Attorno alla vita e opere di Elsa Morante si concentra una produzione incessante: infinito materiale universitario; svariate biografie (da quelle fantasiose alle più tecniche, scritte da chi l’ha a lungo studiata); romanzi sulla sua vita, come quelli scritti da chi la conobbe e probabilmente con lei aveva qualche conto in sospeso, e molto altro.
Una “guida” su di lei per il grande pubblico era però qualcosa di inedito da un po’, eppure utile per orientarsi nella geografia – emotiva, tematica, di generi – della scrittore del nostro secolo scorso al di là di libri come La Storia e L’isola di Arturo e, biograficamente parlando, dell’essere “moglie di”.
Le chiavi magiche di Ludovica Lugli (Utet) è un libro dal taglio giornalistico divulgativo, una bussola con un ago che vacilla tra la produzione di e su Morante, scrittore e essere umano (Sì, è necessario fare fact checking su Morante, a volte anche rispetto a ciò che lei stessa disse.) Con delle brevi ma intense incursioni su cosa significhi lasciarsi attraversare da Elsa Morante.

La tua indagine su Morante parte da La Storia (1974), romanzo che all’uscità generò un dibattito culturale e politico di quelli che raramente capitano coi libri. Qual è stata la tua reazione leggendolo (e rileggendolo)? E dove ti collochi oggi, se lo fai, rispetto a quel dibattito?
Mi sembra che l’analisi di quel dibattito che Marino Sinibaldi fece nei primi anni Novanta, in occasione di un convegno di studi su Morante organizzato a Perugia, sia impeccabile. Secondo Sinibaldi, La Storia venne criticato duramente “da sinistra” per via di due pregiudizi: il primo era che la visione pessimista della realtà presentata nel romanzo implicasse necessariamente un rifiuto dell’azione politica e un’accettazione rassegnata dell’esistente; la seconda era che Morante proponesse questa presunta accettazione come un’ideologia. Inoltre Sinibaldi è tra i lettori e le lettrici che hanno sottolineato che nella Storia ci sono anche momenti di gioia e speranza, a partire dalla citazione di Gramsci che chiude il libro, quella sull’unico fiore che nasce in carcere.
Concedimi uno spoiler, se così lo vogliamo considerare: anche io, come molte altre persone prima di me, mi sono chiesta come mai nell’economia del romanzo Useppe, il bambino protagonista della storia, dovesse morire, visto che lui e la sua famiglia sopravvivono alla guerra. La risposta che mi sono data è che Useppe muore perché la vita è indubbiamente una tragedia, e non possiamo evadere da questa realtà. Tuttavia non dobbiamo nemmeno pensare che La Storia sia solo la morte di Useppe, anche se è così che si conclude il libro. Basta confrontare il numero di pagine dedicate alla malattia e alla morte del bambino con quelle che invece raccontano la sua nascita e la sua vita: la cosa più importante è la gioia, o meglio l’allegria, per usare una delle parole più amate di Morante, che Useppe ha portato nel mondo.
La Storia fu criticato anche per quanto riguarda la forma. Nanni Balestrini lo tacciò di essere un romanzo vecchio, ottocentesco, e il tentativo di Morante di parlare a più lettori possibili usando una lingua accessibile fu additato come paternalista. Oggi è strano rileggere quelle critiche perché in media la lingua letteraria usata dagli autori più apprezzati è molto più semplice di quella di Morante. Inoltre La Storia, con la sua misteriosa voce narrante personalizzata solo fino a un certo punto (a me ha fatto pensare molto al “narratore tenero” e “in quarta persona” teorizzato da Olga Tokarczuk), non mi sembra affatto ottocentesco. Però nel contesto degli anni Settanta la critica era tarata su cose diverse.
In Le chiavi magiche convivono saggio divulgativo e racconto personale: la giornalista cede di tanto in tanto la parola alla lettrice, che si “sbottona” raccontandoci alcuni tra gli aspetti più intimi del suo rapporto con Morante e i suoi libri. Come sei arrivata a questa struttura? Ci sono “libri su libri” che ti hanno ispirata? E quanto ha inciso il tuo lavoro al Post su questa scelta?
