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L’ultima lettera di Bruce Springsteen, tra Flannery O’Connor e Roberto Bolaño




Il treno della morte

Il nuovo album di Bruce Springsteen Letter to You, pubblicato in ottobre, si apre con l’immagine di un grande treno nero in arrivo che potrebbe rimandare al treno della morte della tradizione gospel – Death’s Black Train is coming cantava il reverendo J.M. Gates nel 1926 così come allo Slow Train Coming di Bob Dylan e a centinaia di altri treni che viaggiano sulle rotaie della tradizione musicale americana dacché esiste la ferrovia.
Alcuni di questi sono stati anche presi (e ripresi) in passato dallo stesso Boss, come ad esempio in The Land Of Hope And Dreams, dove un vecchio gospel intitolato This Train (is Bound of Glory veniva riaggiornato modificando i passeggeri a bordo – non più soltanto i giusti e i santi [1], ma santi e peccatori tutti insieme [2] – mantenendo, invece, invariato il paradiso come destinazione finale del loro viaggio post mortem.

Che ci sia un collegamento diretto o meno, non v’è dubbio che la morte (e tutto ciò che viene dopo) sia uno dei temi (e dei treni) portanti del nuovo album del nostro; lo si capisce fin da subito con l’apertura delicata, quasi in punta di piedi, di One Minute You’re Here, dove titolo e ritornello lasciano poco spazio ad altre interpretazioni: «Un minuto sei qui / Il minuto dopo non ci sei più», canta il Boss mentre cammina fra luna park abbandonati, cieli neri come la pietra e fiumi che scorrono ai margini della città dove è nato e cresciuto.
Il tono dimesso del brano iniziale, con quell’arpeggio che sa di ultimo congedo e quel penny lasciato sui binari «mentre il vento estivo canta la sua ultima canzone», a primo impatto potrebbero far pensare a un ultimo saluto del Boss.

Springsteen

Una lettera d’inchiostro e sangue

Ma in realtà già a partire dal secondo brano – la famosa lettera del titolo – la musica cambia, caricandosi di pathos e facendoci capire che il vecchio Boss è tornato. E soprattutto che non ha nessuna intenzione di andarsene, dovesse pure crepare con la chitarra in mano oppure con la penna. La stessa con cui probabilmente ha scritto queste sue nuove lettere-barra-canzoni, vergate d’inchiostro e sangue:

Things I found out through hard times and good
I wrote ’em all out in ink and blood

Lo dice chiaramente anche in una delle scene finali del nuovo film-documentario girato da Thom Zimny e disponibile in esclusiva su Apple TV: «Andremo avanti finché non ci seppelliscono tutti». All’origine c’è sempre il suo bisogno costante di comunicare, dice ancora Springsteen all’inizio del film. Solo che per appagarlo il Boss ha scelto lo strumento della chitarra: una passione che risale alla sua infanzia ed è stata propiziata da un’apparizione di Elvis in TV. Fu proprio in seguito alla visione del King del rock’n’roll, infatti, che alla tenera età di sette anni Bruce ebbe la sua prima chitarra a noleggio. Pur non sapendola suonare, ha raccontato di come il dimenarsi in giardino con quella chitarra gli diede una sensazione di libertà totale che non aveva mai sperimentato prima. Quella stessa libertà che in futuro cercherà nelle sue canzoni e trasmetterà al suo pubblico.

