05.11.2026

Andrew Sean Greer racconta la libertà di diventare se stessi a Villa Coco

Nell’ultimo romanzo del Premio Pulitzer la luce della Toscana nasconde un apologo sagace sul diventare adulti

Potrebbe sembrare lontano il mondo degli anni Ottanta, di un ragazzo di vent’anni – il proverbiale maschio bianco – e benestante quanto basta per non aver bisogno di cercare se stesso mettendo un oceano di distanza dalla cultura accademica dei propri genitori, e ancora di più potrebbe sembrare la Toscana vista con gli occhi di un americano di Washington, quella volutamente calcata sulla commedia piena di luce e di verde che si moltiplica nelle alternative possibili tra le serie e i film delle piattaforme di streaming. Potrebbe sembrarlo il tono ridente ma a tratti sarcastico. Invece, si racconta di noi più di quanto siamo capaci di vederlo.

Villa Coco (La nave di Teseo), il nuovo romanzo di Andrew Sean Greer, Pulitzer 2018, è un oggetto narrativo molto più acuto e sfidante di quanto qualche lettore poco accorto potrebbe aver voglia di considerarlo. Non solo perché ci vuole più mestiere per far ridere che per far piangere, saccheggiando Totò, e per scrivere un romanzo umoristico della precisione di quelli di Greer – e questo ne è una buona sintesi – se ne ha piena consapevolezza. Ma soprattutto perché c’è molto di più di un piacevole divertissement, ottimamente scritto, dietro a Lisabetta, per gli affetti Coco, e ai suoi arzilli e polemici novantadue anni, a Geoffrey – o meglio, Giovedì, come si ostinano a ribattezzarlo gli italiani, un po’ Robinson Crusoe, un po’ pigra insofferenza alle pronunce che sentono difficili –: c’è un apologo sulla libertà, innanzitutto, di essere se stessi. Di costruire i propri spazi a propria misura, rivendicando una fiera sordità – selettiva, si intende – di fronte a quello che qualcun altro ha deciso che dobbiamo essere, soprattutto nel tempo della vita in cui ci si aspetta solo la quiete dell’appagamento.
Un rifiuto scanzonato e provocatorio al punto di essere pungente, che diventa una lezione per chi – all’inizio della propria vita, quando si è smesso di essere bambini ma non ancora uomini – più che della liceità di rompere una regola ha bisogno della spinta a mettere alla prova il mondo, di essere spinto dove forse da solo non si aspetterebbe di andare. Fosse anche in una villa in mezzo al nulla in cui sgorgano pozzi neri, o a caccia di faine.

villa coco

Geoffrey è un ragazzo che nel suo scoprirsi – catapultato dal tempo caotico e tragico dell’Aids – sente di non avere più bisogno delle esperienze sfrenate che un giovane ragazzo gay di quegli anni poteva fare a New York. È l’archetipo di chi, presa la vita a morsi, sta sperimentando la fase immediatamente successiva: quella di chi ne è stato sorprendentemente travolto e ha fame di ordine in un caos. E che compito potrebbe svolgere, con queste premesse, se non l’archivista, venuto a catalogare i frammenti di una vita di una donna sfuggente e spigolosa che sembra aver attraversato tutto ciò che lui non riesce, invece, neanche a immaginare?
In realtà – con una precocità forse (questa sì) più statunitense che italiana – ha bisogno di rendersi conto di aver già varcato un confine. Non è più un eterno giovane, ma un uomo che ha un futuro da costruire, ma non sa come farlo. E ha bisogno di un buon maestro, come il vecchio Oscar, con la sua eleganza nel vestire e la misura nel parlare, per rendersene conto. E per fare la sua scelta sullo stesso confine su cui si muove Giacomo, cugino di Lisabetta, che il suo vero sé l’ha nascosto dietro un lavender marriage che, letto con gli occhi del 2026, farebbe quasi tenerezza, se non raccontasse un mondo e un tempo ancora non così lontano.

