01.10.2026

Storie sul corpo materno

Un percorso nella letteratura contemporanea, da cui emerge la complessità del rapporto madre-figlia


Può esistere un momento, nella vita di un figlio o di una figlia, in cui l’ingenuità e la fiducia incondizionata verso il mondo adulto cambiano e lasciano spazio a un nuovo sentimento: la vergogna. Una sensazione che può apparire all’improvviso, senza avvertimenti. Quella patina di amore e stima rivolta ai genitori viene lavata via, eliminando ogni residuo. Il padre o la madre non appaiono più come creature mitologiche, esempi di perfezione da eguagliare, ma, per la prima volta, si rivelano come persone da cui è necessario allontanarsi, fuggire.
Nel 1908, Sigmund Freud pubblicò un saggio dal titolo Der Familienroman der Neurotiker, ovvero Il romanzo familiare dei nevrotici, in cui affronta il problema da un punto di vista universale. I bambini, durante la loro fase di crescita, tentano di distaccarsi dai propri genitori, creandosi nella loro immaginazione due ulteriori figure fittizie che li aiutano in questo atto di indipendenza. Il figlio maschio diventa ostile verso il padre; allo stesso modo, la figlia femmina rinnega la figura materna, vergognandosi di lei. Questo porta a numerosi conflitti, a sentimenti repressi e a una convivenza obbligata tra le due parti, in quanto quell’indipendenza tanto agognata può essere raggiunta soltanto più tardi.

In letteratura, tale tematica è centrale nelle opere di molte autrici del Novecento e degli anni Zero. Scrittrici come Elsa Morante, Elena Ferrante e Donatella Di Pietrantonio narrano l’onta generazionale declinata non soltanto attraverso il sentimento di appartenenza verso la madre ma anche nei confronti del suo corpo, con il timore di poterle somigliare anche solo minimamente.
Se nel 1949 Alba de Céspedes, in Dalla parte di lei, scrive di un rapporto madre-figlia che ha i tratti di una simbiosi, un anno prima, nel 1948, Elsa Morante aveva affrontato tale concetto all’interno della sua opera Menzogna e Sortilegio in maniera completamente differente. Difatti, contrariamente all’Alessandra Corteggiani di de Céspedes che vive perpetuamente nel mito materno, le protagoniste dell’opera morantesca affrontano il dilemma della vergogna, assistendo al disfacimento del loro rapporto. Il romanzo delinea tre figure femminili principali, appartenenti a tre generazioni differenti, i cui destini sembrano avvinti in una trama di alterne proiezioni e di mancanza di compatibilità reciproca.

La voce narrante è Elisa, una figlia costretta a confrontarsi con la morte della madre biologica. Elisa vive in una solitudine claustrale ed è proprio entro i confini di tale prigionia che vengono rievocati gli eventi ambientati prima della sua nascita e la storia della sua famiglia. L’esordio narrativo si sofferma sulla descrizione del nucleo familiare, introducendo le figure di Cesira e Anna, rispettivamente, nonna e madre di Elisa: la prima viene descritta come una figura spettrale, algida e distaccata, disamorevole, attaccata soltanto ai beni materiali e ossessionata dalla sua apparenza fisica. Agli occhi della famiglia, è una parassita, un’intrusa all’interno della casa e una “strega”, secondo il giudizio dei vicini. La seconda, Anna, è ammantata di malinconia: dapprima lei si configura come una vittima sacrificale dell’amore per Edoardo, per poi mutarsi carnefice nei confronti della figlia Elisa.
Cesira e Anna, come figlie, sembrano capaci di coltivare un legame armonico soltanto con i loro padri, escludendo le loro madri a causa del loro carattere astioso. Nell’ultima parte della vita di Cesira, il rapporto con sua figlia degenera e raggiunge livelli di odio e incomprensione estremi, esasperando un clima di astio invivibile all’interno della casa. La percezione antagonistica che Anna ha della propria madre è un segno del sistema patriarcale dominante che distorce la visione che le donne hanno di loro stesse. L’odio non è fine a sé stesso, ma viene declinato in stati emotivi eterogenei: dalla noia alla vergogna. La madre diventa oggetto di disprezzo da parte della figlia, che cerca di sfuggire a ogni sua somiglianza estetica o comportamentale. La madre si fa speculum delle paure della figlia, proiezione di un destino ineluttabile che la attende, ed è quando la paura si mescola alla vergogna che i rapporti si incrinano definitivamente.
È bene notare come, in realtà, il sentimento di odio e di vergogna nel corso del romanzo sia provato principalmente dalle madri nell’opera di Morante. Contrariamente a come vedremo successivamente, si assiste alla negazione di una maternità che, nella maggior parte dei casi, è costretta da mariti che sognano di costruire una famiglia tradizionale a tutti i costi. Dunque, in Menzogna e Sortilegio è soprattutto la madre a rinnegare il proprio corpo, cambiato dopo nove mesi di gravidanza, e ad allontanarsi da quella famiglia mai desiderata che la respinge dal suo vero amore. Le madri percepiscono il cambiamento corporale attraverso la figura delle figlie e, per questo motivo, c’è sempre un rifiuto nei loro confronti.