Springsteen

A quanto pare anche questo nuovo album – il numero venti in carriera – ha avuto origine grazie a una chitarra speciale che gli era stata regalata da un fan italiano al termine di uno spettacolo e che aveva inizialmente abbandonato in un angolo della casa. Ma nessuno mette una chitarra di Bruce in un angolo, nemmeno lui. E infatti poi l’ha ripresa in mano proprio per scrivere la primogenita del nuovo disco, Last Man Standing, un’ode ai bei tempi andati, passati a suonare in tutti i locali del New Jersey – quasi una Glory Days  minore[3] caratterizzata dal classico suono della E Street Band. Questa volta la storica band del Boss si è riunita per l’occasione nella sua nuova e migliore formazione possibile, alla quale si sarebbero aggiunti volentieri anche altri due membri storici: Danny “The Phantom” Federici (morto nel 2008) e Clarence “Big Man” Clemons (morto nel 2011) –«il cui spirito è ancora con noi », dice il Boss a un certo punto del film. È alla loro memoria, infatti, che sono dedicate diverse canzoni dell’album, intrise al tempo stesso di morte e immortalità, come il brano di apertura One minute you’re here, il secondo singolo Ghosts[4]  e il saluto finale di I’ll See You In My Dreams: We’ll meet again in another land.  Un arrivederci a quegli spiriti e a quelli di altri ex compagni di viaggio che non ci sono più, come gli amici di Freehold morti in Vietnam, quando il Boss era soltanto un ragazzo con una chitarra piena di sogni.

Ma c’è una figura in particolare che più di tutte le altre ha ispirato questi nuovi brani e queste riflessioni. Si tratta di George Theiss, ex compagno di avventura (e semi-rivale) in quella che fu una delle primissime band del Boss, i Castiles. Nell’autobiografia Born to Run, di fatto un altro prezioso tassello del grande romanzo americano di cui lo stesso Springsteen si è nutrito (con Steinbeck, Flannery O’ Connor e Cormac McCarthy in pole position), l’amico George Theiss viene descritto ironicamente come «both Elvis and Paul McCartney». È stata la notizia della sua morte, avvenuta nel 2018, ad aver dato letteralmente il la alla composizione di Last Man Standing, la canzone da cui hanno preso il via tutte le riflessioni del nostro sulla vita e sulla morte, una volta resosi conto di essere rimasto l’unico membro ancora in vita della sua prima formazione musicale.

Lo stregone della pioggia e le tre canzoni dei ’70s

Ok, tutto molto bello, ma dove sono gli sconfitti e gli emarginati? I peccatori, le anime perse, i salvatori? Insomma, dove sono le tematiche springsteeniane che ci accompagnano da sempre? Dov’è la politica?
Per quanto riguarda quest’ultima siamo molto distanti dai fantasmi di Tom Joad  o da quelli di The Rising e di Wreking Ball; nonostante lo storico impegno politico del Boss e la concomitanza delle elezioni americane più tese della storia, questa volta la politica non c’entra, o meglio c’entra poco, nel senso che è tutta concentrata in un unico brano, The Rainmaker, «che sta lì a rappresentare il disco che non ho fatto», ha dichiarato il Boss.

Tolti altri due versi di House Of A Thousand Guitars, dedicati a Trump [5], The Rainmaker è l’unico brano in scaletta in cui si critica l’operato dell’ormai ex Presidente, paragonandolo a quello di un demagogo che manipola l’opinione pubblica, dicendo che «il bianco è nero e il nero è bianco, che il giorno è la notte e la notte è il giorno». Uno «stregone della pioggia» che approfitta della situazione di siccità e della disperazione della gente, perché «a volte la gente ha bisogno di credere in qualcosa di così cattivo / che finisce col pagare qualcuno che mandi la pioggia».
Il resto dei suoi pensieri anti-Trump, invece, stavolta il Boss non li ha messi in musica, ma li ha affidati ad una poesia di Elayne Griffin Baker letta durante la sua trasmissione radio e postata pochi giorni prima delle elezioni:

Springsteen

Per quanto riguarda, invece, gli altri vecchi temi tanto cari al nostro, l’effetto nostalgia è garantito dalle tre canzoni che Bruce ha ripescato dagli archivi del suo passato. Le tre canzoni, Janey Needs A Shooter (fonte d’ispirazione per la quasi omonima Jeannie Needs a Shooter di Warren Zevon), If I Was The Priest (incisa anche da Allan Clarke degli Hollies nel ‘74 ) e Song For Orphans (di matrice dylaniana e come tale apparsa solo in qualche bootleg clandestino), risalgono tutte al 1972-73. Si tratta, quindi, di canzoni scritte quando Bruce aveva poco più di vent’anni, riarrangiate, suonate e cantate a cinquant’anni di distanza da un uomo che di anni oggi ne segna settantuno. Come nell’adattamento seriale di Watchmen, si tratta di tre pillole di nostalgia che sono dolorose, ma necessarie. E non è certo un caso che tutti e tre i brani superino i sei minuti di durata. Certi viaggi richiedono tempo. E spazio. Devono riempire un vuoto.

