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Storia mondiale delle donne: un destino e un dolore immutabile?



Leggere da donna opere di donne dedicate alla questione femminile non è sempre semplice. La consapevolezza è talvolta dolorosa. Questo dolore però significa che stiamo andando nella direzione giusta, e il dolore ci unisce, ci rende più forti. Capita che dal dolore, a causa del dolore, con il dolore arrivi la spinta per provare a non viverlo più.

In La donna gelata, Annie Ernaux scrive che «certo, l’altra metà del mondo per me era un mistero, ma ero fiduciosa, sarebbe stata una festa. L’idea che tra i ragazzi e me ci fosse una disuguaglianza, un altro tipo di differenza rispetto a quella fisica, mi era in fondo sconosciuta perché non l’avevo mai vissuta. È stata una catastrofe». Per la bambina e la futura giovane donna sarà impossibile comprendere il motivo per cui una donna debba accettare di passare la propria vita chiusa nelle mura di casa in maniera prescritta, senza scegliere per sé. Il dover subire questo destino, fatto sempre passare come immutabile e proprio della donna, le provocherà dolore. Ma traspare davvero poco di immutabile dalle sue parole: la consapevolezza dei rapporti impari uomo-donna non le era innata perché non è affatto inalterabile.
Un’opera come Chi ha cucinato l’ultima cena? Storia mondiale delle donne di Rosalind Miles (traduzione di Luisa Pece, Fandango, 2021) non può essere e non è il racconto di un destino immutabile, di una naturale sorte femminile insita nella biologia. Il suo obiettivo è esattamente quello di indagare le ragioni della subordinazione femminile, una sorte tutt’altro che invariata e invariabile.

«La storia della razza umana inizia con la femmina»: si legge all’inizio, eppure ci troviamo a utilizzare nella lingua (italiana) il maschile come neutro, a parlare di uomini utilizzando questa etichetta come onnicomprensiva in ogni settore. L’uomo è il protagonista, la donna è l’alterità: c’è il Soggetto e poi c’è l’Altro, come scriveva Simone de Beauvoir. Ed è così, tenendo in vita una situazione che ignora sistematicamente anche i dati scientifici che sottolineano come sia l’ovulo femminile a essere portatore di tutti i messaggi genetici primari che il bambino riceverà dai genitori. E no, è chiaro che il punto non sia questo – non siamo interessate ad avere un primato di nessun tipo, siamo interessate alla parità[1].
Scegliere di iniziare in questo modo la Storia mondiale delle donne è vincente perché queste nove parole riassumono perfettamente una trattazione che si dilunga per quasi cinquecento pagine: è tutto lì, il paradosso della realtà sociale in cui viviamo, condita con sottile ironia, provocazione e fonti, le numerosissime fonti utilizzate.

Storia mondiale delle donne

Il moto che spinge alla scrittura Miles – autrice, critica letteraria e attivista inglese – è dato da una percezione semplice quanto agghiacciante, cioè che «sembrava che tutta la storia, come qualunque altra cosa esistente al mondo, appartenesse agli uomini». Dopo la traduzione e pubblicazione in Italia di un lavoro come Invisibili, questa affermazione non dovrebbe stupirci più: vi è un enorme vuoto di dati in tantissimi settori, ed esiste anche nella storia dell’umanità. Nei libri tradizionali si parla dell’Uomo cacciatore e non si parla di ciò che faceva la donna nel frattempo; si riconosce la nascita della società a partire dalla caccia e non dalla raccolta di cibo e beni utili e dall’allevamento infantile portati avanti dalle donne, «per intere generazioni di storici, archeologi, antropologi e biologi, l’unica stella degli albori della storia è stata l’uomo».

Si passano sotto silenzio le prove biologiche della centralità della donna nelle società primitive e il suo ruolo evolutivo: ad esempio, il fatto che la maggior parte della popolazione mondiale sia destrimano è dovuto alla tendenza femminile di utilizzare la destra (legata all’abitudine di portare il bambino con la sinistra per tenerlo sul lato ove si percepisce il battito del cuore), così come le spropositate dimensioni dell’organo riproduttivo maschile nell’uomo rispetto a quello degli altri primati è dovuto a un adattamento avvenuto nel momento in cui la femmina iniziò a camminare utilizzando solo le zampe posteriori. Per non parlare del fatto che «le mestruazioni, non la caccia, furono il grande balzo in avanti in termini di evoluzione»: la femmina umana ha una capacità riproduttiva che è pari a sessanta volte quella delle femmine degli altri primati.

