09.03.2026

Scrivere da teppista. Intervista ad Antonio Moresco

In occasione della pubblicazione del nuovo libro “I due”, l’autore mantovano parla di sé tra prossimi progetti, traduzioni e affinità letterarie

A dicembre 2025 è uscito I due. Le miserabili e mirabili gesta di uno scrittore e del suo traduttore, il nuovo libro di Antonio Moresco: un racconto bizzarro, esplosivo ed esilarante fino al parossismo, un titolo necessario che non poteva mancare all’interno di “Pennisole”, la collana diretta da Dario Voltolini per Hopefulmonster editore.

Scrittore unico nel panorama italiano e internazionale, nella sua lunga carriera Moresco è riuscito ad alternare romanzi in cui regna il massimalismo come Canti del caos (2001), Gli increati (2015) e Canto del buio e della luce (2024) a libri dalla mole meno consistente ma non per questo meno incisivi, oltre a una vasta produzione saggistica riguardante il suo percorso di uomo e di artista, all’inizio ostracizzato e frainteso, così come le passioni/ossessioni letterarie e la sua idea di letteratura, mai cristallizzata e sempre in costante evoluzione.

Antonio Moresco è un autore simbolo, dirompente e antisistema, che riesce ad abbracciare la modernità facendola esplodere in ogni opera. Uno scrittore che nel corso degli anni è riuscito sì a sconvolgere, ma anche e soprattutto, a fare breccia nei cuori e nelle menti di tanti lettori. 

Antonio, ben ritrovato e grazie per aver accettato l’invito. Parto subito col dirti che ho letto I due in un pomeriggio e mi sono divertito molto. Complimenti sinceri. Inizierei dalla dedica che hai deciso di fare a Laurent Lombard, il tuo traduttore francese che è «persona ben diversa dal traduttore stronzo di questo libro». Ora, la domanda sorge spontanea: perché hai deciso di parlare di uno scrittore, e soprattutto di un traduttore così bastardo?
Ma perché volevo scrivere una comica, una vera comica, un libro scemo, talmente scemo da diventare profondo, da riuscire a esprimere, attraverso questi due personaggi-limite, qualcosa degli antagonismi segreti e degli abbracci che avvengono tra persone e vite che si intrecciano nel corpo vivente della letteratura. Ho scritto questo piccolo libro mentre avevo continue crisi cardiache (alla fine di un capitolo scrivo addirittura: «Basta così! Fa troppo male» e lo scrivo non come metafora ma proprio perché, in quel momento, avevo dovuto smettere di scrivere per il dolore lancinante provocato da un’ischemia). Ho rasentato per due anni, ripetutamente, la morte, ma non ho voluto scrivere un libro patetico, ho scritto un libro comico demenziale, teppistico, impresentabile, a costo di suicidarmi come scrittore.


Non sei solo tradotto in Francia, ma anche in Spagna e, se non sbaglio, il tuo primo libro pubblicato Clandestinità (1993), è uscito in Inghilterra. Finalmente, i lettori di altri Paesi potranno conoscerti e perdersi (o ritrovarsi) nel tuo universo. Penso però a un’opera fuori dagli schemi come Canti del caos (2001) che in qualche modo considero lo spartiacque della tua carriera. Mi viene in mente soprattutto la parte finale, dove le parole e i periodi si mescolano e si fondono… Credi che potrebbe avere lo stesso effetto dirompente in un’altra lingua? Ed estendo la domanda anche agli altri tuoi libri, in generale sei soddisfatto del lavoro fatto dai traduttori o in qualche modo per te è un tradimento?
Su questo problema ho una posizione ambivalente. Da una parte sono di manica stretta, dall’altra di manica larga, perché mi rendo conto che anch’io, soprattutto da ragazzo, ho letto libri che probabilmente erano tradotti da cani, che però mi avevano fatto arrivare comunque qualcosa del loro segreto. Certi pensano che sia meglio nessuna traduzione che una cattiva traduzione, certi altri il contrario. In me c’è qualcosa di infantile che mi fa accogliere la sorpresa, per cui sono anche divertito dalle distorsioni che può assumere una frase passando da una lingua all’altra, e il traduttore è comunque un benemerito: è come un San Cristoforo che si prende sulle spalle Gesù bambino e lo porta dall’altra parte del fiume. Anche e persino il traduttore cane. Non so d’ora in poi, con l’intelligenza artificiale… Detto questo, mi stanno traducendo Canti del caos negli Stati Uniti e in Spagna, cioè in due delle lingue più parlate del mondo. Che Dio (o chi per lui) me la mandi buona!