Il rapporto madre e figlia, con la successiva sensazione di vergogna, trova un’eco profonda nell’allieva più famosa di Elsa Morante: Elena Ferrante. Il senso di vergogna provato da Elena Greco–Lenù nei confronti di sua madre Immacolata è riscontrabile già nell’incipit dell’Amica geniale (edizioni e/o, 2011), in cui viene raccontata l’infanzia della protagonista. Qui si evince un profondo senso di angoscia e di paura in Elena, la quale, fissando sua madre, prova repulsione per le sue fattezze:

«Il problema era mia madre, con lei le cose non andavano mai per il verso giusto. Mi pareva che, già allora che avevo poco più di sei anni, facesse di tutto per farmi capire che nella sua vita ero superflua. […] aveva l’occhio destro che non si sapeva mai da che parte guardasse. E anche la gamba destra non le funzionava, la chiamava la gamba offesa. Zoppicava e il suo passo mi inquietava, specie di notte, quando non poteva dormire e si muoveva per il corridoio, andava in cucina, tornava indietro, ricominciava.»

Quella gamba è un incubo per la voce narrante, la perseguita nei momenti più bassi della sua vita. Il suono di quell’andamento claudicante e strascicante suscita nella piccola Elena il timore di somigliare a sua madre anche solo minimamente. Per lei, la madre era l’esempio di tutto ciò da cui bisognava stare lontana. Innanzitutto, da un punto di vista sociale: Immacolata è una donna analfabeta, non sa leggere, non sa scrivere, non conosce il latino e il greco, a stento riesce a distinguere un libro di cucina da un romanzo. È una donna che vive incarcerata tra le quattro mura domestiche, messa costantemente a disposizione di suo marito e dei suoi figli maschi. Immacolata si aspetta che le altre donne di casa, le figlie Lenù ed Elisa, riescano a emulare perfettamente quei compiti che sono imposti al genere femminile da secoli. La protagonista ha il privilegio di entrare in contatto con una realtà diversa: quella dell’educazione. Essa le permette di aprire gli occhi sulla condizione della donna, di ribellarsi ai soprusi degli uomini, a quell’atto di sottomissione che nasce soprattutto durante il matrimonio.