La prima in ordine di apparizione su disco – Janey Needs A Shooter – ha l’epicità classica di una Backstreets e un testo nudo e crudo che aggiunge un altro tassello alla galleria di personaggi spezzati dalla vita, alla disperata ricerca di un’ancora di salvezza. La Janey del brano la cerca nei posti e negli uomini sbagliati: c’è un prete che non è in grado di ascoltarla, nonostante le sue confessioni («Con le sue porte spalancate, lei implora di entrare / Ma lui è da tanto tempo pietrificato lì fuori»), un poliziotto che la pedina e la spaventa, e un vecchio dottore, anzi un vecchio ginecologo dalle mani fredde, che «la scruta dentro con le dita, ma conosce il suo cuore solo attraverso lo stetoscopio». La storia di Janey ci scorre davanti agli occhi come un film musicale perché, come disse una volta Ennio Morricone, «la scrittura di Springsteen è cinematografica: ogni verso è un’inquadratura, ogni strofa è una scena, e ciascuna canzone ci presenta un personaggio ritratto a tutto tondo, colto nel momento decisivo della sua vita».
Anche nel secondo pezzo d’archivio – If I Was The Priest – si ripresenta fin dal titolo la figura di un ipotetico prete. Ma tutta la canzone, in realtà, è impregnata dell’immaginario cattolico mischiato con quello western, in un mix cinematografico d’altri tempi che regala immagini indelebili: c’è la Vergine Maria «drogata e spacciatrice che recita messa la domenica e vende il suo corpo il lunedì», uno Spirito Santo che «gestisce lo spettacolo di burlesque» e infine una sorta di Gesù Cristo-sceriffo, pronto a «sventolare le sue sei pistole» per assicurare una parvenza di giustizia, o quanto meno di sicurezza, a un mondo che sembra una jungleland dell’anima.

E proprio in questo contesto da cinema del deserto dei perdenti si inserisce anche Song For Orphans, che come è stato notato da più parti è anche la più dylaniana del lotto grazie al suo andamento folk-rock accompagnato dall’armonica a bocca. Il tutto abbinato a un testo-fiume di difficile comprensione perché pieno di personaggi che sono metafore viventi: «Cheerleader vagabonde e ragazzini con grandi amplificatori che suonano nel vuoto / Vamp dell’alta società ed ex campioni di pesi massimi che scambiano fuliggine per terreno». Un brano che, come ha spiegato lo stesso Springsteen, parla della lotta necessaria per trovare il proprio posto nel mondo e superare la sensazione di abbandono, ovvero dell’orfano interiore che tutti abbiamo avuto dentro di noi quando eravamo giovani e spaventati, ma anche tenaci e affamati di vita.
Poche storie: sono queste immagini che ci hanno fatto innamorare del cantautore americano e di ciò che ha sempre rappresentato per molti di noi, non solo il futuro del rock’n’roll, come scrisse Jon Landau la prima volta che lo vide dal vivo nel ’74, ma qualcosa di molto più umano e sentito, ovvero colui che, come ha scritto Eddy Cilìa, è stato «un fratello maggiore con cui percorrere le strade dei sogni che cercano, ridimensionandosi, di non trasformarsi in amarezza».
Insomma, se non si fosse ancora capito, siamo al cospetto di tre canzoni che sono tre tesori sommersi, tre capolavori (letteralmente) senza tempo, che da soli bastano e avanzano per innalzare il livello dell’album dalla media standard dell’ultimo ventennio (calante) del Boss. Non possiamo tuttavia parlare di capolavoro per una semplice ragione: nel resto del disco c’è fin troppa chiarezza. Quello che, infatti, ha sempre caratterizzato il Boss nei suoi anni di gloria è stata la sua capacità di dire le cose senza esplicitarle, lasciando che fosse l’ascoltatore a decifrare le sue immagini e a trarre le sue conclusioni dalla storia. Una lezione che lui stesso aveva imparato dalla lettura assidua di Flannery O’Connor, la scrittrice southern gothic della Georgia che con le sue storie di sangue, peccatori e redenzione più di tutti l’ha influenzato nella costruzione dei suoi personaggi e a proposito della quale aveva dichiarato: «Riusciva ad andare dritta al cuore di una certa meschinità umana che non esplicitava mai, perché se l’avesse esplicitata non l’avresti colta. Era sempre al centro di ogni sua storia, quel suo modo di lasciare un buco, quel buco che c’è dentro ognuno di noi. C’era qualcosa di oscuro, una componente di spiritualità che sentivo nelle sue storie e che mi spingeva ad esplorare i personaggi delle mie».

