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Per una città aperta. Le voci degli spazi sociali nel Paese chiuso



È da mesi che reinventiamo il nostro quotidiano e la sua spazialità, abituandoci a nuove forme del vivere che hanno stravolto il nostro rapporto con il fuori e con l’altro. Abbiamo creato e ricreiamo all’interno delle nostre mura domestiche forme ibride e surrogati di quella che è sempre stata la nostra vita. Di fronte alla chiusura del mondo, siamo costretti a chiuderci anche noi e ad affrontare una domanda che prima era certezza non indagabile: che cos’è una città aperta?
Per trovarne risposta Limina è partita in capo alla domanda opposta e ha raccontato la chiusura dei cinema, dei teatri e dei luoghi della musica. Per definire il disegno ci siamo infine rivolti a quelle realtà che hanno fatto da sempre dell’apertura, del rapporto con l’altro la loro attività fondante: le associazioni.

Con la chiusura dei circoli e delle associazioni culturali è tanto quello che è venuto a mancare alla comunità. A Milano la luttuosa carrellata di chiusure era stata tristemente inaugurata a giugno dallo storico circolo Arci Ohibò; è venuto così a mancare uno spazio che per otto anni ha rappresentato tanto per la città di Milano, ospitando artisti e gruppi da tutto il mondo, organizzando una pluralità di iniziative e incontri rivolti a un pubblico eterogeneo. Insomma, il primo lockdown aveva già decretato la scomparsa di luoghi fatti di musica, arte, cultura e persone.
Quando si varca la soglia di un circolo succede come una magia: l’aria diventa di colpo respirabile e gli occhi di tutti appaiono mansueti e genuini. Ci si sente come a casa, in «uno spazio dell’abitare», dove i rapporti si tornano a vivere su scala orizzontale e sembra esserci più posto per ciascuno di noi.

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Arci Bellezza

In questi mesi difficili resiste in mezzo a tante difficoltà un altro circolo Arci storico di Milano, l’Arci Bellezza che negli anni ha sempre fatto molto per la collettività: «Noi, come Arci Bellezza, siamo molto presenti sul territorio e sulla città», racconta Ornella Rigoni, Presidente Arci Bellezza. «Da sempre organizziamo iniziative culturali e politiche, eventi e spettacoli. Inoltre abbiamo dei corsi rivolti al benessere della persona, anche per persone anziane che così trovano uno spazio di socialità, laboratori teatrali per i ragazzi, corsi di italiano gratuiti per stranieri. Oppure c’è semplicemente chi, giovane o meno giovane, viene da noi per trovare uno spazio rilassante e di sano divertimento con proposte culturalmente valide e a prezzi popolari. Un luogo dove tutti, nessuno escluso, trovano il proprio spazio».
La situazione attuale ha scoperchiato un vuoto ben più longevo rispetto all’attuale crisi: «Quello che viene a mancare oggi è quello che mancava anche prima», spiega Mariangela Vitale, segretaria dell’associazione Nuovo Rinascimento che gestisce lo spazio Tempio del Futuro Perduto. «Mancano degli spazi di espressione “facile”, senza troppi vincoli o troppe chiusure. Tutti i giorni riceviamo proposte da giovani artisti e persone che hanno desideri che vogliono vedere realizzati. Questo luogo che abbiamo rigenerato non è un luogo nostro, ma uno spazio che viene restituito alla città, attraverso la voce di chi vuole esprimersi. C’è una porta aperta».

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Tempio del Futuro Perduto

Come tenere allora la porta aperta quando i cancelli sono sprangati? Per la maggioranza delle realtà del settore culturale, e non solo, questo è un periodo fatto anche di scoperte e rinnovamenti, improntato alla ricerca di un modo efficace per accorciare le distanze e portare le iniziative all’interno delle nostre abitazioni, secondo un’addizione di vicinanza e familiarità. «Durante tutto il primo periodo di lockdown abbiamo continuato a fare live streaming come se la programmazione di Germi fosse ancora presente» racconta Gianluca Segale, tra i fondatori di Germi. «È stato senza ombra di dubbio un esperimento interessante e molto seguito, cavalcato da noi e da altre realtà italiane. Da quando abbiamo chiuso siamo andati avanti  a lavorare sui nostri progetti anche nell’ottica di un cambiamento evidente che avverrà nel nostro settore. Le idee sono moltissime e speriamo che a breve si possano mettere in atto. Germi rimane di base un luogo fisico fatto di persone, voci, libri ed è per vocazione estraneo al mondo virtuale e digitale, crediamo nella biocomunicazione e fatichiamo a rimanere nella rete, ma tutto ciò che adesso ci permette di condividere e comunicare è sacrosanto e quindi attraverso il sito e i social continuiamo ad essere in contatto con i nostri soci».