I protagonisti sono due figure cardine del mondo editoriale. Era tua intenzione prendere in giro il circuito culturale e la figura seriosa e, spesso, insopportabilmente autoreferenziale del cosiddetto intellettuale contemporaneo?
Come ti dicevo, c’è in me anche un lato infantile, scatenato, estremistico, irresponsabile, teppistico, addirittura suicidico, che non nascondo nel mio lavoro di scrittore. E poi, persino Mozart componeva il Don Giovanni, il Requiem e così via, però scriveva anche quelle letterine idiote sulla cacca, o persino Beethoven componeva le Sinfonie, i Quartetti, la Missa solemnis, però anche quel pezzullo scatenato sulla ricerca del soldino smarrito. Quanto al cosiddetto intellettuale contemporaneo, la situazione è talmente tragica che ti viene voglia di sfondare il tragico per arrivare al comico, non all’umoristico, che è comunque una conciliazione razionale al ribasso, ma proprio alla incontrollabile, ingestibile purezza del comico. La sai quella famosa frase degli anarchici? Sarà una risata che vi seppellirà. E poi c’è quella frase di Leopardi che ho posto all’inizio del libro: chi non ha paura di ridere non ha paura di morire.

Lo scrittore e il traduttore sono in lotta. Leggendo I due ho pensato a “Il combattimento” uno dei racconti del già citato Clandestinità. Qui, la dimensione in cui si scontrano i personaggi è comica, ma il concetto credo sia sempre quello: il confronto e il combattimento non tanto in termini prevaricatori e dominanti nei confronti dell’altro, ma come tentativo di conquista e affermazione di un proprio posto nel mondo. Con una carriera importante come la tua alle spalle, oggi pensi di essere in pace, o non finirai mai di combattere attraverso la scrittura un mondo guasto come questo?
È vero, i miei libri sono pieni di combattimenti, di combattimenti che sono anche degli abbracci: Clandestinità, La cipolla (1995), Lettere a nessuno (1997), le tre grandi parti di Giochi dell’eternità, attraversate dal combattimento tra il Gatto e il Matto, persino La lucina (2013), a guardar bene. Quanto a me, no. Non sono in pace, non sarò mai in pace, credo che continuerò a combattere fino alla fine del tempo che mi resta.

Lo avevo già intuito mentre leggevo Fiaba bianca (2018), ma in questo nuovo racconto mi ha colpito il tuo gusto per il gioco: lo dimostri nel modo in cui riesci a gestire le sfumature del grottesco e soprattutto, nell’unire elementi fantastici a una realtà allo sbando come la nostra. Quanto conta, secondo te, il gioco per uno scrittore? È possibile, secondo te, fare buona letteratura, parlare di argomenti terrificanti come spesso hai fatto, e allo stesso tempo riuscire a mantenere l’entusiasmo che può avere un bambino che viaggia con la fantasia attraverso il gioco?
In genere per “gioco” si intende una cosa piccola, orizzontale. Invece il gioco è una cosa grande, radicale, verticale, è l’indistinguibilità tra realtà e immaginazione e la sua moltiplicazione esplosiva. Sarebbero stati possibili capolavori assoluti come Don Chisciotte oppure Pinocchio senza questa idea tragica e verticale del gioco? Se per gioco si intende questo, per me il gioco è un elemento portante del mio lavoro e credo che dovrebbe esserlo per ogni scrittore. Ma poi…  non ho intitolato Giochi dell’eternità la mia principale opera di scrittore, cui ho dedicato trentacinque anni della mia vita? Sì, è possibile, cazzo, e io ne sono l’esempio!

