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Un modo di possedere il mondo reale. Sei vecchio di Vincenzo Marino



C’è una cosa che mi colpisce molto di tutto il discorso sul rapporto che la Gen Z ha con i social e, più in generale, con gli ecosistemi digitali, e l’ha detta Carlo Pastore alla presentazione di Sei vecchio. I mondi digitali della Generazione Z, il nuovo libro di Vincenzo Marino, edito Nottetempo. Pastore parlava di una modalità di possesso del mondo: TikTok non è più solo il filtro attraverso il quale si fa esperienza del mondo, ma di più, un modo per possedere tutto, per arrivarci, per stringerlo – in maniera assolutamente effimera – e per conoscerlo. Non è una tenda traslucida e semitrasparente, oltre la quale intravedere le sagome del mondo reale, e che si può spostare in qualunque momento. TikTok è il mondo.

E se TikTok è il mondo, perlomeno quello della Gen Z, il passaggio successivo sembra naturale: cosa può dire TikTok stesso di una generazione che sembra sempre più inafferrabile, nata in un mondo che già dava per scontato internet, cresciuta con i social network e i messaggi illimitati, in una continua spirale di comunicazioni, bombardata da migliaia di messaggi ogni giorno, sottoposta a più stimoli di qualunque altra generazione precedente.

TikTok non è un’app pensata per la comunicazione, però. È pensata più per l’intrattenimento. Lo sottolineava già anche Valerio Bassan, nella sua newsletter Ellissi, sostenendo come tutto, nell’app cinese, concorra in realtà a uccidere i social network «per come li conosciamo oggi». Chi scrive – io, che sono nata esattamente a cavallo tra due generazioni, e oscillo tra l’essere una Millennial piccolissima o una Zoomer un po’ più grande – non ha mai scaricato TikTok, e perciò si limita a riportare stralci di discorsi e informazioni raccolte nei luoghi più disparati, ma certamente chi legge lo sa benissimo: su TikTok l’algoritmo non privilegia in alcun modo i rapporti d’amicizia, ma in qualche modo coglie cosa vorresti vedere, e te lo mostra. Non sempre ci azzecca, ma il più delle volte sì, e il risultato «è che una sessione di TikTok è capace di tenerti attaccato allo schermo per un lasso di tempo incredibilmente, inavvertitamente lungo, risucchiato dalla ricerca di qualcosa di diverso».

sei vecchio

È questa ricerca del diverso, di quel contenuto che finalmente giustifichi lo scroll annoiato delle ultime ore, a motivare tempi di utilizzo lunghi al punto da spingere la stessa app a introdurre un limite massimo (di un’ora) per i minori. E tutto questo – va sottolineato – senza alcuna intenzione di entrare in contatto con i propri amici, quelli tangibili. 

Ma non è sempre esattamente così, e non è vero che gli Zoomer hanno perso qualsiasi desiderio di comunicazione. Sarebbe una riduzione semplicistica affermare che la Gen Z cerca solo intrattenimento, e anche se certamente di vero c’è che la definizione originale di social network (da Wikipedia: un servizio Internet per la gestione dei rapporti e delle reti sociali) non restituisce più il senso profondo di quelli che sono i luoghi digitali popolati dalle generazioni più giovani, quel desiderio di comunicare c’è ancora. Semplicemente, si manifesta in modalità differenti rispetto a quelle cui ci ha abituati Facebook.

Per spiegare il punto, è utile, più che tornare su TikTok, spostarsi su Twitch, il servizio di live streaming di proprietà di Amazon che conta ormai più di 31 milioni di visite mensili medie. Con un algoritmo meno intuitivo rispetto TikTok, in Italia è conosciuto soprattutto per i contenuti gaming, e rimanda a un immaginario nerd che in realtà a Twitch sta strettissimo, se non altro da quando, dopo la pandemia e i vari lockdown, si è allargato a ospitare una varietà di contenuti insospettabile per chi non sia solito frequentarlo. 

Non è solo gaming, ma si parla di libri, di cucina, di cinema, pure di politica. E, in ogni caso, anche quando si tratta effettivamentedi gaming, il punto non è tanto guardare in religioso silenzio qualcuno intento a giocare all’ultimo aggiornamento di Call Of Duty, quanto ritrovarsi, nello spazio della chat, con persone affini, che magari non hanno un volto e mai lo avranno, ma non per questo sono meno reali.