Un secondo motivo di vergogna, per Lenù, è il corpo materno. Sempre legato, in un certo senso, al suo status sociale, il corpo di Immacolata è un corpo sfatto, smisurato, non è curato, i capelli sono bianchi, la pelle rugosa, ma soprattutto la sua gamba è malata, se la trascina dietro in ogni stanza della casa. Lenùa vede, in quella malformazione, un sunto dell’essenza materna: priva di istruzione, prigioniera degli uomini, impresentabile agli occhi degli altri. Nel suo percorso di crescita, spesso la voce narrante evidenzia questo tratto materno: quando l’accompagna verso il traghetto per Ischia, mentre chiusa in bagno sente lo strusciarsi della sua gamba avvicinarsi, oppure quando, dalla finestra della sua stanza alla Normale di Pisa, vede sua madre allontanarsi alla ricerca del treno per ritornare a Napoli. Insomma, quella gamba è il misfatto per eccellenza che Lenù cerca di evitare a tutti i costi. Per tali ragioni, la protagonista rinvia l’incontro tra sua madre e il suo fidanzato, Pietro Airota, e i genitori di lui. La nuova famiglia a cui si è affacciata è totalmente diversa dalla sua biologica, non ci sono segni di usura nei loro corpi, sono persone chiare, pulite, consone ai canoni estetici del tempo. Questo ripudio verso quel corpo materno porta Elena a cercare costantemente una nuova madre che individua, principalmente, in due figure: la professoressa Galiani e la suocera, Adele Airota. Donne completamente distanti da Immacolata: non c’è alcun punto in comune tra loro, soprattutto da un punto di vista corporale. Le prime due sono pulite, statuarie, imponenti grazie alla loro cultura, il cui peso schiaccia la figura della madre biologica.

Il tema della vergogna rivolta alla madre è dunque un topos ricorrente nelle opere di Ferrante, così come in quelle di Donatella Di Pietrantonio. Attraverso le sue opere Mia madre è un fiume (Eliott edizioni, 2011), L’Arminuta (Einaudi, 2017) e Borgo Sud (Einaudi, 2023), l’autrice riesce a regalare al lettore un quadro perfetto di questo sentimento, talvolta rinnegato, poi rinfacciato. In Mia madre è un fiume si assiste alla storia di una figlia che deve fare i conti con la malattia della madre: l’Alzheimer. La voce narrante opera quasi un lavoro archeologico di restauro, dalle prime pagine cerca di ricostruire la storia di sua madre, il suo luogo di nascita, le persone che frequentava, il suo matrimonio e il rapporto con sua figlia, ovvero la protagonista. Il loro è un rapporto complesso, costituito dalla mancanza di comunicazione: non c’è mai stato un vero e proprio colloquio viscerale tra le due e questo, di conseguenza, porta angoscia e vergogna nel cuore della figlia. Così come nell’Amica geniale, si ha una protagonista che deve fare i conti con una madre che non avrebbe scelto, con una figura enigmatica che suscita vergogna su più piani.

Il primo di questi è, ancora una volta, il livello sociale. La madre della voce narrante è un’Immacolata campestre, che rivolge le proprie cure soltanto alla figura di un marito sfuggente e ai lavori manuali da svolgere nella campagna di famiglia. Questa donna è completamente dedita e unicamente concentrata sul lavoro fisico, non si cura dei pianti di sua figlia, delle sue esigenze. Non è presente nei momenti di difficoltà emotiva e questo alimenta un forte sentimento di rabbia nella figlia, che vive l’assenza di una madre devota unicamente al lavoro.
Il secondo piano è, nuovamente, quello corporale, consacrato in quella malattia della madre che piano piano la sta consumando. La voce narrante assiste in prima persona al disfacimento di una donna che fino a quel momento era vigile, forte e astuta. Cucinava i piatti migliori, arava le terre senza sforzi, rammendava gli indumenti che avevano bisogno di qualche sistemazione. Da un giorno all’altro, tutto è cambiato. La madre è quasi un vegetale, ripone gli oggetti nei luoghi sbagliati, come una pentola vuota in frigo, dimentica nomi che fino a quel momento erano fondamentali nella sua vita. La paura della figlia è dunque quella di ereditare quella stessa malattia, perdere coscienza delle cose, dimenticare il tempo. La vergogna si traduce in paura e a questo punto non si riesce nemmeno più a toccarla, il corpo è diventato il dipinto di quella distruzione che la malattia sta causando. Le mani prese dall’artrosi, i capelli diradati, le guance sempre più scavate. Quel corpo sembra una manifestazione di ciò che il futuro sta riservando per la figlia. Così si cerca di rinnegarlo, dimenticarlo finché la vita non costringe ad affacciarsi a esso, finché non si arriva alla fine.
Con L’Arminuta e il suo sequel, Borgo Sud, Di Pietrantonio descrive un vero e proprio ripudio della figura materna. Restituita dalla famiglia adottiva a quella d’origine, la giovane protagonista sprofonda in uno stato di catatonia, a stento riesce a balbettare qualcosa quando suo padre adottivo la riporta dai suoi genitori biologici: è incapace di comunicare i suoi sentimenti, è inerme dinanzi alle condizioni pietose in cui versa il suo nucleo familiare, ma soprattutto manifesta un rifiuto verso la figura materna, una negazione talmente forte che colpisce la psicologia della stessa ragazzina, la quale ha difficoltà anche a pronunciare la semplice parola mamma:

«Non sapevo come attirare a me l’attenzione della donna di là, non riuscivo a chiamarla mamma. al posto della sequenza di M e A ho vomitato grumi di latte acido nell’acqua che scendeva. Non ricordavo più il suo nome, se anche avessi voluto invocarlo. Allora ho urlato e poi sono svenuta. […] Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori. Se dovevo rivolgermi a lei con urgenza, cercavo di catturarne l’attenzione in modi diversi. A volte, se tenevo il bambino in braccio, gli pizzicavo le gambe per farlo piangere. Allora lei si girava nella nostra direzione e le parlavo.»

Nel corso del romanzo, il lettore si trova dinanzi a una bambina senza nome, che conosce soltanto attraverso l’appellativo “arminuta”, utilizzato nel titolo attraverso la sua forma sostantivata ma in realtà è un verbo abruzzese che indica “colei che ritorna”. Il lettore di lei non sa altro, perché la protagonista stessa non sa chi è. Non può definirsi figlia di chi l’ha cresciuta fino a quel momento, ma neanche di quella madre biologica, caduta dal cielo e a cui è costretta a sottomettersi. Il quadro che l’autrice fa di questa madre è estremamente corporale, sin dalle prime pagine: piegata sulla sua sedia, costretta anche lei, come Immacolata, ai lavori domestici. Silenziosa, parla solo se deve dare ordini alle sue figlie femmine. La narratrice ha vergogna di quel corpo coperto da vestiti umili, impressi dall’olezzo di fritto, di quelle scarpe mangiucchiate, di quei capelli costantemente raccolti. E così la allontana, non le permette di avvicinarsi ai propri spazi, alla propria zona di conforto. L’Arminuta rifiuta costantemente quella madre biologica, poiché non somiglia affatto a ciò che lei vuole essere; le fa tornare in mente quell’altra madre che l’ha abbandonata, perché quest’ultima, col suo carattere delicato, col suo corpo esile e coi suoi modi di fare tipici della classe medio-borghese, era l’ideale di madre.

