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Il rinascimento dell’LSD. La scommessa psichedelica della nostra epoca



Evviva! È uscito per Quodlibet La scommessa psichedelica, il potenziale best-seller sul cosiddetto “rinascimento psichedelico” degli ultimi anni. Il fatto è che da poco è tornato legale l’uso delle droghe allucinogene in terapie psichiatriche sperimentali e un po’ alla volta si è riaccesa la curiosità generale. Soprattutto hanno ripreso coraggio i tanti appassionati di tutte le estrazioni sociali che per cinquant’anni li hanno usati clandestinamente. Perché gli allucinogeni circolano nella nostra società: la gente ne fa uso in psicoanalisi clandestine, in cerimonie sciamaniche, in feste, raduni e soprattutto come droga di strada. E parallelamente, nonostante gli anni di stigma e di divieti, hanno continuato a parlarne scienziati, filosofi e uomini di cultura e il tema ha dilagato nell’arte, fino a insinuarsi nel linguaggio colloquiale e nell’estetica popolare.
Il libro dà voce a una cultura sommersa che ha vissuto nell’ombra dei media underground per quasi mezzo secolo e azzarda una scommessa: superare i limiti – e in certi casi l’ipocrisia – di un approccio esclusivamente psichiatrico, per mettere in luce le sfide e le connessioni più ampie della psichedelia. Quattordici autori (scrittori, giornalisti, politici, critici letterari, raver e memer, tutti appassionati osservatori e operatori della cultura contemporanea) ci raccontano in altrettanti articoli un pezzettino di questa storia, si pongono alcune domande e non sono per niente d’accordo sulle risposte.

Mano a mano che ci si addentra nel libro, si intravedono le stratificazioni della scommessa psichedelica a seconda dell’ampiezza delle vedute ma anche, più prosaicamente, del dosaggio delle assunzioni. Una delle novità del rinascimento è infatti la tendenza a usare dosaggi minimi (microdosing), che non stravolgono lo stato di coscienza ordinario con le caratteristiche distorsioni percettive. Al contrario, con una dose sufficiente il vissuto può svilupparsi in vario modo: dalle semplici visioni geometriche e cubiste, all’immaginazione cosciente e vivifica di ricordi e fantasie, fino a intuizioni e cambiamenti dei significati delle cose e a visioni mistiche, con uno sgretolamento delle categorie dell’intelletto e dei paradossi della ragione.
Anche fra gli articoli che puntano su quell’esperienza più profonda e significativa che parte dalla distorsione sensoriale ci sono diversi gradi di apertura e di scommessa, a partire da quella più modesta che punta su un uso individuale per poche persone, fino a quella massima che punta su una diffusione sempre più ampia, con ricadute su tutta la società. La puntata minima prevede un utilizzo squisitamente medico rivolto unicamente a persone con disagi psichici: la mente sana è unicamente quella conscia e va turbata solo se necessario, il primo rilancio è quello di coloro che aggiungerebbero alla platea anche persone sane, con scopi di indagine intellettuale o psicoanalisi, ma sempre sotto supervisione medica (si fermano a questo punto gli articoli di Ilaria Giannini, Agnese Codignola e Marco Cappato).

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Più audaci ancora si dimostrano gli altri autori, tutti concordi che un’eccessiva medicalizzazione degli psichedelici ne penalizzerebbe le prospettive politiche. Sembra che costoro come me ne abbiano fatto esperienze positive e significative in ambito extra-medico, spesso da giovani e che come la generazione degli anni Sessanta le abbiano condivise con i propri amici, collegandole alla fantasia, agli ideali e alla voglia di cambiare il mondo e non vogliano pensarle ridotte a «ingegneria clinica». L’articolo di Francesca Matteoni sull’ayahuasca, ad esempio, invoca la sensibilità della coscienza ecologica, mentre quelli di Chiara Baldini e del curatore Federico di Vita sui nuovi rituali di musica elettronica, reclamano un uso dionisiaco degli allucinogeni (ricollegandosi a nobili radici culturali, dai misteri dell’antica Grecia fino alla sindrome di Stendhal dei romantici). Come certe frange dei Figli dei fiori, questi tre autori pongono la loro fiducia nel singolo individuo e puntano su una rivoluzione interiore che di riflesso potrebbe fecondare tutta la società.
Un ulteriore rilancio arriva infine da quelli che – oggi come allora – vorrebbero invece che l’esperienza psichedelica provocasse piuttosto una presa di coscienza collettiva in vista di una rivoluzione esteriore: quel rinnovo della società che allora avrebbe superato la guerra fredda e che oggi sogna, con Mark Fisher, di oltrepassare il realismo capitalista. Si pongono in questa prospettiva Vanni Santoni, Dal Dosso e Nicolaus, Camurri e Magini, fino alla puntata più estrema di Andrea Betti e Carlo Mazza Galanti, che se la prendono con i teorici della rivoluzione psichedelica come pratica ad uso elitario, oppure condannata alle manipolazioni del narcocapitalismo.
Il cuore del libro batte in fondo su questo antico dilemma: già Hoffmann (lo scopritore dell’LSD) e Huxley (il profeta delle Porte della Percezione) mettevano in guardia i divulgatori come Leary, che nel ’62 somministrava acidi ai suoi studenti in università. Secondo Leary, quando quattro milioni di giovani americani avessero provato l’LSD si sarebbe innescata un’escatologica rivoluzione. A quanto pare si sbagliava: limitando il ragionamento a parametri quantitativi-materiali (il dosaggio, la diffusione, ecc.), dava per scontata e universale la qualità dell’esperienza.

