19.11.2025

Da quando il fascismo è diventato mainstream?

Intervista a Valerio Renzi intorno allo stato di salute delle destre italiane

C’è un momento in cui quel culto dei morti residuale fatto di «parole senza idee» del postfascismo italiano si trasforma grazie a un’operazione cosmetica – non a caso svoltasi a Fiuggi – nelle governative cravatte rosa salmone di Gianfranco Fini. Come d’incanto una forza mai scomparsa ma quasi sempre relegata alla testimonianza e ai margini dell’agone politico diventa un interlocutore credibile con cui amministrare il paese. Di lì in avanti la prevalente destra illiberale del nostro paese ha subito diversi scossoni e inanellato un saliscendi di consensi, ma oggi la formazione erede del Movimento Sociale, con la fiamma nel simbolo, governa ed è considerata il primo partito dai sondaggi. Le loro parole d’ordine dacché venivano sussurrate nelle fogne, come da rivendicatorio foglio politico, sono finite in bocca a chiunque e dettano l’agenda alle forze politiche di tutto l’emiciclo. Nel leggere i libri di Valerio Renzi, Fascismo Mainstream e Le radici profonde (entrambi editi da Fandango) e seguendo la sua newsletter «S’è Destra», si percepisce questo smottamento in tutta la sua forza.

Oltre a essere uno dei personaggi ricorrenti nei fumetti di Zerocalcare (vi lasciamo indovinare quale), Valerio Renzi è un nerd del fascismo e a fianco alla collezione di Spider Man ha i libri di editori misconosciuti come Settimo Sigillo o le Edizioni di AR di Franco Freda. Come diremo scherzando più tardi a cena, è il Furio Jesi che possiamo permetterci. Lo incontriamo a Aniene, il festival estivo che si tiene a Parco Nomentano, fra tavoli da ping-pong e biliardini, birre e polpettine vegane di soia al sugo e pane bruscato. È previsto un dibattito con Leonardo Bianchi sulle nuove destre: fra le altre cose si parlerà di come la comunità ebraica romana sia slittata su posizioni sempre più oltranziste e del manifesto di Breivik, un malloppone di 1500 pagine vergato dall’autore della strage di Utoya, non proprio un libretto nero. Gli chiediamo come collocare la sua produzione all’interno della mole ipertrofica di pubblicistica allarmistico-sensazionalistica sul fascismo alle porte. Renzi indossa una camicia coreana bianca e prende tempo prima di rispondere, accarezzandosi la barba. Chi lo conosce sa che diffida di chiunque si rasi e, nemmeno a dirlo, la persona che lo sta intervistando è del tutto sprovvista di barba.
«Il lavoro che provo a fare, da giornalista con la sciarpetta e politicamente situato a sinistra, è quello di ripercorrere la genealogia di certe idee e cercare di capire il perché del loro successo all’interno della società».


Ecco, da un lato c’è chi lo ritiene un fenomeno storico irripetibile, come sostiene Renzo De Felice, dall’altro chi come Umberto Eco con l’ur-fascismo o più di recente Michela Murgia col fascistometro pensa che in fondo un po’ di fascismo si annida in ciascuno di noi. Ma non è che poi diventa la notte in cui (letteralmente) tutte le vacche sono nere?
Se cominciamo a dire che tutto è fascismo, niente è fascismo. Non lo possiamo rintracciare in ogni fenomeno politico che non ci aggrada, come quando si diceva che Renzi (Matteo, non l’intervistato, ndr) era fascista perché voleva cambiare la Costituzione. Ma un lavoro di archeologia delle idee sui fascismi, che vanno declinati al plurale, è utile, perché queste idee sono tornate agibili sul mercato politico. C’è un enorme dibattito definitorio su cosa sia o meno il fascismo, ma io direi, per semplificare, che è come il porno: quando lo vedi, stai sicuro che lo riconosci. L’importante è non pensarlo come una parentesi, un’anomalia all’interno della storia sana dell’Occidente.

Il suo ultimo libro ha per tema la questione culturale e come la destra sia attanagliata da questo complesso di inferiorità.
Su questo terreno la destra italiana si sta dimostrando incapace di occupare le casematte e fare egemonia, per utilizzare gli strumenti teorici di un autore come Gramsci che è stato cooptato all’interno del loro pantheon. Basti guardare allo scontro fra Galli della Loggia e Giuli. Proprio quel Galli Della Loggia che fin dagli anni ’90 più di altri si è speso per la legittimazione della destra, con operazioni tipo il picconamento della cultura democratica del ’68, della scuola pubblica, del mito della Resistenza comunista, per colpire una società tendenzialmente egualitaria in cui anche l’operaio vuol il figlio dottore. Ecco, proprio lui si è sostanzialmente visto dare il benservito su Twitter da Giuli, come a dire grazie tante, non abbiamo più bisogno di voi per fare egemonia. E invece ce ne avrebbero bisogno, eccome.

Da osservatore delle destre del globo terracqueo, questa doppiezza nostrana che tiene insieme il doppiopetto rassicurante di Almirante da offrire all’esterno e la paccottiglia evoliana per il dibattito interno, esiste ancora? C’è altrove?
Posto che nessun altro partito ha una filiazione diretta con il fascismo storico, nemmeno il Rassemblement National ha una genesi diretta col regime di Vichy o l’estrema destra spagnola col franchismo. Da questo punto di vista Fratelli d’Italia è un unicum nel panorama mondiale. Se, poniamo il caso, un politico di sinistra disconoscesse Che Guevara come un sanguinario, la sua base politica gli volterebbe le spalle. Nella destra italiana si può condannare il fascismo e contemporaneamente avere un’identità interna assolutamente compatibile con quello che abbiamo visto dall’inchiesta di Fanpage. Non si trattava di goliardia ma di formazione politica e sentimentale. Fratelli d’Italia ha conosciuto un boom di presenze parlamentari e istituzionali, con pochissime cooptazioni esterne. La stragrande maggioranza dei parlamentari era già dentro quando era ancora un partitino. La comunità di destino lì è una questione presa sul serio e, da tema marginale, ora ha una rilevanza nazionale.

Dunque un terzo dei votanti sarebbe diventato fascista?
No, non è che stanno votando la fiamma che si alza dalla bara di Mussolini. Il centrodestra ha un blocco di consenso molto solido, ma la leadership è volatile e non è detto che appartenga a Fratelli d’Italia. Nel corso degli anni gli exploit di Salvini prima e di Meloni poi hanno coinciso con l’opposizione ai governi tecnici.

Cambiano volti e nomi, ma qualcosa rimane. Dove affonderebbero Le radici profonde di tolkieniana memoria della destra?
Nel differenzialismo, ovvero naturalizzare le differenze di razza, di sesso, di classe, in senso esclusivo e gerarchico. La destra italiana non ha mai superato Evola con l’idea di una società organicista e castale, in cui ognuno deve svolgere il ruolo a cui è deputato.

E perché oggi assistiamo alla loro avanzata?
I due elementi di successo delle destre nel mondo hanno a che fare con la costruzione di un’agenda globale che non rinuncia a una certa radicalità e col non aver mai abbandonato la ricerca del consenso.

Ma com’è che uno finisce per ossessionarsi col fascismo, cos’è questa Sindrome di Stoccolma? Non è che a forza di guardare l’abisso, poi anche l’abisso ti guarda dentro? Non finirai come Cazzullo a gioire per la vittoria di Trump?
No, quello mai. Che vuoi che ti dica, è perché m’hanno menato al liceo e me la sono legata al dito.

Quando si dice voler comprendere le ragioni dell’altro a tutti i costi, anche se è il tuo persecutore.

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