Quelli di Greer non sono romanzi a tematica queer, non ne hanno (più) bisogno. Che i suoi protagonisti siano spesso maschi gay, e sovente (ma non solo, se si pensa alle Vite impossibili di Greta Wells) coetanei dell’autore, è un dato che risponde soltanto al dettato narrativo di scrivere solo ciò che si conosce meglio. Sono (questo, come i Less) romanzi di formazione, che si traducono in una formazione a se stessi. Che regalano cittadinanza letteraria a figure nuove: non più l’eroe che si scopre pieno di doti, ma nemmeno l’inetto simpatico da cui il lettore possa tracciare la propria divertita distanza, e nemmeno (per fortuna) la figuretta ormai abusata dell’empatico e del fragile che rinuncia all’invenzione in favore dell’autofiction.
Il meccanismo dello scrittore Greer è acclaratamente, quasi smaccatamente finzionale, ed è abbastanza ben manovrato da non aver neppure bisogno di stravolgenti svolte di trama per non permettere al lettore di posarlo o rallentare la lettura, a patto, si intende, che ogni piccolo dettaglio disseminato con cura e solo apparente leggerezza – assenze ingiustificate, oggetti che spariscono – conduca a un finale, quello sì, imprevisto e imprevedibile. E – dentro a questo ingranaggio – l’autore affida la parte del protagonista a quelli che, nell’epica della narrativa, si pensa non debbano avere molto da raccontare. E invece non solo Geoffrey sostiene bene la sua parte in commedia, ma forse riempie persino un vuoto (all’intersezione di diversi estremi: non patetico, niente affatto enfatico) che ancora restava in attesa del suo alfiere.

villa coco
Andrew Sean Greer

Vale la stessa cosa per le ambientazioni. Siamo solo apparentemente dentro la Toscana degli stereotipi, da disinnescare a beneficio di quel pubblico (il primo di Greer, oltreoceano) che ancora ci crede. A loro si lasci pure l’intento di scanzonata didattica che Greer, ormai «italiano» per gran parte dell’anno, si assume con un sorriso: come non si condisce pasta con il pesce o cosa non fare con un cappello nelle prossimità di un letto. Al lettore italiano, oltre al piacere di guardarsi da fuori, si lascia la voglia di riempire, ancora una volta, spazi di racconto. Come cambia il gioco sullo stereotipo se da Firenze ci si sposta a Comacchio, o a Ravenna?
E nel frattempo, mentre si è giocato con tutti questi elementi, si è tracciato anche un eloquente ritratto di quelle classi sociali che al pubblico americano – diviso, stando a Francesco Costa, più per affinità etniche che di censo – sono forse meno note: tra baronesse con un titolo di origini fumose, giovani eredi a cui il danaro non ha comprato la felicità, e quello spocchioso e (spesso involontario) etnocentrismo che impedisce a tante signore della buona società di chiamare davvero per nome chiunque venga da fuori dal cosiddetto Occidente eppure esige una conversazione che, a tavola, distingua un pittore del Rinascimento da un romantico, e si svolga rigorosamente nella lingua di Dante. In Villa Coco, Greer è affettuoso con tutti i suoi personaggi, ride con loro e mai di loro (altra postura oggi poco usuale, eppure di cui forse si sente la mancanza), ma sta facendo un esercizio tanto sottile e raffinato quanto pungente, se lo si vuole leggere in questa chiave.

Del resto, come accade alle architetture ben modellate, i piani di lettura sono molti, diversi, e a volte esorbitano persino dalla volontà di chi li ha costruiti: quello che forse, in fin dei conti, dovrebbe fare la buona letteratura. Per poi lasciare a ogni paio di occhi la libertà di scegliere il proprio personale piano (come quelli di una vecchia villa nel nulla della campagna toscana) da esplorare e riconoscere, e magari installarci, almeno temporaneamente, la propria stanza.

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