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La qualità però non può essere ridotta a parametri quantitativi-materiali: in un contesto negativo, o con una predisposizione contraria, è possibile che la percezione aumentata dei colori dovuta al microdosing innervosisca e basta, come è possibile assumere una dose elevata e non capirci semplicemente nulla, o ancora è possibile che una dose media ti spedisca per mesi nel magico mondo dei rettiliani (perché è vero, in rari casi l’LSD può portare a squilibri mentali). Un conto infatti è sostenere che ci si debba affidare alla scienza per la sicurezza medica, un altro è chiedere alla scienza di dimostrare la bontà di certi atteggiamenti nei confronti della vita. Se sono i ricercatori stessi a sottolineare che i risultati benefici sono da ascrivere all’interpretazione e non alla sostanza, significa che dietro al dito delle immagini ematoencefaliche della neurologia non possiamo più nascondere l’enorme luna dell’inconscio.
Questo vale sia per l’esperienza individuale sia per quella collettiva. Alcuni degli autori mostrano infatti come già nel vissuto del singolo le questioni significative eccedano il piano quantitativo-materiale e finiscano nell’universo estetico-qualitativo di immagini, sensazioni, suggestioni:

«Verso la quarta o quinta faticosissima ora di trip… osservavamo i resti del nostro accampamento… Credemmo tutti e quattro di riconoscere delle reliquie sacre di un tempo molto antico. I taralli erano atavici, l’uva spiaccicata era il frutto prezioso di cui si nutrivano i nostri antenati nel Mediterraneo. E le formiche… creature benedette che compivano il loro nobile dovere millenario» (Peppe Fiore).

Se fosse stato presente uno scienziato, cosa avrebbe osservato, limitandosi a parametri quantitativi-materiali? La pressione, la temperatura, la respirazione. Avrebbe potuto eseguire uno scan encefalico e poi inserire il caso in una statistica sulla base di questionari, ma non avrebbe potuto notare nulla riguardo ai significati inconsci di questa visione, né osservare i collegamenti tra questa esperienza e la sua formazione sociale, psicologica e politica. Non è un mistero ricavato solo dalla ricerca psichedelica che la scienza occidentale sia molto brava col microscopio, ma si perda quando si tratta di guardarsi negli occhi, magari allo specchio.
Anche per le più ampie scommesse sociali, non è possibile inculcare l’esperienza tramite una somministrazione meccanica secondo parametri meramente quantitativi. Ci avevano già provato gli antagonisti della rivoluzione culturale degli anni Sessanta, i famigerati agenti della CIA che provarono a utilizzare l’LSD per il lavaggio del cervello nel progetto MK-ULTRA. Ma senza risultati: ad accanirsi, la mente può essere distrutta con diversi processi farmacologici, ma sembra difficile ricostruirla a piacere.
Al contrario, l’esperienza con queste sostanze è un viaggio in quell’universo estetico che abita ognuno di noi, che non è controllabile come il mondo materiale, e con cui hanno più dimestichezza i mistici, gli artisti, i pazzi, i veggenti. È il mondo del significato inconscio delle azioni, dei giudizi, delle associazioni, che coinvolge – sotto alle certezze dogmatiche della scienza applicata – le sfere più intime della cultura, dove resistono l’arte e la religione come baluardi della libertà cognitiva. All’interno di questa linea, i due articoli del libro che si concentrano direttamente sul piano estetico e simbolico – quello di Edoardo Camurri dal titolo Gnosticismo Acido, e quello di Silvia Dal Dosso e Noel Nicolaus su LSD e memi di Internet – sono i più significativi e anche i più difficili. I loro articoli ci mostrano dinamiche che si svolgono tra diverse idee, diverse culture: lo scontro di simboli e significanti diventa uno scontro magico e alchemico tra forze estetiche, che si ripercuote sul voto americano come sulle allucinazioni del singolo individuo.

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Autori come Hoffmann e Huxley, più prudenti dei nostri contemporanei rinascimentali, e altri ancora come Jung o Bateson, che hanno lottato contro il paradigma materialista, ci avvisano che se davvero è arrivato il momento di ripensare il nostro rapporto con l’inconscio e riprendere confidenza con le parti più profonde e irrazionali della nostra esperienza, possiamo anche concentrarci sui sogni, la mitologia, le relazioni, la bellezza, la natura, le altre culture, la musica, i rituali, ecc. Questo perché le esperienze psichedeliche possono diventare un ottimo ancoraggio per chi ha già una certa propensione e un certo rinforzo sociale, ma non possono aggiungere nulla in modo meccanicamente e materialisticamente determinato. L’esperienza ci può anche essere, ma sprechiamo la puntata se la giochiamo al tavolo del materialismo. Possiamo giocarcela invece al tavolo delle idee, per esempio proprio nella scelta delle metafore che utilizziamo.