Ho scritto Le chiavi magiche come un companion book all’opera di Morante, quindi come un libro che accompagnasse alla lettura dei suoi libri raccontando un po’ del contesto in cui furono scritti e la biografia dell’autrice e dando un’idea di ciò che la critica ha detto su quegli stessi libri, in modo da poterli leggere con maggiore profondità. Ho provato a scrivere il libro che avrei voluto avesse accompagnato la mia lettura di Morante, e che secondo me mancava: un saggio divulgativo e un po’ informale, con un approccio simile a quello di un gruppo di lettura, in cui i romanzi si discutono non solo per la loro struttura ma anche per come ci toccano intimamente e ci ricordano fatti della nostra vita. L’approccio è simile, per quanto più personale, a quello che usiamo io e Giulia Pilotti nel nostro podcast Comodino, che è uno dei podcast del Post. Lì faccio un po’ di più la giornalista, che, in linea con la missione del Post, cerca di spiegare le cose e farlo bene.
Non ho tratto ispirazione da altri specifici “libri sui libri”, anche se sono un genere che apprezzo molto e quindi forse inconsciamente ho rubacchiato qualcosa da qualche parte. Te ne cito uno a cui se non altro sono molto grata e che consiglio vivamente a chi voglia cimentarsi in una lettura notoriamente impegnativa: Proust: guida alla Recherche di Alberto Beretta Anguissola, pubblicato da Carocci nel 2018.

Perché a tuo avviso c’è ancora bisogno di fare divulgazione su Morante, nonostante sia una delle pochi autrici “non sommerse” del Novecento? È un caso paragonabile, ad esempio, a quello di Eugenio Montale, che proprio come Morante (con L’isola di Arturo e La storia) è ricordato (e studiato al liceo) per I limoni, quando va bene Ossi di seppia e Ho sceso dandoti il braccio…o c’è differenza tra i due casi – magari di genere?
Pensa che nel mio intero percorso scolastico non mi è mai stato fatto leggere nulla di Morante. E già questa è una mezza risposta, se vuoi. Comunque non penso esattamente che ci sia bisogno di fare divulgazione, ma a me e a Utet sembrava che al di là delle varie biografie di Morante mancasse un libro dedicato ai suoi libri e rivolto al pubblico dei lettori non specialisti (cioè non accademici). Che è una cosa ben strana considerando che Morante è una dei più grandi scrittori italiani del Novecento. E peraltro una dei più leggibili.
Poi certo è davvero un peccato che due romanzi straordinari come Menzogna e sortilegio e Aracoeli, che non hanno nulla di inferiore rispetto alla Storia o all’Isola di Arturo (anzi per la critica sono superiori), non siano letti di più.
È stato creato di recente un Thesaurus dedicato a Primo Levi. Se dovessi immaginarne uno per Morante, quali lemmi non dovrebbero secondo te assolutamente mancare?
Se te li devo contestualizzare tutti esce un capitolo aggiuntivo del libro, ma ti elenco volentieri le più importanti: allegria, ovviamente, e poi alibi, larve, paradiso, ragazzini, scandalo.
Se potessi leggere solo un libro di Morante fino alla fine, quale sceglieresti? O quale porteresti su un’isola deserta (magari Procida dopo un’apocalisse)?
Faccio davvero fatica a scegliere tra Menzogna e sortilegio e Aracoeli, ma forse vado con Menzogna e sortilegio perché è il più divertente. Però se me lo richiedessi un altro giorno probabilmente ti risponderei Aracoeli, perché ha dentro di sé tutti i libri di Morante e più di tutti parla della sua ossessione per ciò che ci lascia l’amore dei e per i nostri genitori. E pur nella sua tragicità contiene scene comiche memorabili.
In copertina, Elsa Morante (photo credits Reporters Associes/Getty Images)