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La mossa migliore. Confessioni di uno scacchista

La sopravvivenza del fascino degli scacchi all’interno della sterminata ludoteca che ormai ha preso il posto del mondo, il prestigio ostinato di cui continua ad ammantarsi questo gioco vecchio di un millennio e mezzo, hanno del miracoloso. Un po’ come il permanere dell’aura magica intorno alla letteratura e ai libri, in un universo di persone che non leggono.
Quand’ero un ragazzino, il primo dei tentativi che ho fatto per dare un senso alla mia vita è stato proprio quello di diventare un campione di scacchi. Ho dedicato allo studio del gioco gli anni del ginnasio, ma era evidente che il mio talento non era pari alle ambizioni. Allora ho ripiegato sulla letteratura… d’altronde Luca Doninelli, il grande scrittore bresciano, mi ha raccontato di aver deciso di scrivere romanzi solo dopo essersi rassegnato al fatto che non riusciva a rifare sulla chitarra l’assolo di Jimmy Page in Stairway To Heaven.
Un’eredità incredibilmente preziosa che gli scacchi mi hanno lasciato è stata però questa scoperta: ci sono alcune grandi leggi strategiche e psicologiche del gioco, riguardanti sia l’approccio generale alla partita sia i meccanismi decisionali che stanno dietro ogni mossa, che si applicano perfettamente alla vita. Trascendono gli scacchi e diventano proposte sapienziali, aforismi offerti alla meditazione, ispirazioni capaci di guidarci nel nostro viaggio nel mondo.
Proverò qui a illustrarvene sette, scegliendole fra le più suggestive.

1. La cosa più difficile è vincere quando si è in una posizione vincente.

Che paradosso! Eppure, pensandoci bene, è così: le qualità che ti hanno portato a realizzare una posizione vincente (fantasia, intraprendenza, creatività) non sono le stesse richieste per concretizzare il vantaggio e chiudere definitivamente la partita: accuratezza, lucidità, pazienza, saldezza di nervi, rimanere concentrati anche quando il più sembra fatto.
È lo stesso anche in tante situazioni della vita, non vi sembra? Pensate a un amore: le qualità che ti hanno permesso di sedurre quella persona non sono le stesse che ti occorrerebbero per conservare il rapporto.

2. Se giochi con un piano sbagliato puoi vincere comunque la partita; se giochi senza un piano perderai sicuramente.

Certo. Perché un piano è qualcosa che dà ordine al mondo, suggerisce un percorso, un’organizzazione delle cose da fare… e ti fa anche venire voglia di farle, le cose! Se segui una logica e una direzione, anche qualora la meta sia sbagliata, lungo il viaggio che intraprendi possono accadere imprevisti che a loro volta suggeriscono nuove direzioni e aprono nuovi orizzonti. E puoi anche decidere di fermarti prima della meta, in quel certo luogo attraente che hai trovato lungo il cammino. Se invece vaghi senza sapere che fare sei destinato a una sconfitta sicura.
L’esempio più illustre è evidentemente Cristoforo Colombo, che parte alla volta delle Indie con l’obiettivo di buscar lo levante por lo poniente e va a sbattere contro un continente imprevisto nel mezzo del viaggio.

3. Prima del finale gli dei hanno messo il centro di partita.

Attribuita a Siegbert Tarrasch, uno dei più grandi teorici degli scacchi, suggerisce di diffidare dei piani troppo a lungo termine. Non è in contraddizione con il consiglio appena dato, di giocare comunque con un piano? No, perché è vero che fin dalle prime mosse si segue appunto una strategia, per esempio giocare per un attacco diretto sul Re; oppure creare una posizione dominante al centro; o, ancora, provocare l’avversario e poi infilzarlo in contropiede; e così via. Ma il giocatore dev’essere versatile, elastico, pronto a cambiare piano se la posizione lo richiede e in particolare se l’avversario mette il piede in fallo e bisogna approfittarne.
Direi anzi che la rapidità nel cambiare progetto in base alla nuova situazione che si è creata è uno dei più grandi insegnamenti degli scacchi e si adatta a moltissime circostanze della vita reale, in ogni campo. Dallo scegliere la coda giusta al supermercato o cercare la strada più breve per arrivare in stazione, col treno che parte fra sei minuti, all’affrontare situazioni relazionali complesse e dolorose.