Novità e progetti per il futuro sono all’ordine del giorno anche per Zalib: «Da mesi stiamo immaginando la casa editrice costola di Zalib», spiega Ludovica Jaus, portavoce del collettivo Ragazzi di via della Gatta, fondatori del progetto Zalib. «Ci stiamo dedicando anche alla sezione magazine del nostro sito internet. Incontri e attività telematiche continueranno, molte saranno presentazioni di titoli che abbiamo amato. Cercheremo inoltre di organizzare riunioni online aperte a quanti e quante abbiano progetti, interessi o proposte per Zalib: c’è bisogno di stare e pensare insieme, soprattutto ora. Nonostante tutto, il nostro rimane un lavoro sociale e culturale sul territorio, per questo insieme al I Municipio e tante altre realtà stiamo lavorando a un patto di comunità che possa coordinare le attività di volontariato e sostegno ai più deboli».

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Germi

Nonostante le serrande abbassate, il lavoro delle associazioni, reso silenzioso e inosservato, non si è mai fermato, però sono venute meno tutte quelle forme di sussistenza che hanno reso possibile le attività di questi anni. «Le perdite sono decisamente alte», prosegue Rigoni. «Perdiamo tutta la parte istituzionale, che avviene nel momento dell’anno in cui si concentrato i rinnovi delle tessere dei Soci. Per quanto riguarda le misure previste dalle istituzioni, i cosiddetti ristori, diciamo che sono di aiuto, ma per le associazioni non è ancora chiaro come vengano calcolate». Un problema questo che si estende a livello macroscopico e che richiede un nuovo modo di pensare il settore su un piano collettivo, facendo rete e costruendo sinergie. «Noi come molti altri abbiamo partecipato a diversi bandi ma fino ad ora non abbiamo ricevuto aiuti», aggiunge Segale. «Manuel (Agnelli, n.d.r) e Rodrigo (D’Erasmo, n.d.r) si sono spesi anche in prima persona a favore di iniziative per tutto il settore che hanno portato quantomeno alla sensibilizzazione sul tema da parte delle istituzioni. Il Ministero dei Beni Culturali ha stanziato un fondo ad hoc indicendo un bando che a breve dovrebbe portare i primi risultati, erogando aiuti a diverse realtà del settore». Per questa fase e in particolar modo per quella successiva del post pandemia, le istituzioni potrebbero ricoprire un ruolo chiave nell’assicurare la sopravvivenza e la longevità dei circoli culturali. «Un contributo una tantum non risulterà certo sufficiente», spiega Jaus. «Ma questo non fa che confermare l’esistenza di un problema sistemico: associazioni e centri culturali restano fuori fuoco, non completamente compresi né considerati dalle politiche attuali. Bisognerebbe fare presidi animati congiuntamente da cittadini e istituzioni che invece troppe volte ci considerano ancora realtà liminali, luoghi informali». Una battaglia per il riconoscimento di spazi eterogenei che usano linguaggi diversi la sta conducendo anche Germi: «Questo si potrà ottenere solamente facendo rientrare realtà come Germi in un modello preciso con dei codici Ateco dedicati e facendo una mappatura reale sul territorio», continua Segale. «La via che stiamo proponendo alle istituzioni è quella di seguire il modello dei cinema d’essai e applicarlo con caratteristiche ben precise a spazi che si occupano di cultura a 360 gradi. Solo così si potrà avere un riconoscimento degli spazi stessi come poli culturali veri e propri».

Zalib

Nonostante si prospettino mesi di sfida per il mondo della cultura, anche dal vuoto e dalla mancanza si potranno generare nuova vita e scoperte, perché, come scrive Chandra Livia Candiani, «la rinuncia non è un danno permanente e forse insegna anche qualcosa»: «Vogliamo usare questi mesi anche per fare silenzio», spiega Vitale. «Da maggio siamo stati tutti travolti dal dover fare, dover dire. Ora abbiamo consapevolezza e siamo in grado di dirci che possiamo usare il giusto silenzio alla produzione. La sensazione di vuoto continuiamo a viverla da mesi. Siamo il luogo dell’incontro, e la mancanza di questo incontro muove domande di senso: può esistere uno spazio culturale chiuso? Ha senso provare a fare una resistenza? Sono domande che non trovano una risposta nell’immediato. Però niente viene per nuocere: aver dovuto ricostruire, ci ha permesso di amalgamarci di più come gruppo, di stringerci. Si è creato uno spazio di lavoro in più: quello delle relazioni tra di noi. Oggi è uno spazio di intesa nostra, e questa cosa verrà notata dal pubblico che tornerà a frequentare i nostri spazi».

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