Da quanto Twitter è entrato nelle nostre vite sappiamo perfettamente taggarci e taggare, dappertutto e chiunque. Su Twitch funziona più o meno in questo modo: ci sono dei tag, gli streamer li utilizzano per rendersi più facilmente rintracciabili, ed è questo il motivo per cui se anche in quel momento c’è in diretta un gameplay di Animal Crossing, nella chat si potrebbe parlare comunque di altro – diritti LGBT, femminismo, o anche del vincitore di Sanremo 2023. Chi la frequenta, sa che quella chat è un luogo safe, uno spazio digitale in cui trovare comprensione e affetto, qualcosa di autentico che magari altrove non c’è. 

«In fondo si tratta della generazione più istruita della Storia, ma anche quella più abituata a fare i conti con un costante sovraccarico di informazioni che miscela promiscuamente l’alto e il basso, e al quale dunque risponderebbe come può: in modo spesso selettivo, caotico, e con un attention span (la quantità di tempo e concentrazione dedicati a una sola attività) incredibilmente basso. È del tutto normale, dunque, che la loro predisposizione all’ascolto venga orientata in larga parte verso chi sa parlare davvero alle loro orecchie.»

E chi sa parlare alle loro orecchie possono essere anche sconosciuti frequentatori di dirette dagli argomenti più disparati, quello streamer con cui non hai mai scambiato una parola ma in effetti sembra conoscerti, persino quella persona famosa che da quando si è messa a fare streaming sembra improvvisamente più vicina, quasi afferrabile, come un amico al bar.

Per la prima volta nella storia, nel 2022 le persone hanno potuto votare la parola dell’anno per l’Oxford Dictionary. Ha vinto Goblin mode, che Oxford Languages definisce come un «tipo di comportamento auto-indulgente, pigro, sciatto, tipico di chi rigetta le norme o le aspettative sociali». In Italia se ne è parlato, sì, ma non moltissimo, eppure è la dimostrazione ultima di quello che i giovani cercano e vogliono, come una ribellione nei confronti di tutte le regole che negli ultimi anni sono state imposte dai social stessi, dai filtri, una rinuncia e un rigetto di quella perfezione stereotipata che invece ha caratterizzato l’era dei social network dei Millennial – Facebook, certo, ma su tutti Instagram. 

È una tendenza che già si osservava, ma che ora è esplosa, e dice tanto della trasformazione che hanno subito i social network, che non sono morti, ma semplicemente sono diventati altro. C’è un concetto della fisica, che pure chi ha fatto studi umanistici e di materie scientifiche è sempre stato digiuno conosce: la legge della conservazione della massa, che prende origine dal cosiddetto postulato fondamentale di Lavoisier. Tutta questa presentazione altisonante, comunque, per dire che nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Quando Mark Zuckerberg ha pensato di creare il suo Facebook, ha trovato – per dirla facile – un modo di incanalare un’esigenza che però già c’era. Ora la Gen Z sta facendo la stessa cosa: ha trovato il modo di utilizzare quello che c’era già, i social network, investendolo dell’esigenza più pressante che c’è oggi. Ed è un desiderio di autenticità, di libertà, di parola, che ha trasformato inevitabilmente i social. Ora sono diversi, non sono nemmeno più social network, sono app e servizi, estensioni del mondo concreto e per questo concrete tanto quanto. 

Questo, dal libro di Vincenzo Marino, emerge. Sei vecchio – e prima di lui zio, la newsletter di Marino da cui tutto è partito – non dà risposte, ma ammette di non averne. Ed è l’unico atteggiamento possibile di fronte alle contraddizioni di una generazione che canta a squarciagola «Un vero ghetto boy non sta su internet» o «Faccio le storie in strada, non su Insta» proprio mentre si ritrae per mettersi su TikTok (sì, la canzone è Blauer, di Paky, ed è diventata un fenomeno anche e soprattutto per l’addetto alla sicurezza che si è trovato a sentirla, suo malgrado, durante una delle tappe del tour – nemmeno a dirlo, è diventato un meme). Non deve avere tutto, sempre, necessariamente senso.

Il pregio di Sei vecchio è proprio quello di aver capito come approcciarsi a un mondo sfaccettato e, in buona misura, inconoscibile se non per chi ne fa già parte, lasciando aperto un piccolo spiraglio, da dove ancora si può guardare quello che accade con un vero stupore infantile.



Immagine di copertina: Solen Feyssa su Unspalsh

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