Il rinascimento di tipo divulgativo è galvanizzato dalla metafora dell’esperienza psichedelica come un computer che si riavvia. Questa metafora materialista è però assai pericolosa, perché quando riavviamo il computer compiamo un’azione puramente meccanica e il computer non deve certo interpretare quello che gli sta succedendo. Ne propongo quindi una differente: all’Università di Pisa hanno indotto l’esperienza mistica stimolando i recettori della volta nasale tramite un puff di aria compressa insufflato con il ritmo lento della respirazione Pranayama. Studiando il sistema nervoso durante questo stato, hanno osservato come il flusso di informazioni nella corteccia cerebrale si inverta, andando non da funzioni superiori a funzioni inferiori (come avviene normalmente nello stato di veglia), ma viceversa (come nel sogno).
Questa inversione può essere efficace per rappresentare un grande dilemma della scommessa psichedelica. A un tavolo si giocherebbe la partita sul piano materiale, dove gli psichedelici verrebbero utilizzati per provocare nella società dei cambiamenti prestabiliti (sia esso il tentativo di costruire il soldato obbediente ma allo stesso modo anche quello di creare l’ecologista post-liberale), andando così dalle funzioni superiori della coscienza a quelle inferiori degli istinti. Ma se fosse proprio questa pretesa di utilizzare le parti più profonde e inconsce della nostra mente secondo piani precostituiti a costituire l’essenza della magia nera, quando al contrario la magia bianca è quella che le ascolta, senza pretendere di utilizzarle?
Al tavolo materialista della macchina algoritmica universale hanno sempre vinto violenza e totalitarismo. Se guardiamo agli allucinogeni come l’ultima fish da giocare su quel tavolo (come fanno e come hanno fatto certi interpreti del «comunismo acido»), che chance potremmo avere? Ma è possibile cambiare tavolo. All’altro tavolo la partita si giocherebbe invece su di un piano estetico-ideale, dove il flusso di informazioni va dalle funzioni inferiori a quelle superiori: in questo caso, mentre nel profondo della società si diffondono certi cambiamenti, riusciremo via via sempre più a integrare e a ritualizzare coscientemente i benefici (anche medici e scientifici) di queste pratiche.

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Chiudo con un ricordo personale di Giulio Giorello, filosofo e matematico libertario di quelli che preferisco, che uniscono l’amore per il rigore metodologico a quello per le eresie e i pensieri alternativi. Alla mia tesi di laurea, mentre parlavo dell’uso sperimentale e terapeutico che la psichiatria del Novecento aveva fatto dell’LSD, citai la nota frase di William James (già ripresa dagli Alcolisti Anonimi e abusata dal movimento psichedelico): «L’unico rimedio che conosco contro l’alcolismo è la religiomania». Giorello si intromise sorridendo: «Sappiamo anche che viceversa l’unico rimedio conosciuto per certi deliri religiosi è una buona bevuta di vino».
Lontano mille anni luce dal materialismo dogmatico delle chiese accademiche, l’ateismo metodologico di Giorello insegnava quella spiritualità laica che non lascia spazio a nessuna scorciatoia soprannaturale e a nessuna rivelazione. Dove spiritualità laica significa che il nostro rapporto col mondo, col nostro corpo e con la nostra mente, è irriducibile a qualsiasi verità universale, tanto meno al materialismo che ce le presenta come cose da utilizzare. E qui sta la differenza tra la laicità bianca di Giorello e il nichilismo nero della pillola mistica. Giorello citava il vino non tanto per campanilismo tradizionale, né solo per rovesciare la citazione di James, ma perché il vino è parte di una cultura libera, disinteressata, passionale, profonda, che non si lascia ridurre e mettere i piedi in testa dai protocolli medici e dalle cerimonie dei preti e nemmeno dai capi di stato e dai rivoluzionari. Forse, affinché il rinascimento non si riveli solo un fuoco di paglia (o diventi addirittura una restaurazione), abbiamo bisogno di una cultura che sappia accogliere e integrare la libertà cognitiva, i limiti del pensiero logico, le sue scienze, le sue manifestazioni rituali, le raccomandazioni degli antenati e le spinte dei giovanissimi.
Il fatto è che, come il vino e più in generale l’alcool, anche gli psichedelici sono già usati in riti di passaggio da una piccola percentuale della popolazione occidentale nella fascia di età dai 15 ai 25 anni. E se dicessimo che l’esperienza psichedelica (come altrimenti sognare, bere, pregare, fare musica o l’amore) è un po’ come diventar matti, ed è proprio questo a renderla un’esperienza forte, profonda, che può essere mistica, spaventosa, divertentissima, creativa, paranoica? Per questo il libro di Quodlibet ha una marcia in più: oltrepassando gli aspetti puramente medici e storici traccia a grandi linee il ritratto di una cultura forse ancora acerba, ma finalmente contemporanea.





Immagine di copertina: illustrazione di Rebecca Fritsche

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