4. Non basta essere un bravo giocatore: bisogna giocare bene la partita.

Banale? Niente affatto. Negli scacchi, come in tutti gli sport agonistici, i risultati di una partita non sono determinati in partenza dalla quotazione dei contendenti, altrimenti basterebbe guardare quella e decidere chi vince senza nemmeno farli giocare. Capita spesso che un giocatore in teoria meno forte pareggi con uno più quotato o lo sconfigga, proprio perché al più forte non basta essere il più forte: deve giocare meglio dell’altro quella partita lì.
Applicata alla vita, questa legge non solo ci suggerisce di non dare mai nulla per scontato, ma in particolare ci parla della differenza fondamentale fra talento e determinazione. È inutile avere una Ferrari se il serbatoio è vuoto: a quel punto, per arrivare dove si vuole arrivare va meglio una Panda, ma che abbia benzina. Stephen King osserva che il talento è un bene inflazionato, una cosa comunissima che «si vende a chili come il sale» , mentre quello che fa davvero la differenza per ottenere un risultato (scrivere un romanzo, per esempio) è la determinazione. La capacità di applicare tutto il proprio talento, grande o piccolo che sia, a un obiettivo preciso.

5. La minaccia è più forte della sua esecuzione.

C’è bisogno di commentarla? Saltiamo pure l’applicazione scacchistica e passiamo alla vita: tutti i ricatti, a partire da quelli sentimentali, educativi, emotivi, di cui facciamo largo uso fra noi, funzionano fin tanto che il castigo rimane sospeso sulla testa della vittima. Nel momento in cui la spada cala, il potere di chi minaccia si annichilisce e la vittima torna libera. Magari morta, ma libera.

6. Nell’analizzare una posizione, le varie mosse e contromosse vanno esaminate una sola volta, fino in fondo, senza tornarci sopra.

Questa è una delle mie preferite e l’occasione di verificarla mi viene offerta ogni giorno! I campioni di scacchi, come sapete, quando riflettono sulla mossa da giocare devono prevedere diverse contromosse da parte dell’avversario, che a loro volta generano altre possibili risposte e controrisposte, fino a immaginare una sorta di albero ricco di ramificazioni e sottoramificazioni. Bene, quelli davvero bravi percorrono mentalmente ogni ramo e rametto una sola volta, senza tornarci più sopra. È necessaria molta fiducia in se stessi, nella propria capacità di analisi, ma è l’unico modo per non cadere preda della confusione e dei dubbi.
Qualche giorno fa ho lasciato l’auto nel gigantesco parcheggio sotterraneo di un centro commerciale che non conoscevo. Al ritorno, non la trovavo più. Il parcheggio era organizzato malissimo, non vedevo i classici numeri o lettere che ti aiutano a individuare una posizione. Sono andato dritto dove ricordavo di averla posteggiata, ma non c’era. Quel posto era buio, opprimente, e ho sentito salire una punta di ansia. Allora mi sono costretto ad applicare la regola: sono ripartito dal fondo del parcheggio – anche se così mi sembrava di perdere tempo – e ho esaminato sistematicamente tutte le file, senza mai tornare indietro. Eccola, l’auto: lontanissima da dove credevo di averla lasciata.
Servono altri esempi?

7. Pensa sempre che il tuo avversario giocherà la mossa migliore possibile nella posizione.

È l’ultima ma poteva essere la prima. Non giocare mai illudendoti che il tuo avversario sia stupido, distratto o ubriaco e che quindi probabilmente commetterà degli errori. Gioca sempre come se giocassi contro Dio. Ovvero contro il caso, contro il destino, la vita, il mondo, coalizzati per sopraffarti.
Qual è la conseguenza di questo approccio? Be’, dipende dai caratteri. Ci può essere chi si corazza di fatalismo davanti alla disfatta, pronto a dire: «Doveva andare così». Che invidia per queste persone! Per quanto mi riguarda adotto una versione modificata: «Io ho fatto del mio meglio, non posso rimproverarmi nulla. Ma è andata così».
Forse è qui che gli scacchi e la vita si somigliano davvero tanto. Di volta in volta il giocatore di scacchi fa la mossa che gli sembra migliore, e tutti noi giocatori della vita facciamo la stessa cosa: al bivio scegliamo la strada che secondo ogni evidenza pare quella giusta. È possibile però che questa sequenza di scelte ragionevoli porti, sorprendentemente, a una posizione persa. A una situazione disastrosa, magari anni e anni dopo che abbiamo fatto quelle scelte.
Eppure, vi dico la verità, da quando ho capito che le cose stanno così ho smesso di avere rimpianti. Ha poco senso voltarsi a guardare il passato e dire: «Lì dovevo fare questo invece di quello; ecco, lì ho proprio sbagliato». Non esistono errori, solo situazioni concrete in cui hai fatto quello che ti sembrava giusto o semplicemente quello che potevi fare. Quello che eri in grado di fare. Ora che contempli il panorama dall’alto della collina e vedi bene il labirinto dei sentieri nel bosco è facile dire: sarei dovuto andare a destra invece che a sinistra, avrei fatto meglio a costeggiare il torrente invece di attraversare il ponte.
Forse alla fine tutto il ragionamento che abbiamo fatto insieme ha solo questo senso: che gli scacchi non ti insegnano solo a vivere in modo più razionale. Ti insegnano anche a perdonarti.
Ti insegnano, senza averne l’aria, a volerti più bene.

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