Alterni romanzi poderosi e lunghissimi a libri corti ma ugualmente incandescenti, penso a Gli incendiati (2010) e La Lucina. Anche I due e il precedente Lettera d’amore a Giacomo Leopardi (2025) fanno parte della seconda categoria. Come riesci a gestire la lunghezza? La ipotizzi durante la progettazione del libro oppure ti lasci sorprendere dagli imprevisti della scrittura?
Scusa la scelta di metafore basse e addirittura triviali, ma che ci stanno visto quanto ho affermato prima. Allora diciamo che è bello, per uno che ha fatto delle scopate della durata di trentacinque anni, fare anche delle indiavolate sveltine.

Per Wojteck edizioni è uscito un libro sottile e intenso su te e Mircea Cărtărescu, uno dei più grandi autori europei contemporanei. Anche prima di questo vostro affettuoso confronto, io ho sempre pensato che ci fosse qualcosa in comune, la vostra è una letteratura che oserei definire non solo visionaria, ma anche estremamente pittorica. Escludendo Cărtărescu, c’è qualche collega vivente a cui ti senti affine, italiano o straniero?
Mi sono trovato bene con Mircea e mi è piaciuto anche come persona. Stimo il suo lavoro e la sua inattuale intransigenza di scrittore, il suo massimalismo, che è anche il mio. Però, anche se capita a tutti e due di scrivere libri lunghi e fuori misura, non per questo siamo simili come scrittori. Abbiamo una storia personale diversa, ingredienti diversi, contrasti interni diversi, contraccolpi diversi, e anche la nostra vita e la nostra pasta sono diverse. Tanto più è bello ed emozionante provare ammirazione e istintiva amicizia e affetto per uno scrittore contemporaneo diverso da noi ma abitato dalle stesse illusioni e dagli stessi sogni. Come ti dicevo, non è necessario che ci sia affinità per provare ammirazione e anche amicizia e affetto per un altro scrittore. Anzi, per fortuna, a volte si prova tutto questo proprio per ciò che si sente diverso e persino molto diverso da sé. Ci sono tanti scrittori e scrittrici per i quali provo sentimenti di questo tipo, come ad esempio Aldo Busi, da quando ho cominciato a leggerlo mentre ero ancora uno scrittore inedito, e poi quello scapestrato elettrico di Dario Voltolini, l’amico Tiziano Scarpa, Michele Mari, Walter Siti, Alessandro Piperno, abitato come me da un grande amore per quella puttana che è stata chiamata letteratura. E ci sono anche alcuni scrittori più giovani che stanno crescendo. E poi ci sono le scrittrici, quelle morte e quelle vive, per le quali ho un amore particolare e di cui ho parlato spesso negli ultimi tempi, anche pubblicamente. Tra gli stranieri provo ammirazione per diversi scrittori viventi, come ad esempio Pynchon, il nostro Cărtărescu, e poi William Vollmann, per il quale provo amicizia personale e affetto.

Non posso fare a meno di chiedertelo, qual è il tuo prossimo progetto? Sempre che tu possa e voglia dircelo.
No, non posso dirlo, perché non riesco quasi a confessarlo neppure a me stesso. Ci sto girando intorno da un po’ di tempo, mi invento sempre cose nuove per tirarla in lungo, per ritardare il momento in cui dovrò affrontarlo, magari sperando che nel frattempo la “benigna muerte” mi tolga le castagne dal fuoco. Ma, se mi deciderò a cominciare questa cosa nuova e cruciale, mi piacerebbe poterla scrivere con calma, come fanno gli scrittori che non hanno un cazzo da fare, che a differenza di me se la passano bene, evacuano un libriccino osannato ogni dieci anni, non hanno preoccupazioni economiche, non devono lavorare allo spasimo come gli scrittori dell’Ottocento per riuscire a vivere. Mi piacerebbe fare come loro, lo stilista del cazzo, tirarmela, stare su ogni frase per mezza giornata, lavorare di bulino sulla sua materia incandescente, per tentare di raffreddarla…

Grazie Antonio!

Immagine di copertina: © Santi Burgos, El País

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