. Il profilo del viaggiatore selvatico è molto aperto, non c’è una lista di requisiti in cui è necessario spuntare tutte le caselle. Alcuni magari non andranno mai in tenda, altri non faranno mai autostop e c’è chi invece si sente di fare entrambe le cose, ma anche chi tiene al comfort può avere quello sguardo avventuroso, la propensione a lasciarsi tentare dal fascino dei luoghi remoti e degli spazi aperti. Tantissime delle persone che mi seguono, anche con lavori a tempo pieno e bambini, mi chiedono itinerari e hanno fatto viaggi molto avventurosi. Chi ha la possibilità di fare un solo viaggio all’anno magari lo prepara a lungo, leggendo tanto. A volte invece si parte come libri bianchi, nella consapevolezza di non sapere, e poi si approfondisce con calma una volta tornati. Come penso e spero si evinca dal libro, il viaggiare selvatico per me è innanzitutto uno sguardo.

Eleonora Sacco

Tu hai viaggiato moltissimo e ne hai fatto un mestiere, ma mi è sembrato di poter individuare in particolare alcune tappe e luoghi che sono stati nodali del tuo percorso di viaggiatrice: il viaggio nelle Cicladi con gli amici a diciotto anni, Sarajevo, un viaggio nel Caucaso, l’esperienza Erasmus a Mosca e soprattutto la Georgia, che mi sembra di capire sia diventata un po’ il tuo Paese del cuore. Ho indovinato?
Assolutamente sì. Il giro nelle Cicladi a diciotto anni è stato il viaggio dello svezzamento. Sono partita più inconsapevole e inesperta che mai e ho imparato tanto tutto in una volta. Non solo dalle prime esperienze in tenda e spostandoci in autostop. Mi sono resa conto che anche di un Paese vicino come la Grecia in Italia abbiamo una visione stereotipata: perlomeno io l’avevo, quella costruita sui banchi di liceo; mi immaginavo un Paese affascinante e pieno di rovine, da un lato più esotico di come è perché antico, dall’altro meno esotico di come è per il suo essere caratterialmente orientale. Indubbiamente la Grecia è stata il trampolino di lancio di questa mia passione.
A Sarajevo sono stata l’anno successivo. È una città che parla con una forza impressionante ai viaggiatori che ci vanno per la prima volta. È stato a Sarajevo che ho aperto gli occhi su che cosa sia l’Europa, sulla multiculturalità intrinseca che abbiamo, sul numero di religioni diverse e di fedi che la popolano e anche su quanto sia ipocrita per certi versi l’idea europeista: è una tutela per noi all’interno, ma non appena sei quello fuori alla frontiera non conti niente. Sarajevo per me è stata molto illuminante in questo senso.
Il viaggio in Caucaso poi è stato ancora più crudo e forte rispetto ai Balcani. È stato proprio uno scontrarsi con la geopolitica assurda di queste zone, la frontiera, la condizione delle Repubbliche non riconosciute: ci sono delle realtà allucinanti in cui non vigono le stesse leggi che vigono in tutto il resto del mondo, ti senti in una sorta di buco nero del mondo civile per come lo conosciamo. Anche quel viaggio, sia per l’ospitalità, sia per tutta una serie di avventure rocambolesche, sia per il confronto con queste realtà, è stato scioccante e profondamente istruttivo.
L’Erasmus a Mosca è stato forse il coronamento di questa passione, lì ho capito che non potevo più tornare indietro e quell’Est era la mia strada. Ho anche imparato il russo quanto basta per parlare anche con i muri quando viaggio. Vivere per un periodo in un Paese così diverso e così forte come la Russia, in cui non c’è niente di soft ed è tutto molto estremo, è una bella prova di resistenza ma anche molto gratificante.
Veniamo alla Georgia. È l’isola felice del Caucaso: è il Paese più facilmente visitabile, che più si rivolge all’Unione Europea, con meno problemi nonostante abbia due zone occupate, l’Abcasia e l’Ossezia del Sud – conflitti che però negli ultimi anni sembrano non aver dato grossi problemi. La Georgia secondo me parla molto da vicino soprattutto agli italiani, anche da un punto di vista culinario. A chi viene in viaggio con me dico sempre che la Georgia è a una latitudine a metà tra Roma e Napoli: è vero e non penso sia una coincidenza che ci sia quest’attenzione, questa cura e questo gusto finissimo dei georgiani per il cibo e per il vino. Si mangia benissimo in tutto il Caucaso, ma in Georgia soprattutto e il cibo è un valore fondamentale, così come la convivialità. Trovo nei georgiani una gioiosità, una voglia di godersi la vita che è esemplare anche per noi italiani, che comunque già ce la caviamo bene.