«Quando l’umanità emerse dalle tenebre della preistoria, Dio era una donna». La venerazione della prima divinità, la Grande Dea Madre – sacralità estesa alla figura femminile – è attestata in tutto il bacino del Mediterraneo, in Asia, Africa, Australia, per un periodo durato almeno 25.000 anni, secondo alcuni studiosi addirittura 40.000 o 50.000. Il culto è legato al mistero delle mestruazioni e del sanguinamento, oltre che al miracolo della nascita: questi aspetti sacralizzavano la figura femminile e tutte le sue portatrici. In questa fase della storia mondiale, Miles parla di matriarcato[2]: mai più la donna vivrà una tale considerazione.
Segue qui l’ascesa del fallo: sopraggiungendo l’invidia dell’utero, «risentiti del monopolio femminile su tutti i ritmi della natura, gli uomini furono spinti a inventarne uno tutto loro». Secondo la trattazione di Storia mondiale delle donne, questo momento rappresenta l’innesto di quella che è una vera e propria rivoluzione e un rovesciamento delle sorti: la donna, da portatrice del miracolo e creatrice della vita quale era considerata, viene ridotta a mero recipiente.

«Sesso forte? Secoli di intensa creazione di miti in realtà rivelano esattamente il contrario, la paura atavica della debolezza che le donne provocavano negli uomini, e che non ebbero mai in comune con loro.»

La virata fondamentale e definitiva si ha con l’invenzione del Dio Padre – ma è ormai ben noto il ruolo che le religioni monoteiste hanno avuto nella caduta della donna, dato che «un monoteismo non è semplicemente una religione, è un rapporto di potere» (e Giuliana Sgrena in Dio odia le donne ha affrontato in maniera approfondita la questione).
E la storia continua il suo corso, imperniata sull’odio nei confronti del corpo femminile, su cui si è trasferito il campo di battaglia.

«Distruggendo la sede principale della fiducia umana e del senso del sé, scaricandoci dentro sensi di colpa di origine sessuale e disgusto fisico, gli uomini potevano assicurarsi l’insicurezza e la dipendenza delle donne.»

Si parla di sangue mestruale, sessualità colpevolizzata e punita e corpo immondo, ma anche di matrimonio forzato, di spose bambine che vedono la morte a sette, otto, nove anni per stupro, di spose in vendita, di controllo genitale con cinture di castità e infibulazione. Ed è forse troppo facile e ipocrita provare orrore e leggere a fatica le pagine dedicate alla mutilazione genitale femminile, quando «l’amputazione genitale era e resta una pratica grave e localizzata. Invece, non è rimasto confinato a un luogo specifico né a un periodo specifico l’uso dell’estrema violenza sessuale contro le donne: l’assassinio». E non si tratta solo di femminicidi come sono modernamente intesi: questo mondo ha conosciuto l’eliminazione sistematica delle donne, una soluzione finale, con l’infanticidio femminile, praticato in Cina, in India e negli Stati arabi fino ai giorni nostri.

Queste sono le pagine più difficili da affrontare, e non solo per la crudezza dei soprusi descritti ma per l’idea che li muove: il vero scoglio da superare è constatare quanto un corpo possa essere colpevole per il solo fatto di essere al mondo, quanto possa essere percepito e fatto percepire come sporco, sudicio, peccatore. E il dolore sta nel riconoscere i segni della subordinazione nel proprio tracciato esistenziale e sulla propria pelle.

Il dolore però, nella narrazione di Miles, a questo punto genera la spinta: «solo la rapida caduta fino al punto più infimo della sofferenza fisica poteva dar vita allo slancio necessario per risalire lentamente la china fino a una condizione umana a pieno titolo». Si parla ancora di dominazione, di istruzione, di lavoro femminile invisibile, ma progressivamente inizia a percepirsi un cambiamento, una luce, fino ad arrivare a una nuova svolta.
Viviamo in una svolta, ne siamo parte. Ma sentiamo ancora il dolore, viviamo questa consapevolezza.

Questo libro, la sua recensione e tutti i discorsi che portiamo avanti in varie sedi e nelle forme più diverse da soli non possono cambiare le cose. Possono però esortare a inserirsi in un dialogo, a informarsi. Il dolore può assumere un senso.
Il nostro non è un destino immutabile, possiamo cambiare le cose.



Photo credits
Immagine copertina: Ehimetalor Akhere Unuabona tramite Unsplash
Moodboard realizzato con Canva a cura di Antonella D’Agnano


[1] Utile promemoria: maschilismo e femminismo non sono etichette uguali e contrarie. Il femminismo non chiede la supremazia di un genere sull’altro, bensì la parità sociale, economica e politica tra i generi. Ha questo nome per ricordare la discriminazione di genere sistemica che combatte, non perché ambisce a mantenerla cambiando i ruoli.

[2] Da definizione di Miles: «il matriarcato è meglio definito come forma di organizzazione sociale incentrato sulla donna, sostanzialmente egalitario, nell’ambito del quale non è ritenuto innaturale o anomalo che le donne detengano il potere e svolgano tutte le attività interne alla società insieme agli uomini».

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