Questa sensazione di vergogna pervade le figlie della letteratura per la maggior parte delle loro vite, partendo dall’infanzia fino alla vita adulta. Un cambiamento, però, avviene quando le figlie iniziano a essere a loro volta madri: il loro corpo subisce gli stessi cambiamenti che hanno visto in quel corpo che tanto odiavano. Questi cambiamenti, però, non sono più un’onta da lavare via, ma segni di un nuovo passaggio dell’esistenza, di dolori affrontati con dignità, possono testimoniare, infine, la sopravvivenza ad una vita difficile, di chi ha dovuto combattere per guadagnarsi un posto nel mondo. Quella figlia, inizialmente umiliata dalla presenza materna, sviluppa un’empatia fondata sulla condivisione del cambiamento del corpo. Inizia una maggiore comprensione che, purtroppo, si compie quasi sempre nel momento più complesso: quello vicino alla morte. È un destino che tocca a Elena Greco, ma anche alle protagoniste dei romanzi di Donatella Di Pietrantonio, ed è proprio in questi momenti che la situazione si ribalta: le figlie non sono più figlie, bensì madri delle loro madri. Un tema che è molto forte in Mia madre è un fiume, dove la protagonista deve ripercorre gli stessi passi materni, condurla con la propria mano verso una stabilità fisica ed emotiva, non lasciarla da sola neanche nei momenti più bassi, perché – nonostante la mancata comunicazione, o il mancato affetto – la madre risulta sempre essere l’emblema della sua vita. Stessa cosa accade con l’Arminuta all’interno di Borgo Sud: quando la madre è presa dal cancro, la protagonista non fugge, non fa passi indietro, ma cerca di avvicinarsi il più possibile a lei.

Le madri sono accudite dalle proprie figlie negli ultimi giorni della loro vita, non c’è vergogna nel farlo perché il punto è la loro sopravvivenza. Si ripercorrono gli attimi di una prima vita infantile: aiutarle a mangiare, lavarsi, prendersi cura di loro. L’affetto è così forte che ogni dolore passato viene per il momento dimenticato e, in seguito, manifestato attraverso il corpo: come succede alla protagonista dell’Amica geniale. Quella gamba claudicante, quel suono zoppo che si trascina dietro Immacolata, passa dal corpo materno al corpo della figlia. Quando la madre muore, Lenù inizia ad avvertire fitte che vanno dal bacino alla gamba, all’inizio è spaventata e inorridita da quella prepotenza materna che, anche dopo la morte, cerca di farsi strada nel suo corpo. Poi accade qualcosa: quel dolore viene accolto, la gamba viene trascinata con orgoglio, quasi come un cimelio di quella donna ormai andata e che la figlia vuole portare con sé. Il lettore non sa se quel dolore sia reale o una reazione psicologica a un rifiuto del lutto, soprattutto quando l’antitesi di Elena Greco, Lila Cerullo, sembra spiattellarle in faccia la verità: che quella gamba claudicante lei se la porta dietro, come senso di colpa, a causa della sua alessitimia nei confronti di Immacolata. Negli ultimi attimi della sua vecchiaia, Lenù viene rappresentata con il passo claudicante, quello che tanto temeva, ma che alla fine ha accettato come parte integrante di sé.
All’interno di un articolo destinato al giornale The Guardian, Elena Ferrante riflette proprio su questa tematica che sembra racchiudere l’intimo sguardo che queste autrici hanno nei confronti delle loro madri:

«[…] le persone che stimavo, amavo, hanno cominciato a dirmi frasi come: ridi come tua madre, sei cocciuta come tua madre, hai le mani di tua madre. Una mattina ho visto me stessa allo specchio e l’ho riconosciuta, era lì, nel mio corpo. E con sorpresa la cosa mi ha dato sempre meno fastidio, piano piano me la sono scoperta nei gesti, in un certo modo di mostrare o celare i sentimenti, nella voce. Se tornare dentro mia madre era impossibile, possibilissimo era invece che fin dalla nascita lei fosse dentro di me. E che dentro di me lei si trovasse anche quando mi battevo per sfuggirle.»

Freud aveva intuito quel rifiuto da parte del figlio o della figlia, quel cercare incessantemente un modo per sfuggire ai corpi e dall’autorità dei propri genitori, ma forse aveva lasciato un particolare: l’accettazione e il ritorno a quel corpo tanto detestato. Elisa, Lenù, l’Arminuta, la voce narrante di Mia madre è un fiume: sono tutte esempi di quel processo di negazione, di quell’onta incancellabile sulla propria pelle, di quel ripudio del corpo materno che, infine, viene accolto ed esibito con orgoglio.

In copertina: frame dalla serie TV L’amica geniale

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