Fin dalle prime puntate di Cemento tu e Angelo Zinna, affrontate il problema della sostenibilità, della consapevolezza e del western gaze. In particolare, mi ha colpito sentirti ammettere che la scelta più sostenibile rimane stare a casa e anche il modo in cui vi siete posti il problema di evitare che il viaggio oltre ad avere un forte impatto, abbia una componente irrispettosa nell’esoticizzare le comunità locali e un aspetto di performance un po’ egoriferita, per esempio nella ricerca dello scatto iconico. È davvero possibile secondo te riuscire nel proposito di evitare tutto questo?
Un viaggio non sarà mai a impatto zero, né a livello culturale, né a livello economico, né a livello ambientale. Lasciamo sempre una traccia, per quanto ci impegniamo a viaggiare in punta di piedi e senza fare rumore. Non c’è mai un solo viaggiatore. Inevitabilmente, per il semplice fatto di condividere magari le nostre esperienze sui social, ci saranno altri a seguire il nostro tracciato dopo di noi. Non serve essere influencer per influenzare gli altri, è un continuo influenzarsi reciproco, quindi nel momento in cui fai un itinerario altre persone lo seguiranno e scaveranno quel solco, portandosi dietro conseguenze economiche, sociali, culturali.
Per quanto riguarda il western gaze, se siamo nati e cresciuti in Occidente secondo me non possiamo liberarcene. Per quanto desiderosi di esercitare il nostro sguardo, avremo sempre un certo tipo di interesse e la tendenza a vedere solo gli aspetti che vogliamo vedere, ignorandone altri. Faccio un esempio molto semplice citando la Georgia. Nei primi anni Duemila, durante il mandato del presidente Saak’ashvili, sono state realizzate molte opere pubbliche con uno stile architettonico contemporaneo. Per esempio, il Ponte della Pace a Tbilisi. Secondo l’architetto – che è italiano, Michele De Lucchi – dovrebbe ricordare la forma di un animale marino. Non so che animale marino si immaginasse, ma i georgiani dicono abbia la forma di un assorbente: lo chiamano Ponte Always, come la nota marca di assorbenti. Nonostante questa irriverenza, in Georgia vanno molto fieri della modernizzazione architettonica del Paese, che vedono come un simbolo di svolta e di orientamento verso l’Europa, come monumenti da visitare, luoghi d’interesse da fotografare. Agli europei invece di Tbilisi affascinano i palazzi più antichi che mescolano gusto europeo e persiano con i balconi di legno, la vite che si arrampica sulle scale, le verande luminose con decine di finestre. Lo stesso si può dire per Baku in Azerbaigian, dove si trova il Centro Heydar Aliyev di Zaha Hadid, l’architetta britannico irachena, che è un capolavoro e ha ottenuto vari riconoscimenti internazionali: tuttavia chi va a Baku vuole vedere la città nel suo complesso, in particolare la parte vecchia, che attrae di più i turisti. Vale anche per le bàbushki: un russo non fa caso a tutte queste vecchine in giro per il Paese per conto loro, che si portano la spesa da sole nella neve, noi invece le notiamo perché è qualcosa di diverso rispetto a quello che vediamo in Italia e lo troviamo molto caratteristico.
Uno sguardo del genere restituisce una visione parziale di un Paese e dalle foto ci immaginiamo i luoghi molto più esotici di quanto realmente non siano. Per non farci limitare troppo dal nostro western gaze secondo me la soluzione migliore è interpellare le persone del posto e affiancare il nostro sguardo a quello di qualcuno che vive il Paese e la città in maniera quotidiana.

Eleonora Sacco

In Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici c’è anche la Q di quarantena. Con l’ottimismo che ti contraddistingue hai dichiarato in un’intervista le limitazioni ci porteranno a viaggiare meno, ma più con qualità. Che cambiamenti ti aspetti nel futuro per i viaggiatori? Che cosa speri e di cosa hai timore?
Sperando di non cadere nella retorica del risvolto positivo a tutti i costi, alla voce Quarantena del mio Alfabeto parlo di come anche stando fermi, anche in un luogo già conosciuto, anche chiusi in casa, nonostante la difficoltà, la fatica e la sofferenza del periodo, se abbiamo lo sguardo giusto possiamo trovare un lato nuovo e interessante da contemplare, che possa comunque soddisfare il nostro bisogno di scoperta.
Ho timore che sarà difficile per i prossimi anni riprendere a viaggiare a stretto contatto con le persone, almeno finché il virus non sarà debellato. Saranno tempi duri per le agenzie e le persone come me che lavorano con i viaggi organizzati. Anche in piccoli gruppi è praticamente impossibile mantenere il distanziamento sociale tra compagni di viaggio e nel tentativo di mantenerlo diventa tutto una forzatura tale che alla fine è meglio non partire. È molto triste, però purtroppo penso che ci abitueremo a questa nuova normalità – espressione orribile – e ricominceremo a viaggiare, più vicino, magari con tempi diversi: eviteremo le fughe mordi e fuggi come il fine settimana a Parigi improvvisato; studieremo di più il viaggio, però sempre in Unione europea o al massimo nei Balcani, comunque in posti raggiungibili anche in macchina dall’Italia, anche per questioni sanitarie, di dialogo tra Paesi e di assicurazioni.
Lati positivi: come tanti la scorsa estate, esploreremo la montagna e faremo viaggi on the road in regioni che offrono spazi aperti e zone selvagge come l’Abruzzo e la Basilicata, la Calabria; magari non staremo tutti ad ammassarci in quattro siti d’interesse della stessa capitale, ma prediligeremo il piccolo paesino, nelle Langhe in mezzo ai vigneti, o sperduto nel Chianti, o la spiaggia più fuori mano; cercheremo luoghi più isolati, cosa che secondo me fa molto bene all’umore e alla salute, anche mentale, più che stare tutti accalcati nello stesso posto. Spero che si rivaluterà il turismo selvatico in questo senso: di ricerca della natura e del selvaggio.






Photo credits
Copertina: una chiesa a Taganskaya, centro di Mosca, Russia, 2019, di Eleonora Sacco
Ritratto di Eleonora: Pain de route
Cover di Cemento Podcast: Angelo Zinna
Ponte della Pace a Tbilisi: Getty


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