Springsteen
Bruce Springsteen fotografato da Danny Clinch

Rivelazioni di eroi

Al netto di tutto ciò, le canzoni ci sono e suonano più o meno tutte da dio, perché, come ci ha spiegato il Boss in Springsteen on Broadway, siamo davanti a uno di quei rari casi in cui 1+1=3. È una magia, un trucco, un potere magico che scaturisce da una comunione d’anime e di intenti che da sempre unisce tutti i membri della E Street Band. Nel loro sound c’è un senso di comunità e di famiglia allargata che traspare in ogni singola nota fatta di musica, cuore e sudore.
È tuttavia un viaggio strano e diverso dal solito quello che abbiamo compiuto questa volta con Bruce e compagni: c’è molto meno Kerouac e molto più Roberto Bolaño nel senso di questo viaggiare, che non è più via di fuga verso la libertà o ricerca interiore, ma un viaggio verso la morte e quello che potrebbe esserci dopo. C’è una frase in particolare dello scrittore cileno che potrebbe riassumere perfettamente la poetica di questo disco: «La morte è un’automobile con due o tre amici lontani». I loro nomi, già citati, sono Clarence Clemons, Danny Federici e George Theiss, che il Boss descrive e omaggia come veri e propri eroi, non solo dello strumento, ma della vita.

E allora ci torna utile ancora Bolaño che in Mollate tutto di nuovo definisce il poeta come un eroe rivelatore di eroi: «La poesia come un viaggio e il poeta come l’eroe smascheratore di eroi. Ripeto: il poeta come eroe rivelatore di eroi, come l’albero rosso caduto che annuncia l’inizio del bosco». Fortunatamente il Boss è ancora in piedi (Last Man Standing, ricordate?), ma a parte questo non mi viene in mente nessuna sua possibile definizione migliore di questa: un eroe che rivela altri eroi.
In conclusione, con questo nuovo album Springsteen inverte la rotta musicale del folk pop orchestrale che aveva intrapreso con l’album precedente, per tornare al classic rock del suo glorioso passato. In altre parole, abbandona la strada verso le stelle dell’ovest (Western Stars) per tornare a casa nel suo New Jersey. Una casa in cui ad attenderlo ci saranno sempre dei treni in fiamme (Burnin’ Train), mille chitarre (House of a Thousand Guitars) e il potere salvifico della musica (The Power of Prayer):

May the truth ring out from every small town bar
And we’ll light up the house of a thousand guitars




[1] This train is bound for glory / nobody rides it but the righteous and holy.
[2] This train carries saints and sinners / This train carries losers and winners.
[3] cfr. “Ma il tempo fugge via e ti lascia senza nulla, amico, se non noiose storie di giorni di gloria” Vs “Foto sbiadite che qualcuno ha scattato quando eri forte, giovane e fiero”.
[4] Sono vivo, posso sentire il brivido del sangue nelle ossa […] Alzo il volume e mi lascio guidare dagli spiriti.
[5] “Il pagliaccio criminale ha rubato il trono / Ruba ciò che non potrà mai possedere”.

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